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Energia

La corsa al gas e la strategia tous azimuts della Turchia

3 Set 2009 - Andrea Bonzanni - Andrea Bonzanni

Nemmeno un mese dopo l’inaspettato buon esito del vertice del consorzio internazionale Nabucco, che è riuscito nell’impresa di garantire circa metà del gas necessario per rendere la pipeline operativa, un nuovo accordo è stato firmato ad Ankara. Il tema in discussione era il medesimo, ma diversi i partecipanti. Giovedì 6 agosto, il primo ministro Recep Tayyip Erdogan ha infatto dato il via libera al passaggio in acque territoriali turche della pipeline South Stream, una joint-venture tra Gazporm e Eni che dovrebbe trasportare il gas russo in Bulgaria, tagliando definitivamente fuori dai giochi problematici paesi di transito tra la Russia e l’Unione Europea.

L’accordo ha messo a nudo, per chi nutrisse ancora dei dubbi, la spregiudicata strategia del governo turco in materia di gas naturale. Il paese sembra infatti determinato a ricevere la maggior quantità di gas possibile, indipendentemente dal paese di provenienza. Parte di questa ‘corsa al gas’ è certamente giustificabile da bisogni domestici. Il consumo interno è infatti decuplicato dal 1990 al 2006, spinto verso l’alto sia da un Pil in crescita media annua del 4,5% sia da un aggressivo processo di ‘gasificazione’ dell’approvvigionamento energetico promosso dal colosso nazionalizzato Botaş.

Una strategia a 360°
Un ragionamento in puri termini economici non riesce tuttavia a cogliere appieno la strategia turca. È infatti chiaro che il governo guidato da Erdogan coltiva l’ambizione di divenire presto un ‘hub del gas’, sfruttando politicamente la sua posizione geografica di ponte tra paesi produttori e consumatori nel sistema regionale di commercio del gas.

I dettagli dell’ultimo accordo su South Stream lasciano percepire piuttosto questa prospettiva. La Turchia ha infatti ottenuto la creazione di un consorzio per la costruzione di una nuova pipeline che attraverserà la penisola anatolica dal mar Nero al Mediterraneo per poi rivendere il gas a Cipro e Israele. Inoltre, la Russia ha promesso di fornire assistenza tecnica per la costruzione di centrali nucleari che ridurranno il fabbisogno turco di gas e renderanno possibili ulteriori re-esportazioni.

Indubbiamente, le cose sono finora andate nella giusta direzione per la Turchia. La partecipazione sia a Nabucco che a South Stream è già un grande successo diplomatico, soprattutto alla luce della forte animosità tra i due consorzi. Inoltre, nonostante diversi esperti abbiano ripetutamente sottolineato il carattere alternativo delle due pipeline, lo stadio avanzato dei due progetti rende il completamento di entrambi uno scenario realistico. Ciò consentirebbe alla Turchia di ricevere, a partire dal 2015, non meno di 94 miliardi di metri cubi di gas all’anno, ovvero circa un quinto dell’intero consumo dell’Ue nel 2007.

Sguardo ad est
Il governo di Erdogan si è anche candidato a diventare la porta di accesso per le importazioni europee di gas dall’Iran. Quest’ultimo ha a lungo sondato diverse alternative per la costruzione di pipeline verso l’Europa e le pressioni dovute a una popolazione in crescita, un’elevata disoccupazione giovanile e un bilancio in forte deficit rendono sempre più impellente la necessità di monetizzare le proprie risorse naturali. Un importante passo in questa direzione è stato compiuto nel 2001 con la costruzione della pipeline Iran-Turchia, che trasporta 30 milioni di metri cubi di gas dalla città nord-orientale di Tabriz in Iran verso Ankara. Il potenziale del paese è tuttavia di gran lunga maggiore ed è per questo motivo che il governo turco sta seguendo da vicino i recenti sviluppi della politica interna iraniana, oggetto principale di discussione durante la visita del presidente americano Obama nel paese. Nel caso le sanzioni e l’informale veto americano allo sfruttamento del gas iraniano siano sospesi, la Turchia, oltre a rappresentare la più naturale via di transito verso l’Europa, si troverebbe politicamente in pole position per attingere grandi riserve di gas al mondo (l’Iran è infatti secondo solo alla Russia).

Variabile armena
Perfino i tentativi di riavvicinamento della Turchia all’Armenia, sebbene ufficialmente giustificati dalla politica del ‘nessun problema con i vicini’ teorizzata dall’abile ministro degli esteri Ahmet Davutoglu, vanno almeno parzialmente letti alla luce degli ultimi sviluppi sul fronte energetico. Erdogan e il suo partito, l’Akp, hanno infatti dimostrato di avere una visione di lungo periodo per il futuro del paese e, dato il prolungato periodo di instabilità politica in Georgia, non vogliono escludere a priori un possibile percorso alternativo per gli idrocarburi del Caspio. Per questa ragione Erdogan rifiuta di separare la riconciliazione con il vicino orientale dalla risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh, che finalmente porterebbe stabilità nella regione e buoni rapporti tra l’Armenia e un Azerbaigian sempre più ricco di petrolio e gas.

Buone relazioni con l’Armenia sono inoltre funzionali alla piena riuscita dei piani turchi. Il miglioramento della reputazione del paese che risulterebbe dall’ammissione del genocidio contro la popolazione armena all’inizio della prima guerra mondiale, e comunque da una più matura elaborazione del proprio passato, potrebbe infatti essere decisivo nelle complesse interazioni che determineranno il risultato di questa ambiziosa strategia.

È necessario che s’instauri un rapporto di fiducia tra la leadership turca e i governi europei: l’Europa deve poter contare sulla Turchia come partner affidabile in grado di garantire la sicurezza degli approvvigionamenti di gas. Allo stato attuale delle cose, l’ingresso del paese nell’Unione europea appare alquanto remoto; anche per questo è improbabile che l’Ue accetti un ruolo tanto cruciale della Turchia nel sistema di approvvigionamento del gas. A meno che l’Europa non sia sicura che la Turchia si comporterà diversamente da Russia, Ucraina o Bielorussia. Questa è la vera sfida che Erdogan e i suoi devono ora affrontare. Il mese scorso l’Ue ha rifiutato il piano turco che prevede l’acquisto del 15% del gas della pipeline Nabucco: un segno che i negoziatori europei non sono ancora del tutto convinti delle intenzioni turche.

Erdogan e l’Akp sono stati finora molto bravi a muoversi sul grande scacchiere delle pipeline eurasiatiche. La parte più difficile deve però ancora arrivare. La diplomazia turca ha dimostrato grande capacità quando erano necessari pragmatismo e scaltrezza, ma la sua abilità deve essere messa alla prova nel nuovo orizzonte della politica europea.

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Vedi anche:

A. Dai Pra: La via dell’Ue al gas del Caspio

A. Marrone: Nabucco e South Stream: complementari o in competizione?

G. Macchia: Un argine Turchia-Ue contro il monopolio russo dell’energia