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Rapporti transatlantici

Obama e l’Europa delle occasioni perse

24 Set 2009 - Marinella Neri Gualdesi - Marinella Neri Gualdesi

Quali indicazioni trarre sullo stato dei rapporti transatlantici dal modo in cui sono state affrontate alcune questioni chiave dell’agenda politica dai tre vertici – G20 di Londra, 60° anniversario dell’Alleanza Atlantica, Usa-Ue a Praga – che hanno impegnato la diplomazia internazionale?

Di fronte alle iniziative dell’amministrazione statunitense e all’indubbio carisma personale del presidente Obama, la risposta europea è sembrata oscillare tra il compiacimento perché Washington ha fatto proprie alcune posizioni da tempo sostenute dall’Europa (come la chiusura di Guantanamo e il dialogo con l’Iran) e la difficoltà a definire insieme al ritrovato partner d’oltreatlantico risposte comuni alle difficili sfide dell’agenda internazionale. L’Europa, al cui arco non mancano alcune buone-frecce come la solidità dell’euro e un sistema di protezione sociale che consente di attutire gli effetti della crisi finanziaria, si è rivelata incapace di elaborare una strategia condivisa e in grado di rispondere agli interessi europei in gioco.

Gli europei in ordini sparso
Soprattutto la riunione di Londra del G20 ha visto l’Europa divisa, frenata dall’immagine di debolezza trasmessa dalla Presidenza ceca. Sarebbe senz’altro ingiusto attribuire tutte le colpe al governo di Praga che, in virtù delle regole della rotazione semestrale nella Presidenza, si è trovato a gestire un momento cruciale per l’Unione europea. La perdita di autorevolezza della Commissione europea guidata da Barroso, l’approssimarsi della scadenza del mandato del Parlamento europeo e di elezioni su cui sembra soffiare solo il vento dell’astensionismo e non quello di un vero dibattito europeo, hanno certo contribuito a fare dell’Europa “a lame duck” (un’anatra zoppa).

Indubbiamente la crisi politica a Praga, con la sfiducia al premier Topolanek, hanno più che mai fatto rimpiangere la mancata entrata in vigore del trattato di Lisbona. Una presidenza del Consiglio europeo più forte e sicura avrebbe probabilmente dato all’Europa un ruolo più incisivo. Contro le aspirazioni europee a contare nella definizione delle regole del nuovo ordine economico mondiale ha giocato però soprattutto il solito riproporsi della contrapposizione tra il “capitalismo anglosassone”, imperniato sulla supremazia della finanza e impersonato dalla Gran Bretagna di Gordon Brown, e il capitalismo renano legato all’impresa della coppia franco-tedesca. Inoltre, che credibilità dare a un’Europa che procede in ordine sparso, senza riuscire a mettere in pratica un coordinamento a livello europeo degli interventi nazionali di stimolo all’economia? Il risultato dell’impasse europeo è stato appunto l’assenza dell’Europa, che ha rinunciato ad essere, come avrebbe potuto, il fulcro della ridefinizione degli equilibri economici mondiali, laddove invece si è evidenziata una crescente influenza della Cina.

L’occasione mancata del vertice Nato
Il vertice che ha celebrato il sessantesimo anniversario dell’Alleanza atlantica doveva essere per l’Europa quello più ricco di risultati, sia sul piano simbolico che di sostanza. Il ritorno della Francia nella struttura militare integrata dell’Alleanza Atlantica è senz’altro importante da entrambi i punti di vista. La decisione francese di rivedere la decisione presa dal generale de Gaulle nel 1966, mettendo fine alla frizione tra prospettiva atlantica e prospettiva europea, può concretamente aprire la strada a una complementarietà tra la Nato e l’Ue per le future strategie di difesa del continente europeo. La politica di sicurezza e difesa europea è ormai una realtà, anche se pesa il vincolo delle risorse. Sulle principali questioni relative al futuro della Nato il vertice è stato sostanzialmente interlocutorio. I capi di Stato e di governo hanno adottato una Dichiarazione sulla sicurezza atlantica, in attesa della definizione del nuovo concetto strategico dell’Alleanza, che dovrà coniugare la difesa territoriale dei paesi membri – che resta il core business della Nato – con le nuove fonti di insicurezza che provengono da teatri lontani.

Alla vigilia del Vertice della Nato due dossier, Afghanistan e Russia, si annunciavano come quelli più spinosi e che potevano creare le maggiori tensioni fra gli alleati. Il vertice ha confermato che l’Afghanistan è la priorità strategica per l’alleanza. La strategia di fondo continua a basarsi su un approccio che combini risorse civili e militari, con l’obiettivo di costruire un paese sicuro, stabile e democratico, nonché rispettoso dei diritti umani. In effetti si assiste a un cambiamento di strategia, con un spostamento di accento sull’assistenza non militare e sul sostegno economico e logistico alle autorità afgane. Posizioni sempre sostenute dagli europei, che però hanno concesso ad Obama molto meno di quanto aveva chiesto per quanto riguarda il rafforzamento dei contingenti e la riduzione dei vincoli all’impiego operativo dei contingenti. Obama ha ottenuto un aumento limitato delle truppe europee e solo per lo svolgimento delle elezioni presidenziali previste per il 20 agosto in Afghanistan. Un risultato spiegabile certo con i condizionamenti interni di alcuni paesi come la Germania, dove in settembre si terranno le elezioni, ma anche con le difficoltà concrete a trovare nuovi uomini.

Quanto alle relazioni con la Russia tende a prevalere il pragmatismo. La dichiarazione finale adottata dal vertice Nato non nasconde il disaccordo con Mosca su numerose questioni, dallo scudo missilistico all’allargamento a Ucraina e Georgia. Dopo la crisi georgiana, l’alleanza ha voluto ribadire che non può essere accettato il ritorno al metodo del fatto compiuto, ma evitare la contrapposizione è diventata una scelta quasi obbligata: la Nato ha infatti bisogno della cooperazione della Russia per far arrivare i rifornimenti in Afghanistan.

Quanto alle prospettive future, gli europei continuano ad essere contrari a una Nato a vocazione mondiale, la “global Nato”, di cui è però sostenitore Ivo Daalder, nominato da Obama ambasciatore presso l’alleanza. La dichiarazione adottata dal vertice dell’Alleanza atlantica sembra parzialmente aprire in questa direzione. Vi si afferma infatti l’obiettivo di rafforzare, sia pure con una valutazione “case by case”, la cooperazione con Australia, Giappone e Nuova Zelanda.

Dopo gli scontri con l’America di Bush, lo “strappo atlantico” è stato sostanzialmente ricucito, ma dal viaggio di Obama in Europa sono emersi segnali contraddittori per le relazioni transatlantiche. Per esempio, i tentennamenti e le divisioni europee sulla questione dell’ingresso della Turchia rivelano le difficoltà dell’Europa a svolgere anche un ruolo di leadership regionale. Se l’Unione europea vuole essere un attore della sicurezza in un’area cruciale per la sicurezza energetica, come il Mar Caspio, deve dare una risposta politica chiara alle aspirazioni europee della Turchia, che è un alleato chiave per la sicurezza occidentale e per gli sforzi di stabilizzazione in Iraq e in Afghanistan. A Strasburgo-Kehl il primo ministro turco Erdogan ha fra l’altro ottenuto un posto chiave ai vertici dell’alleanza, in cambio del via libera alla nomina del danese Rasmussen come segretario generale.

La crisi, opportunità per l’Europa
In un mondo multipolare è più che mai urgente che l’Unione europea sappia agire come un soggetto politico unitario e un attore credibile e influente del sistema internazionale. La risposta degli europei alle richieste di Obama non è stata all’altezza delle aspettative, ma resta il fatto che l’Europa è per gli Stati Uniti l’unico alleato globale. Dalla Cina Washington può aspettarsi un aiuto per riorganizzare il sistema finanziario mondiale, ma Pechino non condivide i valori su cui si basa la comunità euro-atlantica.

Se gli alleati europei deluderanno Obama l’America potrebbe tornare, come auspica Robert Kagan, a muoversi senza gli europei, esercitando un “soft unilateralism of low expectations”. Un punto di vista che trascura però il fatto che anche gli Stati Uniti stanno attraversando una fase di debolezza. Alcune delle mosse di Obama possono essere lette proprio come il tentativo di frenare il declino dell’egemonia americana. L’Europa ha un’occasione unica per usare la crisi come grimaldello per riequilibrare i rapporti di forza e rimettere in discussione la supremazia americana. A condizione che in questa crisi globale i paesi europei non seguano la strada larga, ma illusoria, delle soluzioni nazionali, ma quella stretta, ma lungimirante, del rafforzamento dell’integrazione. Questione di leadership, appunto.