IAI
Politica estera italiana

L’impegno in Afghanistan e la conventio ad excludendum contro l’Italia

21 Set 2009 - Raffaello Matarazzo - Raffaello Matarazzo

Tre giorni prima del tragico attentato terroristico di Kabul del 17 settembre, nel quale hanno perso la vita sei paracadutisti della Folgore e 15 civili afghani, il ministro degli esteri Franco Frattini aveva lamentato, in una polemica intervista al , il tentativo di escludere l’Italia dalla gestione di una serie di dossier che vanno dalla Russia all’Afghanistan.

Il ministro ha sostenuto che è in atto una campagna che, facendo leva sugli attacchi al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, mira a screditare l’immagine dell’Italia e a tenerla ai margini di alcuni importanti processi diplomatici. Frattini ha in particolare espresso disappunto per un’iniziativa assunta dai primi ministri di Francia, Germania e Gran Bretagna: la lettera con cui il 9 settembre i tre hanno chiesto al segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon la convocazione di una conferenza internazionale di alto livello sul futuro dell’Afghanistan. I ministri degli esteri dell’Unione europea avevano infatti concordemente deciso, in una riunione svoltasi pochi giorni prima a Stoccolma, che la richiesta della conferenza internazionale dovesse configurarsi come un’iniziativa dell’Ue. Essendo l’Italia il quarto paese per numero di soldati impegnati in Afghanistan (3200), soprattutto la sua esclusione dall’iniziativa – sottolinea Frattini – risulta ingiustificata.

Un’altalena di inclusioni ed esclusioni
Il rapporto dell’Italia con Francia, Gran Bretagna e Germania è sempre stato caratterizzato da un’altalena di inclusioni ed esclusioni, spesso più funzionali al riequilibrio dei rapporti di forza tra i tre paesi che all’effettiva valorizzazione del ruolo italiano. Quando l’asse tra Parigi e Berlino si consolida troppo, Londra tende a riaprire i canali con Roma per ottenere un bilanciamento. Quando l’intesa tra Londra e Parigi tende a marginalizzare la Germania, per uscire dall’angolo Berlino rispolvera il rapporto con il suo più naturale alleato europeista, l’Italia. E così via.

In non poche occasioni, tuttavia, l’Italia è riuscita ad inserirsi nelle dinamiche tra i tre grandi valorizzando al meglio il più ampio quadro dell’Unione europea e il suo attivo contributo al processo d’integrazione (come nel caso dell’entrata nell’euro), sfruttando la sua forte proiezione mediterranea e la grande professionalità degli uomini impegnati in missioni di pace dal valore strategico per tutta l’Unione europea, come quelle nei Balcani occidentali e nel Libano meridionale.

L’Italia ha svolto un ruolo di punta nel Gruppo di contatto per i Balcani (con Usa, Russia, Francia, Gran Bretagna, Germania) che ha affrontato, fra l’altro, la cruciale partita dell’indipendenza del Kosovo; ha rilanciato il suo profilo presso le Nazioni Unite assumendo la leadership della missione Unifil II nel Libano meridionale; ha consolidato il rapporto con Washington fornendo un notevole contributo di uomini e mezzi in Afghanistan. Non è detto, tuttavia, che tutto questo sia sufficiente a garantire una presenza negli inner circles della politica internazionale. Credibilità nazionale e iniziativa politica sono due aspetti che vanno costantemente riaffermati.

La sponda americana
Nonostante le forti tensioni e scollamenti dovuti alla crisi finanziaria, nel corso dell’ultimo anno la conventio ad escludendum tra i tre grandi paesi europei sembra aver trovato una sponda in alcuni atteggiamenti della nuova amministrazione americana. Obama sembra infatti coltivare un rapporto privilegiato con Londra, Parigi e Berlino. Questa scelta finisce per condizionare anche i rapporti all’interno della Nato. Il rientro della Francia nel comando integrato dell’alleanza avvenuto la scorsa primavera – una decisione importante più sul piano politico che su quello militare (la Francia ha infatti partecipato a tutte le missioni Nato, detenendone a volte anche il comando) – ha contribuito al rafforzamento del rapporto tra Parigi e Washington.

Già nel marzo scorso, all’indomani della nomina da parte di Obama di Richard Holbrooke a inviato personale per l’Afghanistan e il Pakistan in un articolo su questa rivista Stefano Silvestri aveva messo in guardia dai rischi di “pericolosa marginalità” che l’Italia correva a causa dell’attivismo politico e diplomatico di Gran Bretagna, Francia e Germania nell’area cosiddetta AfPak (Afghanistan–Pakistan), che con la nuova amministrazione è diventata la priorità strategica americana.

Il rilancio italiano
A distanza di pochi mesi, siamo ad un altro snodo cruciale per il futuro dell’Afghanistan, sia dal punto di vista politico che militare. La riunione dei ministri degli esteri del G8 che Frattini presiederà tra qualche giorno a New York e nella quale presenterà una proposta dettagliata per una conferenza internazionale a Kabul, potrà rappresentare un’importante occasione per rilanciare il ruolo dell’Italia, sventando le manovre di quanti la vorrebbero ai margini.

Obama ha recentemente dichiarato che non intende investire nuove risorse in Afghanistan finché non sarà chiaramente definita una più convincente e incisiva strategia politica e militare. Ciò indica appunto che si è in una fase nuova in cui è richiesto uno sforzo comune per ridefinire obiettivi e strumenti dell’impegno in Afghanistan. Al di là delle polemiche e delle recriminazioni, l’Italia può dare un contributo importante a questo processo di revisione strategica che non è più rinviabile. Sarà questo, fra l’altro, uno dei modi per onorare la memoria dei sei soldati italiani caduti pochi giorni fa e per ridare qualche prospettiva, ancorché lontana, di stabilità a quella tormentata regione.

Raffaello Matarazzo è ricercatore dello Iai e caporedattore di AffarInternazionali.

Vedi anche:

Il Ministro Frattini intervistato dal (versione originale)

S. Silvestri: Nella tormenta afghana

M. Arpino: Afghanistan tra guerra e politica

F. Prizzi: Afghanistan, il tempo sta scadendo

R. Matarazzo: L’Italia, la crisi e le opportunità dell’effetto Obama