IAI
Ruolo internazionale dell’Italia

Il pericoloso paradosso del nazionalismo

19 Ago 2009 - Ferdinando Salleo - Ferdinando Salleo

Non sarà il “mondo piatto” proclamato da Thomas Friedman, ma certo le frontiere degli Stati sono diventate porose dopo il ventennio del disordine internazionale che è seguito alla guerra fredda: le culture si intersecano, scienza e tecnologia si propagano, la società dell’informazione ha domato la censura, la prosperità creata dagli investimenti e dagli scambi, non meno però degli sconquassi delle crisi e delle pandemie, tracimano e si spandono senza troppi ostacoli. L’interdipendenza ha persino affievolito il riservato dominio interno degli Stati – che pure trova sanzione nello Statuto dell’Onu – mentre la responsabilità individuale e collettiva dei membri della comunità internazionale per la pace e per i problemi globali è assurta progressivamente a patrimonio comune. La sovranità westfaliana si è fatta asfittica e formale: del resto, era a sua volta emersa da guerre sanguinose dopo secoli in cui aveva dominato invece la coesistenza tra sovranità diverse, di differente intensità, condivise o sovrapposte. Già Luigi Einaudi ammoniva senza mezzi termini “che il nemico numero uno della civiltà e della prosperità è il mito della sovranità assoluta degli Stati”.

Un multipolarismo in cerca di governance
Spentisi i conati dell’unipolarismo, paralizzate le Nazioni Unite dai veti incrociati, i maggiori protagonisti convengono ritualmente e genericamente sulla necessità di un sistema multipolare, ma esitano a concordarne i poli, a definire cioè il quadro politico chiamato a formarne gli indirizzi concreti, e ad immaginare il sistema stesso: così, gruppi di Otto, Quattordici, Ventiquattro si riuniscono a geometria variabile, temendo poi soprattutto che si consolidi un’intesa strategica tra la Cina e gli Stati Uniti, rivali uniti dalla complementarità. La comunità internazionale è confusamente alla ricerca di uno schema di governance adeguata al nuovo assetto del mondo proprio perché i grandi problemi possono essere affrontati solo con equilibri stabili e politiche concordate che mettano gli strumenti e i mezzi a fattor comune.

Viene infatti da chiedersi se abbia ancora senso parlare di grandi, medie e piccole potenze, come si è fatto sinora, e tentarne definizioni sensate (in base poi a quali parametri, quantitativi o qualitativi?), se non contando con realismo le capitali che abbiano una politica estera e siano in grado e disposte ad assumersene le responsabilità. Abbiamo ben visto potenze medio-piccole esercitare grande influenza nel mondo grazie alla forza delle idee che propugnavano e all’abilità della loro diplomazia, come potenze grandi e ricche collocarsi amorfe al margine della scena mondiale.

Trasformazioni globali e assetti interni
In questo senso, conviene anche guardare con attenzione alle modifiche che il mondo globale impone all’assetto interno dei singoli Paesi, con una sorta di soft power sistemica che quasi inavvertitamente modula i rapporti sociali e i fattori della produzione adattandoli alle nuove condizioni in modo che possano sfruttarne i vantaggi e prevenirne i rischi: basti pensare alle colossali trasformazioni che la consapevolezza della globalizzazione ha prodotto in Cina e in India nel tessuto economico-sociale e persino in quello culturale e politico.

Come nei secoli delle grandi scoperte, la politica estera tende oggi a formare gli assetti interni dei Paesi in un mondo ormai del tutto interconnesso; né si può esorcizzare la globalizzazione a parole chiudendo gli occhi alle realtà che ci sopravanzano. Del resto, non era certo un’“anima bella”, o un idealista sognatore, il cancelliere Bismarck quando proclamava il Primat der Aussenpolitik, quando vedeva cioè, nel bene come nel male, la cifra che avrebbe modulato l’evoluzione interna del Paese discendere dal disegno strategico come lo percepiva la classe dirigente nel definirne il ruolo internazionale. Une certaine idée… sarebbe stato detto più tardi, ma in un’analoga visione storica e politica.

Il ruolo dell’Italia e i costi del nazionalismo
Venendo all’ipotesi di ripiegamento dell’Italia sull’orizzonte prevalentemente nazionale, ventilata come destino adatto ad una potenza “di soglia”, proviamo a guardare alle conseguenze di una politica estera che esalti i confini piuttosto che l’interdipendenza, collochi l’estero nell’estraneità e respinga la partecipazione alle strutture sopranazionali. Guardando lucidamente all’assetto del mondo, Stefano Silvestri ha analizzato i termini della collocazione dell’Italia d’oggi, i nostri dati culturali ed economici, storici e ideali concludendo correttamente per l’integrazione nella comunità internazionale e, caso mai, per un maggiore e più consapevole sforzo. Le prospettive delle conseguenze interne ci inviano lo stesso messaggio.

All’alba della Repubblica, pur di fronte all’ingiusto e umiliante Trattato di pace, il grande patriota liberale Luigi Einaudi ammoniva i costituenti proprio sul costo della scelta nazionalista – una scelta “che conduce alla legge della giungla” – esortandoli a portare l’Italia nei “consessi internazionali” rendendola attiva costruttrice di un’Europa unita fatta di Paesi che “rinunciassero ad una parte della propria sovranità”, presciente definizione della sopranazionalità. E sottolineava appunto che l’isolamento connesso all’opzione nazionalista avrebbe invece risuscitato “i miti dello spazio vitale”, avrebbe “pronunciato la scomunica contro gli emigranti dei Paesi poveri, […] creato le barriere doganali e, impoverendo i popoli, li avrebbe [spinti] ad immaginare che, ritornando all’economia predatoria dei selvaggi, essi [potessero] riconquistare ricchezza e potenza”.

Possono apparire sinistre profezie, ma l’esperienza ci ha insegnato che il demone risorge con facilità e si nutre degli oscuri timori ancestrali dell’“altro da sé” e del diverso, risuscita i miti più strani e sfocia nel localismo e nel nativismo, nella regressione culturale e nel rigetto della solidarietà. Se non peggio…

Le radici umanistiche della proiezione internazionale dell’Italia
Il patrimonio dei centocinquant’anni di storia nazionale, malgrado certe derive, è stato costruito attorno ad una visione umanistica del ruolo dell’Italia perché le antiche tradizioni degli italiani si sono fatte storia politica unitaria attorno agli ideali che oggi la Costituzione repubblicana connette anche all’impegnata partecipazione alla vita internazionale. Così, la rinuncia a perseguirla razionalmente, ad affermare cioè un destino comune, potrebbe persino affievolire quegli stessi legami che hanno riunito gli italiani di tanti Stati attorno a quello che Mazzini chiamava “comun diritto” e Renan “plebiscito quotidiano”.

La tradizione internazionalista ci è connaturata: i Comuni e le Signorie, la Serenissima e il Regno normanno-svevo erano energicamente impegnati all’estero. Il Piemonte di Cavour poté realizzare il Risorgimento grazie alla proiezione estera del suo disegno. Dalle distruzioni della guerra persa, l’Italia ha potuto risollevarsi grazie alla partecipazione all’Alleanza Atlantica e alla sopranazionalità dell’integrazione dell’Europa che una classe dirigente consapevole dei valori risorgimentali ha saggiamente voluto. La continuità storica e ideale dell’Italia, con i valori di libertà e di progresso, si colloca univocamente nell’approccio idealista alla collaborazione nel mondo.

Gli impegni presi con i trattati multilaterali e la sovranità messa in comune con gli altri europei – il vincolo esterno, come si sogliono chiamare le limitazioni liberamente sottoscritte – sono un veicolo a due direzioni che, con gli obblighi assunti, ci permette al tempo stesso di influire sul comportamento degli altri Stati per far valere il nostro interesse e i nostri principi.

Il piano inclinato del ripiegamento nazionalista
L’isolamento che il ripiegamento contiene in sé potrebbe invece indurre i governi a sentirsi svincolati dagli impegni che formano ormai un corpo di norme, un diritto progressivamente indirizzato ad affrontare concordemente i problemi della sicurezza e quelli dello sviluppo. Inevitabilmente, il peso nel mondo di un Paese inadempiente o riluttante continuerebbe a scivolare verso il basso contribuendo al declino che si vuole esorcizzare.

Le vie di mezzo tra la piena e impegnata partecipazione alla vita internazionale e l’isolamento non sembrano sussistere, a meno di pensare a forme di nazionalismo espansivo e assertivo che richiedono, queste sì, mezzi e volontà politica che non sembra realistico supporre, oppure a forme di terzaforzismo che la geopolitica ha riservato a Paesi dalle particolari caratteristiche e in periodi anche temporalmente limitati. In effetti, la strada del disimpegno dalle realtà internazionali conduce oggi all’isolamento. Un Paese che si apparta dalla vita internazionale per timore di esserne escluso dagli altri è un pericoloso paradosso.

La globalizzazione, di cui è responsabile prendere coscienza come di una realtà obiettiva, c’entra concettualmente poi fino ad un certo punto. Le stesse maggiori potenze, ma tanto più un Paese “di soglia”, dipendono dalla cooperazione internazionale e dall’estensione della sopranazionalità per esaltare il proprio potenziale di idee e il proprio patrimonio di prosperità e di progresso.

Vedi anche:

S. Silvestri: Italia o Italietta, al vertice o media potenza?

S. Fagiolo: Identità nazionale e politica estera: un nesso indissolubile

V.E. Parsi: Come evitare un destino da Italietta