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Transatlantic Trends 2009

L’effetto Obama e le oscillazioni del pendolo transatlantico

9 Set 2009 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Chi non conosce l’ironica canzone sulle disgrazie di madama la marchesa, cui si annunciano disastri in serie sempre accompagnati dal ritornello “tout va très bien”? Sappiamo come le apparenze possano ingannare e di come sia necessario diffidare dei medici “pietosi”. Una eguale attenzione dovrebbe guidare la nostra lettura degli ultimi interessanti dati sull’opinione pubblica euro-americana. Il fatto certamente positivo è che l’elezione di Barack Obama, forse ancora più popolare in Europa che in America, ha chiuso l’era disastrosa di George W. Bush e ha rilanciato i legami transatlantici.

Più in profondità però, cominciano i dubbi. Infatti, questo rapporto sull’opinione pubblica transatlantica, prodotto annualmente dal German Marshall Fund americano e dalla Compagnia di San Paolo, mostra anche il confermarsi e l’indurirsi di alcune divergenze di fondo tra americani ed europei.

La più evidente è naturalmente quella sull’utilità di usare la forza militare: lo scetticismo europeo raggiunge (con la sola parziale eccezione della Gran Bretagna) livelli altissimi, mentre negli Stati Uniti l’opzione “guerra” è considerata sempre non solo possibile, ma in qualche caso anche opportuna. Ma non basta, divergenze evidenti, anche se meno pronunciate, si rilevano anche sulla politica economica (gli europei sono in genere più favorevoli all’intervento massiccio della mano pubblica, e anzi una maggioranza di essi si lamenta del fatto che i rispettivi governi, durante questa crisi, non spendono abbastanza) e soprattutto sul problema dei mutamenti climatici e sulla necessità o meno di dare ad esso una fortissima priorità.

Europa divisa
Bisogna naturalmente distinguere. Se si raffina l’analisi si vede che, in realtà, gli americani che si definiscono “democratici” hanno opinioni molto più vicine a quelle dell’opinione pubblica europea (che invece su questi temi è piuttosto della stessa opinione sia a destra che a sinistra), ma si tratta di una minoranza rispetto agli americani che si definiscono invece “repubblicani” o “indipendenti”. Certo, il fatto che oggi abbiamo a Washington un’amministrazione democratica rafforza in Europa la percezione di una vicinanza, ma rafforza anche l’opposizione interna agli Stati Uniti ed evoca lo spettro di una nuova brusca oscillazione del pendolo.

Non è questo il solo elemento di preoccupazione. Il rapporto mostra anche quanto ancora sia difficile una reale e completa integrazione dell’opinione pubblica europea (e spiega quindi anche, almeno in parte, le difficoltà che sta sperimentando il processo di integrazione). Sappiamo tutti che molta parte dell’ex-Europa dell’Est era molto più vicina a Bush del resto dell’Ue, ma altre differenze si confermano sia per quel che riguarda la politica economica (un maggior potenziale protezionismo) che per quel che riguarda la Russia, insieme temuta (molti cittadini dell’Europa centro-orientale non vogliono un impegno della Nato o dell’Ue per la sicurezza di Ucraina e Georgia) e disprezzata (non vogliono neanche una ricerca di compromessi con Mosca in campo energetico e politico – apparentemente convinti che, di fronte ad una dura politica “di blocco”, il Cremlino non potrebbe che cedere). C’è anche, verso Est, un maggiore scetticismo sulle possibilità dell’Ue di esercitare reali forme di leadership politica o economica, e si punta piuttosto sugli Usa.

La contraddizione turca
C’è poi la contraddizione turca. L’opposizione all’ingresso della Turchia sembra rafforzarsi, proprio mentre in Turchia, dopo una forte svolta nazionalista ed antieuropea maturata negli scorsi anni, la situazione sembra evolvere a favore di una futura integrazione in Europa. Ma allo stesso tempo c’è la quasi universale convinzione di una maggioranza degli europei che alla fine la Turchia entrerà a far parte dell’Ue (un‘inevitabilità su cui i turchi sono invece molto più scettici).

Qui non entra in gioco solo l’evidente difficoltà dei governi a spiegare alle loro opinioni pubbliche l’importanza di un eventuale ingresso della Turchia nell’Ue, ma anche l’atteggiamento insieme passivo e critico che una parte crescente dell’opinione pubblica europea sembra sviluppare nei confronti dell’Ue, considerata come una sorta di grande macchina che procede per suo conto, senza prendere in conto le reali preferenze dei suoi cittadini. Il fatto che questa immagine sia sempre meno vera (consideriamo lo sconquasso provocato dai recenti referendum in Francia, Olanda e Irlanda) non è evidentemente bastato ad accorciare le distanze tra l’Unione e l’opinione pubblica, come si è visto alle recenti elezioni del Parlamento europeo, che hanno registrato un ulteriore calo del numero dei votanti.

Guardando oltre l’Atlantico
Sotto un’apparenza tranquillizzante e positiva, questo rapporto cela dunque numerose preoccupazioni che dovrebbero essere considerate con attenzione dai nostri responsabili politici.

Bisognerebbe infine domandarsi se non sia il caso di allargare il campo di investigazione ad altri soggetti. Il rapporto si concentra sulla dimensione transatlantica, Europa e Stati Uniti. Si tratta evidentemente di una delle dimensioni chiave della politica internazionale, ma che deve essere ormai relativizzata alla luce del rafforzarsi dell’Asia (Cina, India, Giappone, Corea, Indonesia eccetera) e dell’emergere di altre potenze come il Brasile o il Messico. È in realtà difficile apprezzare pienamente l’importanza del rapporto transatlantico e valutarne l’evoluzione senza metterlo in rapporto con questi altri assi della politica internazionale, o almeno senza domandarsi quanto questi altri protagonisti pesano sulle scelte americane ed europee e sui rapporti transatlantici in genere. Potrebbe essere un errore lasciare tutto questo sullo sfondo, senza affrontarlo direttamente.

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Vedi anche:

Transatlantic Trends 2009

R. Asmus: Lo storico ‘rimbalzo’ di Obama

R. Matarazzo: L’Italia, la crisi e le opportunità dell’effetto Obama