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Sicurezza internazionale

Al-Qaeda in Nord Africa fra propaganda e realtà

8 Set 2009 - Riccardo Fabiani - Riccardo Fabiani

Dopo anni di richieste inevase e pressioni da parte dei paesi vicini, ad agosto l’Algeria ha ospitato a Tamanrasset il primo vertice sulla sicurezza regionale, in cui si è discusso principalmente della minaccia comune rappresentata da Al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi). Hanno partecipato i capi di stato maggiore di Mauritania, Niger e Mali, con la rilevante assenza del Marocco, i cui rapporti bilaterali con l’Algeria sono da anni condizionati in negativo dall’irrisolta questione del Sahara Occidentale. Tuttavia, attorno alla minaccia rappresentata da Aqmi si sono sviluppate negli anni molte esagerazioni, frutto sia di propaganda che di un fraintendimento della natura di questo gruppo. Dalla nascita di Aqmi fino alla sua attuale struttura, è importante cercare di ristabilire la realtà dei fatti, basandosi su quanto è noto finora agli studiosi del fenomeno.

Come nasce Al-Qaeda nel Maghreb islamico
Aqmi affonda le proprie radici nella guerra civile algerina, scoppiata nel 1991-92 a seguito dell’annullamento da parte dell’esercito algerino del secondo turno delle elezioni che avevano visto il Fronte islamico di salvezza affermarsi e prepararsi al governo del Paese. I militanti islamisti, organizzatisi in vari gruppi (di cui il Gruppo islamico armato (Gia) era il più noto), lanciarono in risposta al golpe militare una vera e propria insurrezione, affondando l’Algeria in una guerra civile costata più di 150.000 vittime e terminata, gradualmente, solo pochi anni fa.

Nel 1996 una fazione del Gia guidata da Hassan Hattab, in dissenso con le tattiche del gruppo che vedevano un numero altissimo di civili massacrati, decise di abbandonare l’organizzazione per fondare il Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento (Gspc). Il Gspc si riproponeva di attaccare i militari e lo stato algerino, senza prendere di mira la popolazione civile bensì cercandone il consenso e il sostegno; tuttavia, ben presto il Gspc tornò sui propri passi, ricominciando a colpire anche civili. In questo periodo, la guerra civile algerina cominciò la sua lenta diminuzione d’intensità, finendo con la progressiva marginalizzazione del Gspc nell’Est del Paese, da dove il gruppo si limitava ormai a lanciare le proprie imboscate contro l’esercito, mentre nel Sud un gruppo guidato da Abderrazak El-Para trovava sostentamento tramite il contrabbando e il rapimento di turisti stranieri. Il Gspc, ormai incapace di alimentare un conflitto a più alta intensità, ripiegò così in una nicchia strategica dove le forze armate algerine erano incapaci di porre fine una volta per tutte all’insurrezione islamista.

In questo contesto di stallo strategico da entrambe le parti, nel 2006 il Gspc ha ottenuto da Ayman al-Zawahiri la “benedizione” che ha permesso al gruppo di fregiarsi degli obiettivi strategici e del nome di Al-Qaeda. Nasce così Aqmi, che già fra la fine del 2006 e la prima metà del 2007 si lancia in alcuni fra gli attentati più violenti degli ultimi anni: dapprima, nel dicembre del 2006, vengono attaccati due autobus carichi di lavoratori e ingegneri stranieri all’opera nel Paese; ad aprile 2007 due autobombe esplodono nel cuore di Algeri, vicino ad edifici governativi. In modo simile, a dicembre dello stesso anno 17 lavoratori delle Nazioni Unite vengono uccisi. Nel frattempo, il numero di imboscate aumenta, mentre attentati e rapimenti di occidentali vengono registrati in Mauritania, Tunisia, Mali e Niger.

Propaganda e realtà
La ridefinizione del gruppo come succursale locale di Al-Qaeda ha chiaramente allertato numerosi osservatori e governi occidentali, suscitando il timore che il Nord Africa e, in particolare, le aree di difficile pattugliamento e sorveglianza del Sahel e del Sahara possano diventare una nuova base di espansione del terrorismo islamista . In quest’ottica, dopo l’11 settembre 2001 gli Stati Uniti hanno adottato due iniziative di cooperazione militare con i governi locali: la Pan-Sahel Initiative, lanciata subito dopo l’11 settembre 2001 e che coinvolgeva i governi di Mali, Mauritania, Niger e Ciad; successivamente, la Trans-Sahara Counter-Terrorism Initiative, ha sostituito il programma precedente con un budget più ampio e con la partecipazione di ben 10 stati dell’area.

Che Washington abbia finanziato due programmi di cooperazione anti-terrorismo non è sorprendente, visto che tutti i Paesi dell’area hanno in vari modi “sfruttato” la minaccia di Al-Qaeda per ottenere sostegno militare e finanziario proprio dagli Usa. Molti analisti e rappresentanti governativi hanno avuto gioco facile ad enfatizzare il collegamento con Osama Bin Laden negli Stati Uniti, dove la sensibilità per il tema è per ovvi motivi molto alta. Tuttavia, è importante notare come l’affiliazione dell’ex Gspc ad Al-Qaeda non abbia mai comportato altro che un’associazione nominale ed ideologica fra le due organizzazioni. Non è mai stato provato alcun legame operativo o finanziario, nonostante una parte della stampa abbia ipotizzato una relazione di questo tipo. Aqmi ha adottato un “brand” di successo, tentando così di rilanciare le proprie sorti, attirare nuovi adepti, ampliare il proprio raggio d’azione ed innovare le proprie tattiche. Non è un caso che dal 2006 Aqmi sia di nuovo tornato sulle prime pagine dei giornali, minacciando i governi di tutta la regione e adottando intensivamente la tattica degli attentati suicidi, precedentemente poco usata dal Gspc.

La regionalizzazione della minaccia terroristica è pertanto diventata una minaccia per la stabilità del Nord Africa; tuttavia, ad un attento scrutinio anche questo rischio appare ampiamente sopravvalutato. Aqmi continua ancor oggi ad essere un’organizzazione principalmente algerina sia nell’organico che nella propria tattica. Il numero di attentati registrati della regione è, infatti, nettamente più basso di quelli avvenuti in Algeria; inoltre, a parte la Mauritania e di recente il Mali, gli altri stati dell’area sono stati toccati solo marginalmente dalle attività terroristiche di questo gruppo. Le stesse fila di Aqmi sono ancora prevalentemente rinforzate da algerini, in un’ennesima indicazione che il processo di internazionalizzazione dell’organizzazione è probabilmente ancora lontano dall’essere completo. Aqmi è ancora ampiamente incentrato sulle strutture dell’ex Gspc.

La natura profondamente “algerina” del gruppo fa sì che i rischi per l’Europa siano inevitabilmente limitati, almeno al momento. Si è parlato spesso di rischi per gli investitori stranieri nell’area, a seguito di una serie di comunicati rilasciati da Aqmi, in cui si annunciava l’allargamento degli obiettivi alla presenza occidentale in Nord Africa. Eppure, a distanza di anni i danni causati alle imprese straniere nella regione sono rimasti contenuti a pochi episodi; mentre le compagnie petrolifere e l’infrastruttura per l’estrazione e il trasporto degli idrocarburi in Algeria è ancora immune da attacchi. Allo stesso modo, la paura che Aqmi potesse estendere le proprie operazioni in Europa, sfruttando le reti di maghrebini emigrati in Francia, Germania e Italia non solo per ottenere del sostegno finanziario, ma anche per compiere degli attentati nel cuore del Vecchio Continente, è rimasta finora sulla carta: sebbene i servizi di sicurezza europei siano stati efficienti nello smantellare varie cellule legate ad Aqmi, non c’è stata traccia finora di piani mirati a colpire l’Europa.

Rischi reali e minacce immaginarie
Sottovalutare la minaccia terroristica in Nord Africa sarebbe profondamente sbagliato: finché esisteranno diversi fattori oggettivi capaci di alimentare un diffuso senso di insoddisfazione e delegittimazione delle istituzioni politiche esistenti nell’area, il rischio posto dal terrorismo islamista come unica alternativa allo status quo rimarrà concreto. Aqmi è un’organizzazione terroristica che ha già dimostrato negli anni di poter concepire e realizzare attentati di fattura relativamente complessa, colpendo fin nel cuore di Algeri; pertanto, non è possibile sminuire la minaccia posta da questo gruppo, né è possibile escludere a priori un allargamento delle attività al resto della regione o anche in Europa in futuro.

Tuttavia, è importante anche saper distinguere la propaganda dalla realtà. Aqmi è pur sempre un’organizzazione che conta poche centinaia di militanti, divisi in vari comandi sub-regionali; la decisione di affiliarsi ad Al-Qaeda va interpretata come un tentativo di uscire da un angolo strategico in cui era stata costretta dalla graduale diminuzione d’intensità della guerra civile algerina. Autori come Jeremy Keenan, un antropologo britannico che ha vissuto per anni nella regione, sostengono persino che Aqmi sia una creatura dell’elite militare algerina che da anni controlla la scena politica nazionale da dietro le quinte, interessata a manipolare la minaccia terroristica locale per riconquistare credibilità internazionale dopo la guerra civile, attirare l’attenzione degli Stati Uniti, tenere il Paese in una condizione di perenne mobilitazione e trarre i benefici di questa situazione.

Benché manchino riscontri fattuali incontestabili per sostenere tale tesi, è interessante notare come i governi locali abbiano spesso enfatizzato i rischi per la sicurezza, così da ottenere una serie di vantaggi finanziari e militari nello scenario globale post-2001. In questo contesto, si è detto che Aqmi fosse finanziato da Bin Laden, che fosse diventata un’organizzazione regionale capace di destabilizzare l’area e pronta a colpire in Europa; questi rischi, benché reali, sono stati amplificati e, pertanto, meritano di essere ridimensionati quando si guarda alla stabilità politica di questa regione.

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