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Politica ambientale Usa

L’autunno caldo di Obama in vista di Copenhagen

20 Ago 2009 - Filippo Chiesa - Filippo Chiesa

Sarà un autunno caldo per Obama anche sul fronte della politica ambientale. Il pacchetto di riforme su energia e ambiente promosse dalla Casa Bianca e già approvate dalla Camera approderà infatti al Senato, dove l’esito è tutt’altro che scontato. Quel che è certo è che la decisione del Senato – e del Congresso nel suo insieme – avrà importanti implicazioni sia a livello transatlantico che a livello globale.Un voto affermativo potrebbe infatti dare un impulso importante, se non decisivo, ai difficili negoziati che si svolgeranno a dicembre a Copenhagen nell’ambito della conferenza Onu sul cambiamento climatico. Se invece il pacchetto fosse alla fine respinto o fortemente annacquato anche le prospettive della conferenza di Copenhagen, su cui puntano in modo particolare gli europei, si farebbero assai più fosche.

Il 26 giugno 2009, la Camera dei rappresentanti americana ha approvato con un voto sul filo di lana l’American Clean Energy and Security (Aces) Act, un ampio pacchetto legislativo di riforme energetiche e regolamentazioni ambientali. Uno degli obiettivi chiave del pacchetto è che le fonti energetiche rinnovabili (eoliche, solari, idrocinetiche, geotermiche ecc.) forniscano il 20% della produzione energetica nazionale entro il 2020. Al tempo stesso, il testo prevede il rinnovamento dell’impianto nazionale di trasmissione elettrica e il lancio di nuovi progetti per ridurre la dispersione di energia nel processo di distribuzione dell’elettricità; elettricità che verrà anche utilizzata per i veicoli ibridi. L’Aces mira anche a migliorare l’efficienza energetica di edifici pubblici e privati, sistemi di trasporto e impianti industriali. Il provvedimento contiene anche misure di sostegno allo sviluppo di centrali elettriche in grado di catturare l’anidride carbonica emessa.

Prime crepe alla Camera
La misura più controversa dell’intero testo legge è però la fissazione di un tetto alle emissioni di anidride carbonica. Viene stabilito infatti che entro il 2020 le emissioni di CO2 dell’intera economia americana dovranno essere ridotte del 17% rispetto ai livelli del 2005, lasciando ad ogni impresa la libertà di acquistare o vendere permessi di emissione a seconda della propria capacità di rinnovarsi (questo è il principio base del sistema “cap and trade”, già operativo nell’Ue).

L’idea di imporre un prezzo alle emissioni di anidride carbonica, in modo da internalizzare nei prezzi di mercato l’esternalità negativa dei gas a effetto serra, è però scarsamente popolare. È stato proprio il timore di aumenti delle bollette elettriche e dei costi operativi delle centrali a carbone a dissuadere ben quaranta democratici dal votare a favore del provvedimento alla Camera lo scorso giugno.

La difficile aritmetica del Senato
Le divisioni fra i democratici potrebbero rivelarsi anche più serie al Senato dove i vari interessi regionali vengono spesso amplificati. I senatori democratici degli stati che producono carbone faranno di certo pesare le loro istanze a protezione dell’economia locale. Inoltre, dato che servono 60 voti su 100 per bloccare lo scontato ostruzionismo (“filibustering”) repubblicano, tutti i democratici ed entrambi i senatori indipendenti dovrebbero votare in modo compatto, un evento piuttosto raro. Per il momento, pare che vi siano solo 44 sì (certi o altamente probabili); altri 6 sono considerati “possibili”. Il che significa che Obama deve assicurarsi altri dieci voti per ottenere l’approvazione della riforma per cui si è tanto speso nei mesi scorsi. Dato che solo due repubblicani si sono detti possibilisti e gli altri dieci democratici appaiono esitanti, l’impresa sarà ardua.

Ma anche il partito repubblicano è diviso al suo interno. Da una parte vi è infatti chi ancora mette in dubbio che l’uomo sia responsabile del cambiamento climatico. Dall’altra, un numero crescente di senatori, tra i quali lo stesso ex-candidato alla presidenza John McCain, riconoscono la gravità del contributo umano al surriscaldamento globale e si dicono pronti a lavorare per fermarlo. L’unico elemento che accomuna i due gruppi è l’opposizione al testo proposto dai democratici, considerato inutile dagli uni e troppo radicale dagli altri.

I democratici in cerca di una strategia
I democratici potrebbero cercare di sfruttare a loro vantaggio le divisioni repubblicane. Possono a tal fine seguire tre strategie. La prima è quella di accogliere la richiesta repubblicana di inserire nel provvedimento più incentivi per l’energia nucleare. Questa mossa potrebbe però alienare alcuni voti democratici, e non è detto che riesca a convincere un numero significativo di repubblicani; a conti fatti, il gioco potrebbe non valere la candela.

Una strategia alternativa, sostenuta da alcuni studiosi progressisti americani, è quella di puntare sui giacimenti di gas naturale appena scoperti in stati come l’Arkansas, la Louisiana, il North Dakota, e l’Ohio. Il gas naturale emette metà della CO2 rilasciata dal carbone nella generazione elettrica, e un terzo della CO2 prodotta dalla combustione di benzina. Si tratterebbe di introdurre incentivi all’utilizzazione dei nuovi giacimenti gasiferi con l’obiettivo di conquistare il consenso di almeno quattro senatori democratici provenienti da stati ricchi di gas, che potrebbero presentare ai loro elettori un voto favorevole come un aiuto all’economia locale.

Una terza strategia, a cui però i leader democratici si dicono per ora contrari, è di scorporare il tetto alle emissioni dal progetto di legge, tentando di realizzare la riduzione delle emissioni di CO2 unicamente attraverso le misure di efficienza energetica. Tale mossa potrebbe aiutare alcuni democratici indecisi ad accettare le altre riforme, e rimanderebbe la questione più rovente al periodo post-Copenhagen. Sarebbe però una notevole battuta d’arresto per il movimento riformista democratico. Si tratterebbe infatti, a ben vedere, di una concessione equivalente a quella, preannunciata di recente da Obama, di eliminare l’opzione pubblica dalla riforma sanitaria. Fissare un prezzo per l’emissione di anidride carbonica è infatti essenziale per ristrutturare gli incentivi economici del settore privato e favorire così la transizione ad un’economia pulita.

Cooperazione transatlantica a rischio
L’abbandono del cosiddetto “cap and trade” (il sistema di compravendita di emissioni previsto dal testo di legge) sarebbe un duro colpo per la cooperazione transatlantica in vista di un trattato globale sul cambiamento climatico. Non solo, infatti, si allontanerebbe la prospettiva di un mercato mondiale delle emissioni (che contribuirebbe ad aumentarne l’efficienza), ma la cooperazione tra Usa e Ue verrebbe seriamente ostacolata su molte altre questioni. Il testo attuale dell’Aces prevede, fra l’altro, che parte dei fondi derivanti dalla messa all’asta dei permessi di emissione venga destinata ad attività quali la riduzione della deforestazione nei paesi tropicali, l’aiuto ai paesi più poveri per affrontare le conseguenze nefaste del cambiamento climatico (come il propagarsi della malaria a zone finora immuni), e i trasferimenti di tecnologia alle economie emergenti per favorirne una crescita sostenibile.

Queste politiche di cooperazione allo sviluppo sono di fondamentale importanza per costruire un “ponte transatlantico” verso un nuovo accordo internazionale sull’ambiente dopo anni di incomprensioni ideologiche durante la presidenza Bush – come auspicato di recente, fra gli altri, da William Antholis della Brookings Institution.

Nonostante il cambio di rotta impresso da Obama, rimangono alcune frizioni tra le due sponde dell’Atlantico. Gli americani, ad esempio, sono restii a porre un tetto alle emissioni equivalente a quello europeo. Alcuni europei (francesi in primis), dal canto loro, si sono detti pronti ad adottare dazi doganali punitivi nei confronti delle nazioni che non regolamenteranno le loro emissioni di CO2, compresi gli Stati Uniti, mentre Obama ha escluso l’adozione di misure protezionistiche.

Se il Senato americano approvasse una versione annacquata dell’Aces – soprattutto se rinunciasse a fissare un tetto alle emissioni di anidride carbonica – metterebbe a serio rischio la cooperazione transatlantica proprio a poche settimane dall’importante appuntamento di Copenhagen. C’è da augurarsi che i democratici americani trovino i numeri per far passare una riforma coraggiosa. Potrebbe essere la svolta in grado di aprire la strada a un nuovo trattato per il contrasto al cambiamento climatico che possa rimediare all’insuccesso di Kyoto.

Vedi anche:

Center for American Progress: A National Clean-Energy Smart Grid 101

Guidelines for Carbon Dioxide Capture, Transport, and Storage

Center for American Progress: Natural Gas: A Bridge Fuel for the 21st Century

Climate Change Measure Should Be Set Aside, U.S. Senators Say

Brookings Institution: The Good, the Bad, and the Ugly: EU-U.S. Cooperation on Climate Change