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Missioni all’estero

Afghanistan tra guerra e politica

10 Ago 2009 - Mario Arpino - Mario Arpino

L’Afghanistan non si smentisce: è un osso duro. Lo sanno gli inglesi, i russi, gli americani e, ora, anche i ventotto membri della Nato con i “volonterosi” associati in quest’avventura. Se nel 2001 non ci fosse stato l’undici settembre e se il territorio afgano non avesse ospitato i campi di addestramento di al-Qaeda, è molto probabile che nessuno avrebbe mai pensato di disturbare i talebani per portare una democrazia della quale ben pochi, là, forse avvertivano il bisogno.

Il 12 settembre, emotivamente, ci siamo sentiti tutti americani e abbiamo avvertito il dovere di impegnarci solennemente in qualcosa che aveva tutti i contorni dell’ignoto. In sede Nato, abbiamo persino votato l’applicabilità dell’articolo 5, cosa che in cinquantadue anni non si era mai resa necessaria. Con questo atto, è inutile ora fare sottili distinguo, ci siamo dichiarati in guerra. Certo, delle perplessità ci saranno anche state, ma ognuno le ha covate in privato, a casa propria. La causa sembrava talmente giusta – ed in effetti lo è – che nessuno ha voluto, o potuto, tirarsi indietro. È così che ci siamo trovati in Afghanistan. E ora ci accorgiamo che, lasciato cadere ogni velo, siamo “costretti” a combattere.

Obiettivi troppo ambiziosi
L’Onu, solitamente cauto e poco decifrabile, questa volta, con le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, si è espresso con inusitata chiarezza, invitando gli Stati a contrastare con tutti i mezzi al-Qaeda, i talebani, i narcotrafficanti, le bande criminali e auspicando il disarmo delle milizie. Ma si è anche assunto, confidando nella Nato, un compito eccessivamente ambizioso per quella che è la realtà del Paese.

In Afghanistan, dove storicamente mai nessuna situazione imposta è stata gestibile, con una buona dose di presunzione si è voluta aggredire a pettine – ovvero con priorità assai vaghe – tutti i mali del mondo. E, nello stesso tempo, introdurre tutto il bene possibile, come la democrazia, un nuovo sistema giuridico, la legalità dei traffici, la distruzione delle coltivazioni di oppio, il disarmo delle fazioni, l’istruzione scolastica, la ricostruzione, i diritti delle donne, e così via.

E il controllo del territorio? Senza di questo, nessuna delle attività elencate, tutte tentate, è seriamente perseguibile. Chi lo afferma è un illuso o non è in buona fede. Come si osserva, a pochi giorni dalle elezioni i “soldati di pace” – ma io mi limiterei a chiamarli soldati – non riescono ancora a controllare Kabul. Non si comprende proprio come potrebbero controllare tutto il territorio. Il problema, quindi, ha origine qui, ma è un cane che si morde la coda. Non si è voluto, o potuto, dare sin dall’inizio la priorità al territorio, perché, da un lato, gli anglosassoni hanno preferito dare più importanza all’Iraq e, dall’altro, i paesi europei della Nato, dopo la solenne licitazione dell’articolo 5, non hanno osato disturbare le rispettive opinioni pubbliche con un intervento massiccio che, se non era proprio “di pace”, sarebbe stato sicuramente “per la pace”. Anche se ciò avrebbe richiesto sin da allora un’interpretazione estensiva dell’articolo 5 ed una profonda revisione del Concetto Strategico dell’Alleanza.

Oggi, probabilmente, è tardi, e solo una graduale afganizzazione del conflitto, con buona pace dei principi che sempre accompagnano la nostra azione, potrà trarci d’impaccio. Prima che a una strategia d’uscita, sarebbe doveroso almeno tentare, tardivamente, una nuova “strategia del successo”. La causa di tutto? E’ inutile recriminare, ma senza dubbio va ascritta al clima di scarsa chiarezza politica nel quale ci siamo trovati a fare le prime mosse.

Insufficiente chiarezza politica
L’Onu, attraverso le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza non è stato affatto carente nelle autorizzazioni e nell’indicazione delle linee d’azione. Il limite, che è stato anche l’errore iniziale, va ricercato nell’incapacità o nella volontà degli Stati – dopo il primo intervento statunitense in coordinamento con gli afgani dell’Alleanza del Nord – di assicurare da subito una presenza militare più ampia, non limitata all’area di Kabul, ma estesa a tutto il territorio. È un limite che tuttora persiste, anche se con l’aggravarsi della situazione la presenza è aumentata e molti caveat sono stati eliminati. È questa la priorità che gli Stati, e successivamente la missione Isaf della Nato, avrebbero dovuto realizzare fin dall’inizio. Invece, non si è avuto il coraggio di farlo, e ci si è fermati ad interventi minori, tanto per dimostrare che ciascuno stava in qualche modo onorando il mandato. Grande responsabilità hanno avuto, in questo, gli americani, per i quali, all’inizio, gli alleati erano un peso piuttosto che un aiuto, soprattutto gli europei, la cui carenza di determinazione ne ha a lungo paralizzato l’efficacia.

Così, è stato lasciato campo libero alle bande, alla coltura dell’oppio, ai signori della guerra e al ritorno dei nuovi talebani, nemici del bene del popolo, ma pronti ad accettare alleanze con il facinoroso di turno. È stata carente a tutti i livelli un’attenta e comune azione politica, tesa ad analizzare in ogni sede la situazione, i successi, gli insuccessi, la validità degli obiettivi e la rispondenza al mandato. Anche recentemente ci si è affidati all’azione militare tout court, ma condotta tardivamente, con forze insufficienti e per conseguire obiettivi limitati nel tempo e nello spazio. Fino alle elezioni del 20 agosto, poi si vedrà.

Uscire dalle ambiguità
In ogni caso, pur in questo quadro di incertezza, qualcosa si muove. A Washington circola uno slogan, che è “Petraeus anche in Afghanistan”. La nomina del generale americano Stanley McCrystal, fautore della “guerra collaborativa”, a capo della missione Isaf e l’introduzione dei 21 mila uomini promessi da Obama, dopo le elezioni dovrebbero dare una mano robusta al nuovo governo. Ma nessuno ha la certezza che il metodo Iraq funzionerà anche dove l’autorità centrale storicamente non ha mai esercitato un vero potere. La Nato, come al solito, si adeguerà a quello che fa l’alleato maggiore. Per ora, sta cominciando a riscrivere il proprio Concetto Strategico, facendo chiarezza anche sulla legittimità di intervento in situazioni tipo Afghanistan o similari.

In questo contesto di incertezze e di precarietà nell’individuazione di precisi obiettivi politici e di strategie conseguenti, l’Italia sta facendo una figura assai migliore di altri. I nostri soldati sono tra i più apprezzati, hanno comandanti credibili e, seppure in ritardo, dispongono di mezzi idonei, buoni supporti e regole chiare. Il governo, per bocca del ministro della difesa Ignazio La Russa, recentemente ha confermato che nella maggioranza non ci sono forze che chiedano il ritiro dall’Afghanistan. Anche fra le file dell’opposizione nessuno lo chiede.

Sì, c’è stata qualche caduta di stile che non ha fatto certo piacere ai soldati in teatro, ma ricordiamoci che siamo quelli che durante la guerra del Golfo, alla quale stavamo partecipando con i Tornado carichi di bombe, ci esprimemmo a favore del piano di pace di Primakov, con scandalo degli alleati. Siamo gli stessi che durante la guerra del Kosovo, con i Tornado carichi questa volta di missili anti-radar, consentimmo a nostri politici di andare a Belgrado a trattare separatamente con Milosevic, con altrettanto scandalo degli alleati. Le esternazioni del ministro Bossi sul ritiro delle truppe? In confronto, acqua di rose! Monica Maggioni, in una delle sue belle corrispondenze dall’Afghanistan, ha osservato che i nostri politici non si meritano i nostri soldati. E se avesse ragione?

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Vedi anche:

G. Dottori: L’Italia in Afghanistan tra nuovi impegni e minacce crescenti

F. Bindi: L’Europa alla prova anche in Afghanistan

M. Rossoni: Un ‘conflitto’ nel conflitto: ricostruzione civile ed attività militari in Afghanistan