IAI
Immigrazione

I respingimenti e i rapporti Italia-Ue

16 Set 2009 - Bruno Nascimbene - Bruno Nascimbene

Il controllo delle frontiere marittime e dei flussi migratori irregolari nel Mediterraneo è tema in cui si sono manifestate, da qualche mese ormai, forti tensioni a livello nazionale, comunitario e internazionale. Il riferimento è, in particolare, alle reazioni e al clamore suscitato dalle operazioni che hanno visto coinvolte unità navali italiane, le quali hanno respinto verso i porti di partenza, in particolare verso quelli della Libia, le imbarcazioni intercettate in mare con a bordo migranti, ritenuti clandestini a prescindere dalla loro condizione di richiedenti asilo.

I problemi del “respingimento”
Si tratta di interventi che hanno destato e destano preoccupazioni per la sorte riservata alle persone coinvolte, con particolare riguardo alla tutela dei diritti fondamentali delle persone. Tale prassi solleva, inoltre, perplessità in relazione al rispetto degli obblighi internazionali in materia di asilo: tra i migranti a bordo delle barche intercettate potrebbero esservi infatti profughi in cerca di protezione internazionale (c.d. asilanti), e il respingimento potrebbe avvenire senza la previa verifica della loro condizione individuale. In particolare, la preoccupazione è che possa trattarsi di persone che chiedano o intendano chiedere l’asilo, “qualificandosi” così ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951 relativa allo status dei rifugiati, nonché delle direttive comunitarie.

L’idea di associare i paesi di origine e di destinazione dei migranti all’obiettivo di contenimento dei flussi irregolari caratterizza la politica italiana da oltre un decennio e ha dato vita ad una nutrita serie di accordi, in materia di cooperazione di polizia e di riammissione. Il Trattato tra Italia e Libia di “amicizia, partenariato e cooperazione” firmato a Bengasi il 30 agosto 2008 non solo intende porre fine alla disputa risalente all’epoca coloniale, ma vuole anche rafforzare la collaborazione tra i due paesi nella lotta all’immigrazione clandestina per via marittima È infatti previsto un pattugliamento marittimo congiunto con motovedette messe a disposizione dall’Italia. Le Parti si impegnano ad effettuare operazioni di controllo, di ricerca e salvataggio nei luoghi di partenza e di transito delle imbarcazioni dedite al trasporto di immigrati clandestini, nelle acque territoriali libiche e in quelle internazionali.

Gli obblighi del diritto internazionale
Il Trattato sancisce all’art. 1 l’impegno ad adempiere sia agli obblighi “derivanti dai principi e dalle norme del Diritto Internazionale universalmente riconosciuti, sia quelli inerenti all’Ordinamento Internazionale”. È inoltre contenuto un richiamo espresso agli obiettivi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (art. 6). Per quanto la Libia non sia parte contraente della Convenzione di Ginevra, ha tuttavia ratificato la Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli (1981), che all’art. 12 riconosce il diritto di ricercare e ricevere asilo in territorio straniero e vieta le espulsioni collettive. Il Governo libico è comunque tenuto ad osservare gli obblighi internazionali in materia di tutela dei diritti dell’uomo, nei confronti di chiunque, e dunque di coloro i quali chiedono asilo e vengono ospitati nei centri esistenti sul territorio nazionale.

Ai sensi dell’art 33 della Convenzione di Ginevra è fatto divieto agli Stati di espellere o respingere i rifugiati e i richiedenti asilo verso luoghi in cui la vita o la libertà ne sarebbero minacciati per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un particolare gruppo sociale o per la loro opinione politica. Tale principio, detto di non-refoulement, viene riaffermato in diversi strumenti, in particolare nell’ambito del diritto internazionale umanitario. Quale espressione di un principio di diritto umanitario, il divieto di refoulement è ormai ritenuto un principio di diritto consuetudinario, perciò vincolante anche per quegli Stati che non abbiano sottoscritto le convenzioni che specificatamente lo prevedono. Questo complesso di norme non potrebbe essere rimesso in discussione da un presunto limite di applicazione del principio di non-refoulement. A fronte dei dubbi espressi circa la portata extraterritoriale del principio, l’Ufficio delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha autorevolmente preso posizione escludendo che esso possa trovare applicazione solo quando i migranti si trovino sul territorio o in acque nazionali.

I respingimenti delle autorità italiane verso la Libia e il comportamento delle autorità maltesi che non avrebbero soccorso i migranti (e forse anche avrebbero sospinto i migranti verso le acque territoriali italiane) hanno determinato la Commissione europea a chiedere chiarimenti. Il vicepresidente della Commissione Jacques Barrot, responsabile in materia di Giustizia, Libertà, Sicurezza, ha chiesto il 15 luglio scorso, quali azioni fossero state intraprese per garantire agli stranieri respinti adeguate tutele. L’intervento della Commissione europea sposta quindi l’attenzione dal piano internazionale a quello comunitario, sollevando interrogativi circa la compatibilità della prassi in materia di respingimenti con gli obblighi derivanti dal diritto comunitario. Le norme comunitarie, e dunque anche le norme sui diritti fondamentali, vanno rispettate: fra le norme e i principi fondamentali rientra quello di non-refoulement. Un’operazione di controllo alla frontiera, impone il rispetto di tale principio, anche se i controlli avvengono in alto mare.

Le lacune dell’Unione europea
I fatti di cronaca non possono non richiamare un problema di più vasta portata che dimostra le lacune delle Ue, priva di mezzi adeguati per affrontarlo. Le preoccupazioni per il controllo e il contenimento dell’immigrazione illegale hanno occupato una posizione centrale nell’agenda europea e, pertanto, nei programmi elaborati dalla Commissione (“Tampere”, “L’Aja” e quello in via di approvazione “Stoccolma”) per realizzare lo spazio di libertà, sicurezza, giustizia. L’attenzione verso l’immigrazione via mare nel Mediterraneo è significativamente aumentata negli ultimi anni, soprattutto per le pressioni provenienti dagli Stati maggiormente esposti a tali flussi. Italia, Malta, Grecia e Spagna hanno dato vita alla fine del 2008 al “Gruppo dei Quattro”, proprio con l’obiettivo di mantenere sempre alta l’attenzione verso lo specifico tema, e sollecitare un intervento comune a livello europeo e una maggiore solidarietà tra i Paesi membri dell’Ue.

La Commissione europea, sollecitata anche dagli Stati membri che in maggior misura sono coinvolti dall’afflusso di rifugiati, ha proposto (il 2 settembre scorso) l’adozione di un Programma comune di reinsediamento, volto ad offrire una protezione più efficace ai rifugiati, aumentando la cooperazione politica e pratica tra gli Stati membri. Si tratta di un meccanismo che è applicabile, tuttavia, su base volontaria, con lo scopo di favorire il trasferimento dei rifugiati dal Paese di primo asilo a un Paese Ue, dove i rifugiati possano stabilirsi in via definitiva e trovare protezione permanente. La Commissione ha anche annunciato l’avvio di un progetto pilota per rafforzare la cooperazione tra le autorità competenti degli Stati membri dell’area mediterranea nelle attività di controllo e sorveglianza e per lo scambio di informazioni.

La cooperazione fra Stati grazie a Frontex, ovvero all’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri Ue è certo positiva, ma insufficiente. Le recenti iniziative assunte dalla Commissione, giunta ormai alla fine del proprio mandato sono (per così dire) a futura memoria e comunque non incisive come sarebbe invece auspicabile. Alla domanda “se l’Unione europea fa abbastanza in materia di asilo”, è facile rispondere negativamente. Forse, con l’approvazione e l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, che prevede la realizzazione di una vera e propria “politica comune in materia di asilo”, le cose sono destinate a cambiare. Forse.

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Per una versione più estesa di questo articolo vedi Il respingimento degli immigrati e i rapporti tra Italia e Unione europea

Vedi anche:

R. Matarazzo: Se in Europa e in America cresce la paura dell’immigrazione

B. Nascimbene: Italia razzista?

F. Pastore: L’Europa e l’immigrazione: la pancia contro la testa