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Alla ricerca di una nuova strategia

Afghanistan, il tempo sta scadendo

18 Set 2009 - Federico Prizzi - Federico Prizzi

Secondo fonti americane, ad oggi, solo il 20% degli insorgenti in Afghanistan è ideologicamente talebana. Molti insorgenti, infatti, non sono ideologicamente motivati, ma scontenti di quanto il governo di Karzai e le missioni internazionali hanno fatto finora. Dal 2004 la strategia militare Usa ha fatto notevoli progressi sviluppando i metodi propri della counterinsurgency e mettendo in pratica gli insegnamenti del passato, ma la coalizione non ha ancora conseguito risultati significativi. La situazione in Afghanistan è, infatti, sempre più critica e le elezioni di agosto, da cui sta emergendo la riconferma di Hamid Karzai, non saranno in grado di mutare l’andamento del conflitto a breve termine.

La sequenza strategica
Un importante passo avanti è stato fatto con la strategia di counterinsurgency denominata clear-hold-build (c-h-b) che è stata ideata nel 2007 in ambito Nato sulla base delle lezioni che il Generale Petraeus ha tratto dall’Iraq. Secondo questa strategia, ci si deve concentrare sulla protezione degli afgani e non sulla caccia e l’eliminazione degli appartenenti ad Al Qaida. Bisogna innanzitutto individuare le zone a forte presenza di insorgenti (shaping); devono poi seguire l’invio di unità militari per ripulire l’area dalla presenza nemica (clear) e il mantenimento delle posizioni in modo da proteggere, fra l’altro, la popolazione locale dagli attacchi terroristici (hold). Tutto ciò, congiuntamente alle forze di sicurezza afgane. Infine, bisogna attuare la fase di ricostruzione (build) con il supporto delle squadre provinciali di ricostruzione (Provincial Reconstruction Teams, PRTs) e facendo leva sui meccanismi di cooperazione tra forze militari e civili e sul coinvolgimento di varie organizzazioni internazionali, governative e non. L’obiettivo è di permettere al governo afgano di riconquistare i “cuori e le menti” della popolazione locale.

Solo dopo aver realizzato queste fasi e aver coinvolto tutti gli attori principali, nazionali e non, nella ricostruzione di un Afghanistan sovrano e indipendente, si potrà affrontare l’altro grande ostacolo alla normalizzazione di quella terra. Ovvero, la guerra alla produzione e al traffico di droga. Quest’ultimo è un settore dove gli inglesi hanno assunto da anni un ruolo guida in Afghanistan, ma che non ha prodotto risultati significativi a causa dello stretto legame esistente tra i proventi dell’oppio e la sopravvivenza di molte famiglie afgane. Si stima che ben il 12% della popolazione dipenda dal commercio di oppio (dall’Afghanistan proviene il 90% dell’eroina prodotta a livello mondiale). Il contrasto alla produzione e al traffico di droga non è facilmente conciliabile con le attività di counterinsurgency. Finché non saranno realizzate valide alternative economiche e sarà ridotta la corruzione, tentare di sradicare la coltivazione dell’oppio non farà altro che creare altri scontenti, altra povertà ed altri insorgenti.

Pertanto è evidente come il conflitto in Afghanistan sia ben più complicato di quello iracheno. Tuttavia, sebbene la forza multinazionale non stia affrontando un’insorgenza paragonabile a quella che ha visto l’Armata Rossa capitolare, né il governo afgano, né le truppe Nato hanno ad oggi la capacità di controllare il territorio. Infatti, troppo scarse sono ancora le forze operanti sul territorio e del tutto insufficienti i meccanismi che ne dovrebbero coordinare l’impiego. Ciò è dovuto in particolare al nanismo politico di molti Stati, soprattutto europei, e al mancato coinvolgimento di Russia e Iran nella risoluzione del conflitto.

Allargare l’alleanza
Coinvolgere la Russia e l’Iran nella risoluzione del conflitto afgano contribuirebbe ad alleggerire le pressioni esterne. Con un Pakistan sempre più insicuro e caratterizzato dalla guerra civile, il territorio russo potrebbe essere una valida alternativa per il flusso di aiuti militari e umanitari per le forze della coalizione e per le organizzazioni internazionali operanti in Afghanistan. Inoltre, potrebbe evitare l’esodo forzato di migliaia di cittadini afgani espulsi quotidianamente dall’Iran. Infatti, come dichiarato dall’Alto commissario dell’Onu per i rifugiati (Unhcr), attraverso i passi di Islam Qala e Zaranj, ogni giorno migliaia di afgani, che vivono e lavorano in Iran, vengono rimpatriati con ogni forma di pretesto. Ciò arreca un grave danno alla precaria economia afgana che si basa anche sulle rimesse di oltre un milione di cittadini afgani emigrati in Iran.

Inoltre, gli Stati europei hanno inviato i propri contingenti perseguendo politiche autonome e non coordinate, investendo esigui capitali per la ricostruzione e lo sviluppo completamente svincolati da logiche di lungo termine. Il fatto che la maggior parte degli Stati europei rifiuti di impegnare i propri soldati in operazioni offensive, tese a sradicare gli insorgenti, dilata i tempi di risoluzione del conflitto, costringendo le forze anglo-americane a intervenire anche nelle aree di responsabilità degli altri contingenti. Si accavallano così competenze, si creano tensioni all’interno dei contingenti Nato, si investe nelle province afgane in maniera difforme e si creano malumori e scontenti nei confronti dell’alleanza. Dopo otto anni di instabilità, sembra che in Afghanistan non resti altro che far giocare gli “adulti”. Ovvero, Stati Uniti, Gran Bretagna, Russia ed anche Iran, Cina e India. L’Europa, in quanto tale, sembra incapace di sviluppare una politica estera comune e una propria forza militare. La forza economico-politico-militare a stelle e strisce sopravanza nettamente quella europea.

Un fronte comune contro lo jihadismo
Tuttavia, una soluzione all’insorgenza afgana c’è: sconfiggere il radicalismo religioso di matrice islamica. Dopo essere apparso vittorioso, in alcuni casi con la complicità dell’Occidente, su molti fronti, quali Afghanistan, Somalia, Iran, Bosnia, Kosovo, Cecenia, la sua capacità offensiva si sta sgretolando. Questo però è un processo che richiede ancora tempo, e che vede coinvolte non solo le potenze occidentali, ma anche il mondo islamico moderato, la Russia, la Cina, l’India e l’Iran.

Per sconfiggere lo jihadismo, però, bisogna innanzitutto vincere in Afghanistan con una vera strategia counterinsurgency. Bisogna cioè distruggere i “santuari” dell’estremismo islamico in Pakistan, coinvolgendo, nei governi di entrambi gli Stati, l’ala moderata del fondamentalismo islamico. Riducendo, così, il nocciolo duro al silenzio. Come pure si deve combattere la corruzione della classe politica afgana, investire in infrastrutture atte a rilanciare un’economia distrutta da decenni di guerre e di furti, rilanciare cioè quello che la stessa missione della Nato ha fissato come pilastri della propria azione politico-militare: sicurezza, ricostruzione, sviluppo e capacità di governo.

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Vedi anche:

D. Giammaria: Afghanistan, linea di frontiera della democrazia