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Elezioni in Giappone

Il Sol Levante volta pagina, anche in politica estera

1 Set 2009 - Nicola Casarini - Nicola Casarini

Con le elezioni di domenica scorsa è iniziata in Giappone una nuova stagione politica. È prevedibile un graduale riorientamento della politica estera nipponica verso l’Asia orientale e una diminuzione della sua dipendenza militare da Washington. Si aprono inoltre nuove opportunità per l’Europa. Dopo più di cinquant’anni di dominio incontrastato del Partito Liberaldemocratico (Ldp) di centro-destra, gli elettori giapponesi hanno dato un mandato forte e chiaro all’opposizione di centro-sinistra rappresentata dal partito democratico (Dpj) e dai suoi alleati minori.

Con 308 seggi, il Dpj è diventato il primo partito della Camera Bassa (il ramo esecutivo della Dieta, il Parlamento nipponico), conseguendo la maggioranza assoluta dei seggi e triplicando i consensi ottenuti nelle ultime elezioni del 2005. In tutto l’alleanza di centro-sinistra – il Dpj più il Partito socialdemocratico (Sdp) e il Nuovo partito del popolo – ha ottenuto 318 seggi su 480, centrando l’obiettivo dei due terzi dei deputati della Camera Bassa. Il Dpj controllava già, dal 2007, la Camera Alta del Parlamento nipponico che non ha però gli stessi poteri della Camera Bassa.

Voglia di cambiamento
Yukyo Hatoyama, il leader del Dpj che ha portato il centro-sinistra per la prima volta alla guida del Giappone, non è completamente nuovo alla politica. Anche lui, come i suoi predecessori liberaldemocratici, è un figlio d’arte. Il nonno, Ichiro Hatoyama, era stato uno dei padri fondatori del partito liberaldemocratico e più volte ministro negli anni cinquanta. Nonostante ciò, Hatoyama è percepito, dalla maggior parte dei giapponesi, come un volto nuovo e comunque al di fuori delle logiche ereditarie di potere che hanno tradizionalmente caratterizzato i vertici del Ldp. Per tale ragione, è stato sostenuto da giovani, donne, ceto urbano, impiegati e piccoli imprenditori. Ma anche, e qui sta la vera svolta, da ceti tradizionalmente legati a filo doppio al partito liberaldemocratico: pensionati, contadini, liberi professionisti e grande industria, preoccupati del declino del Giappone e della grave crisi economica.

Votando per il Dpj, gli elettori hanno dato un segnale chiaro di disaffezione nei confronti della burocrazia ministeriale e della classe politica conservatrice che, se da una parte hanno accompagnato l’impetuoso sviluppo del dopoguerra, trasformando il Giappone nella seconda economia al mondo, oggi appaiono ai più incapaci di affrontare le sfide che attendono il Giappone, prime tra tutte il rapido invecchiamento della popolazione e la crescita delle disuguaglianze. I compiti che attendono il nuovo primo ministro sono immani. Si tratta di far ripartire la locomotiva giapponese, che è da tempo inceppata, attivando nuove dinamiche di crescita adeguate ai cambiamenti economici e politici globali degli ultimi anni.

La promessa di fermare il declino
Nel secondo trimestre dell’anno il Pil è cresciuto dello 0,3%, ma i dati sulla disoccupazione resi noti due giorni prima delle elezioni hanno contribuito al già annunciato successo del Dpj. I senza lavoro sono saliti a luglio a 3,5 milioni, il 5,7% – contro il 5,4% di giugno. Si tratta di un aumento del 40% rispetto a un anno fa. Il debito pubblico è vicino al 200% del Pil e le esportazioni sono calate, su base annua, del 36,5%. L’inflazione core (esclusi gli alimenti deperibili) è intanto calata del 2,2% su base annua, una deflazione record per un paese che negli ultimi anni si era comunque abituato a una crescita dei prezzi negativa.

Sono stati l’impatto della crisi e la crescita delle disuguaglianze a scuotere le certezze della classe media nipponica, contribuendo alla schiacciante vittoria del partito democratico. La promessa del Pdj di rilanciare l’economia sostenendo il reddito dei consumatori sembra aver fatto presa sugli elettori. Nel manifesto elettorale del Pdj ci sono una serie di promesse che vanno dai 312,000 yen (circa 2,345 euro) annui per ogni figlio, scuole superiori gratis, autostrade senza pedaggio, meno tasse sulla benzina e per le piccole imprese, un aumento del salario minimo e il divieto di lavoro temporaneo nel settore manifatturiero. L’obiettivo è di rilanciare i consumi per far ripartire la crescita.

Alle paure del declino domestico si sommano, inoltre, le preoccupazioni per un ruolo sempre più marginale del Giappone in Asia e nel mondo. E per l’ascesa di una Cina sempre più potente sul piano economico e militare. Nel suo libro bianco sull’economia internazionale e il commercio pubblicato lo scorso giugno, il Ministro dell’economia, commercio e industria (Meti) riconosce che a Cina sta rimpiazzando il Giappone come seconda potenza economica mondiale. Ma mentre i liberaldemocratici hanno puntato sulla minaccia cinese per far presa sugli elettori, la strategia di Hatoyama in campagna elettorale è stata quella, invece, di sostenere un riavvicinamento al resto dell’Asia, soprattutto alla Cina e alla Corea del Sud, rispettivamente primo e terzo partner commerciale di Tokyo. Oltre a una maggiore attenzione verso i vicini asiatici, il nuovo governo fa presagire importanti cambiamenti nella politica estera del Giappone. A cominciare dall’alleanza con gli Stati Uniti, un caposaldo della politica estera del partito liberaldemocratico per oltre cinquant’anni che potrebbe essere ora ridiscussa dal nuovo governo.

Verso una nuova strategia di politica estera
In un articolo in uscita sul numero di settembre del mensile giapponese Voice – e ripreso poco prima delle elezioni in un editoriale dell’International Herald Tribune, Hatoyama, leader del partito democratico e prossimo primo ministro giapponese, accusa apertamente il fondamentalismo di mercato e la globalizzazione in stile americano. Nell’articolo trapela la convinzione di un esaurimento dell’egemonia Usa in un mondo multipolare e l’idea che il Giappone debba farsi promotore di un’accelerazione del processo di integrazione con i paesi dell’Asia orientale fino alla creazione di una moneta comune.

Non siamo in presenza di un cambio di alleanze, ma di strategia. L’alleanza militare Tokyo-Washington non è in discussione. Il Giappone cercherà però, gradualmente, di diminuire la propria dipendenza, soprattutto militare, dagli Stati Uniti. Un’analoga direzione intraprese la Corea del Sud sotto la presidenza di Roh Moo-hyun (2003-2008).

Nell’immediato, c’è da aspettarsi una richiesta di revisione dello Status of Force Agreement (Sofa), l’accordo che regola la presenza militare statunitense in Giappone, inclusa l’annosa questione del già concordato ridislocamento delle forze Usa a Okinawa. È inoltre molto probabile che a gennaio la missione nell’Oceano Indiano a supporto della coalizione in Afghanistan non sarà rinnovata dalla nuova Camera Bassa a maggioranza democratica, nonostante il prevedibile ostruzionismo del partito liberaldemocratico che ha sempre sostenuto la missione, ma che con soli 119 seggi non sarà in grado di bloccare una tale decisione.

Se Washington ha preso atto con una certa preoccupazione della sconfitta del partito liberaldemocratico, sapendo che in futuro potrebbe avere meno influenza su Tokyo, a gioire dell’elezione di Hatoyama sono le capitali asiatiche, prime fra tutte Pechino e Seul.

Saranno soprattutto le relazioni sino-giapponesi a beneficiare del cambio della guardia a Tokyo. La Cina è oggi di gran lunga il primo partner commerciale del Giappone, con un interscambio che a fine 2008 si aggirava sui 27,800 miliardi di yen (circa 209 miliardi di euro), seguita da Stati Uniti (22,300 miliardi di yen), Corea del Sud (9,200) Taiwan (7,000) e Australia (6,700). È prevedibile che il nuovo governo giapponese continui – e intensifichi ulteriormente – i passi diplomatici per la riconciliazione con il grande vicino già avviati dai suoi predecessori e che aumentino, inoltre, le visite di stato nipponiche in Cina. Ma a trarre beneficio dall’elezione di Hatoyama potrebbe essere anche Bruxelles.

Un’opportunità per l’Europa
Con Hatoyama al potere, si aprono infatti nuovi spazi di manovra per l’Europa in Giappone e, più in generale, in Asia orientale. C’è da attendersi qualcosa di simile a ciò che successe in Corea del Sud con l’elezione di un presidente di centro-sinistra come Roh Moo-hyun nel 2003. Uno dei primi passi di Roh Moo-hyun fu di aprire all’Europa, siglando un accordo sullo sviluppo congiunto di Galileo, il sistema satellitare europeo, nonostante la ferma opposizione di Washington.

Il Giappone ha finora declinato i continui inviti della Commissione europea e degli stati membri di partecipare al progetto Galileo, per motivi prettamente politici. Nonostante gli specialisti giapponesi riconoscano la superiorità tecnologica del sistema satellitare europeo, la ferma opposizione degli Stati Uniti e il filo-americanismo del partito liberaldemocratico hanno impedito qualsiasi discussione al riguardo. Con il nuovo governo di centro-sinistra a Tokyo, si aprono pertanto nuove opportunità per l’Europa. Sta ora alle cancellerie europee trarre profitto dalla svolta storica maturata a Oriente.