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Politica estera italiana

Come evitare un destino da Italietta

9 Ago 2009 - Vittorio Emanuele Parsi - Vittorio Emanuele Parsi

È dalle origini dello Stato nazionale che l’Italia si interroga su quale debba essere il suo “posto tra le nazioni”, la posizione che “le spetta” in virtù di un passato grande, ma sempre più lontano. Queste proiezioni sono state tutt’altro che univoche, e spesso velleitarie o pretestuose, come peraltro, in maniera speculare, sono state velleitarie o pretestuose, quelle “fughe in avanti” sostenute dalle sottoculture critiche o alienate rispetto allo sforzo unitario (come per lungo tempo è stato il cattolicesimo politico) o sostenitrici di paradigmi differenti rispetto allo Stato liberale e borghese (come nel caso della cultura comunista e del suo difficile rapportarsi con le istituzioni nazionali, la storia patria e la collocazione internazionale dell’Italia).

Tra miraggi ideologici e velleitarismo
Tra i miraggi africani di Crispi, le suggestioni moraliste e astoricamente pacifiste di un Dossetti e le parabole sul superamento dei blocchi, magari velate di un terzomondismo di maniera che per lungo tempo hanno alimentato i dirigenti del vecchio Pci, non c’è poi molta differenza. Tutte e tre accomunate come sono dal sostanziale rifiuto del principio di realtà, dalla sistematica opzione a favore dell’etica della convinzione a discapito dell’etica della responsabilità, riflettono la dimensione e la pervicacia delle forze ostili con cui si è dovuto a lungo confrontare chi cercasse di tracciare le linee di una politica estera ragionevolmente audace e non programmaticamente rinunciataria.

Il velleitarismo e la pretestuosità rappresentano così due sindromi sempre in agguato nelle vicende dell’Italia e della sua politica estera, oltretutto alimentate da quella vera e propria diffidenza che una serie di insuccessi largamente inattesi ha creato nei governi e nelle opinioni pubbliche dei Paesi presso i quali abbiamo cercato di accreditarci. In fondo, la nostra ambizione di politica estera ha sempre dovuto muoversi tenendo bene a mente un nobile ammonimento e una sprezzante battuta. L’ammonimento è di Niccolò Machiavelli: quando si scocca una freccia è necessario mirare molto in alto, giacché chi punta invece al bersaglio finisce con il colpire i propri piedi. La battuta è di Otto von Bismarck: che paragonava l’atteggiamento dell’Italia in politica estera a quello di una persona dotata di grande appetito, ma anche di denti irrimediabilmente guasti. È d’altra parte vero che, spesso, la classe dirigente del Paese si è mossa in maniera anacronistica rispetto agli eventi di cui era perlomeno comprimaria, talvolta anticipando tendenze che si sarebbero manifestate a distanza di decenni, talaltra, e prevalentemente, in palese ritardo sulla comprensione dello Zeitgeist. Persino in uno dei momenti storici in cui l’Italia ebbe maggiormente l’impressione di “contare” in politica estera, di essere finalmente giunta al riconoscimento di quello status di grande potenza a lungo agognato – dopo la prima guerra mondiale e negli anni Trenta del Novecento – l’avventurismo coloniale fuori tempo massimo e la non comprensione del quadro ormai definitivamente mondiale dello scenario internazionale finirono con il rendere quel traguardo illusorio.

La sindrome di Carlo VIII
L’atteggiamento di sufficienza recentemente espresso dal manchesteriano The Guardian e da un editorialista di The New York Times riflettono un pregiudizio radicato e duro a morire, immediatamente ripreso da molta stampa internazionale, a riprova di quanto gli stereotipi funzionino nel tempo e nello spazio. In maniera altrettanto prevedibile, questi giudizi caustici sono riecheggiati su organi di stampa e soggetti politici nostrani, in ossequio alla “sindrome di Carlo VIII”, per cui alle fazioni – guelfe o ghibelline che siano, milanesi piuttosto che fiorentine o romane – non par vero di chiamare in proprio aiuto “il gran signore” dall’esterno, pur di colpire il proprio “nemico” interno. Bizzarro che in così poco tempo, gli stessi che si credono emuli del grande giornalismo indipendente stile The Washington Post, abbiano memoria così corta da aver dimenticato come The Economist avesse praticamente una rubrica fissa sui misfatti e le inadempienze del povero Romano Prodi, quand’era presidente della Commissione europea.

Ora, ha ragione Stefano Silvestri, quando ricorda i successi oggettivamente messi a segno dall’Italia repubblicana nel secondo dopoguerra in termini di incremento di status. A quelli più oggettivi, legati all’ingresso nell’Onu, nella Nato, nella Ceca, nel G7 e poi nell’euro, vanno sommati quelli di percezione, che resero glamour l’italianità a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta. Possiamo dire che furono successi legati a una condizione storica irripetibile e peraltro non degna di rimpianti. La divisione del mondo in due blocchi nuclearizzati e ideologicamente avversi, la riduzione dell’Europa al suo troncone occidentale, il fatto che quel mondo ossificato chiedesse di effettuare grandi scelte “una volta per tutte” e poco più (magari ribadendole 30 anni dopo, come nel caso dell’appartenenza alla Nato e della scelta di installare gli euromissili): tutto ciò fu compreso e sfruttato con intelligenza da una classe politica, comunque ancora memore della guerra e della guerra civile e, occorre ricordarlo, nella fase del suo declino comunque temprata dalla stagione del terrorismo e della sua sconfitta.

Nuovi orizzonti e fine della rendita di posizione
Questo scenario è tramontato. E quelli che vengono emergendo sono orizzonti molto meno promettenti. C’è intanto il fatto che il sistema internazionale è sostanzialmente universale, nonostante la persistenza e il rafforzamento di ambiti regionali, diversificati, ma tutt’altro che impermeabili gli uni alle influenze degli altri. C’è poi che il confine non scorre più sulla “soglia di Gorizia” e che quella del Mediterraneo assume molto più l’aspetto di una frontiera (aperta nei due sensi, osmotica e non per questo, naturalmente sicura), in cui nessun Paese può coltivare l’illusione di godere di un qualche privilegio per la sua mera collocazione geografica. Due delle immagini che per tutta la Guerra fredda si erano contese (in apparenza) l’immaginario della politica estera italiana (l’estremo Occidente e il ponte sul Mediterraneo) sono ormai inservibili, se non per fare localismo politico travestito di una dimensione internazionale. L’Italia, fosse anche governata da nuovi geniali emuli di Machiavelli e Cavour, deve agire in un ambiente internazionale per il quale essa è sempre più “fuori scala”, per cui, se già era difficile ritagliarsi un posto nel concerto europeo, è sostanzialmente impossibile farlo nel mondo globale.

A meno di non comprendere lo spirito del tempo e sintonizzarsi con esso, per cercare di capire quali siano le carte a disposizione del nostro Paese che possono avere un oggettivo valore sulla scena internazionale. E queste sono sintetizzabili in tre parole: Europa, affidabilità istituzionale, corresponsabilità per la sicurezza.

Proprio per le nostre dimensioni e per il nostro passato non brillante, dobbiamo capire che la possibilità per la politica estera italiana di incidere nella riformulazione del nuovo sistema internazionale passa per la capacità dell’Europa di essere un attore effettivo ed efficace della politica internazionale. In questo quadro, è nostro vitale interesse non solo favorire ogni movimento che vada nella direzione di rafforzare la presenza europea sullo scacchiere internazionale, ma anche rendere più incisiva la nostra presenza in Europa.

Il mondo che si sta profilando è un mondo ancora in buona misura intessuto di regole e istituzioni “occidentali”, immaginato principalmente a misura di democrazie ed economie di mercato. A fronte del crescere della rilevanza di attori nuovi e diversi rispetto a queste caratteristiche (la Cina, ad esempio) o del ritorno di altri che stentano a imboccare definitivamente la strada di uno sviluppo e di una stabilità legati a democrazia e mercato (la Russia), l’Italia continua a vantare una permanenza ormai irreversibile nel club “occidentale” e una esperienza nella partecipazione a forme di governance democratiche di tutto rispetto. Non si tratta di farsene vanto, e neppure di immaginarsi un fortino delle democrazie in cui rinchiudersi, ma piuttosto di non svilire la comune appartenenza alle democrazie, tanto più in una fase storica in cui, ancora, il loro peso è sovrarappresentato nelle principali istituzioni internazionali. Il che implica, operativamente, essere tra i Paesi all’avanguardia rispetto ai temi che sono sempre più rilevanti e connotanti per le grandi democrazie e per le loro opinioni pubbliche: ambiente ed energia sono evidentemente tra questi.

Pensare in grande per non tornare all’Italietta
Il riferimento alla politica estera di Cavour non era solo una boutade. Una delle poche caratteristiche comuni ai governi di vario colore della cosiddetta “seconda repubblica”, è stata quella di comprendere che, se voleva continuare a essere presa in considerazione come una possibile azionista della governance mondiale dopo la fine della Guerra Fredda, l’Italia doveva essere disposta a pagare alcuni sovrapprezzi, ad assumersi alcuni rischi in più, in particolare nel settore della sicurezza. È stata questa acquisizione comune a guidare scelte anche molto diverse in ordine al grado della loro legalità e legittimità internazionale, come l’invio di truppe in Iraq, Afghanistan, Libano. E la stessa logica può essere rintracciata nella nostra partecipazione alle operazioni nei Balcani.

Oggi l’Italia è apprezzata anche per la sua disponibilità a far parte di queste missioni. È un rispetto che travalica gli ambiti delle nostre alleanze militari ed è manifestato apertamente in sede Onu. Disperdere questo patrimonio di nuova credibilità, acquisito con così alti sacrifici da parte del personale militare, o renderlo ostaggio di sterili e pretestuose polemiche politiche locali, rappresenterebbe, questo sì, il ritorno all’Italietta, e la perdita di consapevolezza che pensare in grande è l’unico modo per sfuggire al vincolo della dimensione: piccola o media che sia.

Vedi anche:

S. Silvestri: Italia o Italietta, al vertice o media potenza?