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Dopo le elezioni

Afghanistan, linea di frontiera della democrazia

22 Ago 2009 - Duilio Giammaria - Duilio Giammaria

Le recenti elezioni presidenziali e provinciali in Afghanistan sono state il secondo importante appuntamento elettorale dalla caduta dei talebani. La comunità internazionale con uno speciale gruppo di supporto delle Nazioni Unite ha lavorato per dare solidità ed efficacia al processo democratico. Solo il 10% dei 7.000 seggi previsti è risultato inagibile, e le regole democratiche di “accesso ai media” sono state rispettate, seguendo persino le rigorose linee guida dell’Osservatorio di Pavia. Da questo punto di vista il risultato è considerevole. Ma l’Afghanistan è un paese che resiste alla modernità, in cui lo strato di “democrazia formale” poggia su un corpo basato in larga parte su rapporti informali, spesso invisibili.

Verso un nuovo equilibrio
L’equilibro che scaturirà da queste elezioni dipenderà in larga parte da tre fattori:
1. La mancanza di sicurezza che ha alienato una parte della popolazione. Sarà questo ancora il problema chiave che dovrà affrontare il prossimo esecutivo, insieme alla disillusione che l’incapacità del governo di portare sviluppo ha creato fra gli afgani.
2. L’atteggiamento della popolazione rurale che ha partecipato al voto seguendo in gran parte l’appartenenza etnica e tribale: ne è derivato un inasprimento del confronto politico con il rischio di crescenti contrapposizioni.
3. La concreta capacità del futuro governo di “uscire” da Kabul, riunendo il paese attorno ad un sentimento di unità nazionale. Gli ultimi sviluppi evidenziano il rischio di una frammentazione su base etnica, che i diversi livelli di sviluppo delle varie regioni del paese tendono ad accentuare. Le milizie talebane sono cresciute perché hanno offerto “lavoro” ad una manovalanza di giovani (la metà degli oltre 30 milioni di afgani ha meno di 18 anni) non raggiunta e in alcuni casi neanche sfiorata dallo sviluppo.

Oggi, dopo otto anni di presenza continuativa internazionale nel paese, anche i più convinti sostenitori dell’opzione militare, sono persuasi che la sicurezza è solo condizione “necessaria ma non sufficiente”. Lo sviluppo economico e l’educazione formale e informale sono per loro natura più lenti e difficili da costruire, ma sono conditio sine qua non per la ricostruzione dell’Afghanistan, la risoluzione dei problemi delle aree tribali del Pakistan e in definitiva per un contrasto efficace al terrorismo regionale e internazionale.Qualunque governo scaturirà dalle elezioni sarà giudicato dalla capacità di usare la leva dello sviluppo economico e di promuovere valori condivisi attraverso l’istruzione e la formazione.

La politica degli inviati speciali
La nomina di Richard Holbrooke a “inviato speciale” Usa per l’Afghanistan e il Pakistan (Af-Pak), un ruolo più snello di quelli tradizionali della politica internazionale, ha spinto molti altri paesi a fare altrettanto. Il Ministro degli Esteri Franco Frattini ha prontamente nominato l’ambasciatore Attilio Massimo Iannucci. Francesi, inglesi e canadesi hanno fatto altrettanto e il club degli inviati è cresciuto sino a 25 membri. Al di là del numero, se si guarda alle questioni da un punto di vista regionale si coglie un elemento di innovazione che, se ben usato, potrebbe fornire inedite soluzioni.

Nei giorni delle elezioni Iannucci, Holbrooke e il francese Mariani erano presenti nella regione. L’attitudine pragmatica del gruppo di lavoro degli “inviati speciali” è espressa in una recente dichiarazione di Holbrooke a Islamabad:
“…la maggioranza di chi combatte nei ranghi dei talebani non ha una motivazione ideologica, combattono per altre ragioni, per una pistola o danaro, perché non hanno un lavoro o per un’ingiustizia commessa contro di loro da, forse, un poliziotto corrotto”.

Riunire un tavolo di coordinamento degli “inviati speciali” disposti a discutere con franchezza e senza reticenze può fa saltare il tappo delle convenzioni diplomatiche, facilitando la ricerca di strategie comuni non solo su Afghanistan, ma anche sul Pakistan: è un ottimo strumento per ricostituire una visione d’insieme e forse anche per creare opportunità di dialogo.

La prospettiva Af-Pak sarà tanto più utile quanto più servirà a promuovere concreti progetti transfrontalieri. L’idea di sviluppare forme di sostegno e di sviluppo alla formazione e all’economia su tutta la fascia abitata dalla popolazione Pashtun, dall’una e dall’altra parte della frontiera, risponde all’esigenza di entrambi i paesi di stabilizzare comunità che dell’intervento internazionale hanno percepito finora solo la dimensione militare. Da questo punto di vista l’Italia, con la cancellazione del debito di 80 milioni di euro e con la disponibilità di un credito allo sviluppo per altri 80 milioni, può tracciare una strada.

La nuova fase politica e la presenza internazionale
La nuova fase politica che scaturirà dalle elezioni offre l’opportunità di un’analisi dell’operato della comunità internazionale e dell’Italia. Il prossimo governo afgano dovrà risalire la china di una profonda disillusione dell’opinione pubblica afgana. La mancanza di capacità amministrativa e di governo ha favorito la rinascita dei talebani. L’esperienza dello Swat, in Pakistan, fino a qualche tempo fa una delle zone più tranquille del paese, ma di cui i talebani erano poi riusciti a prendere il controllo, è emblematica della rapidità con cui i fenomeni degenerativi possono annullare i successi conseguiti.

L’Afghanistan, come anche il Pakistan, sono aree in cui, contrariamente ai luoghi comuni, l’evoluzione in un senso o nell’altro – verso lo sviluppo o la degenerazione – può essere estremamente rapida. Qualunque strategia deve quindi svilupparsi lungo una rotta precisa, ma va continuamente corretta e adattata.

La missione militare della Nato in Afghanistan (Isaf) ha raggiunto l’apice, per quantità di uomini e mezzi, in corrispondenza della tornata elettorale. Ciò ha certamente favorito un risultato elettorale al di sopra delle aspettative piuttosto fosche della vigilia. Ma è anche evidente che la politica per la sicurezza e la ricostruzione seguita fin qui, che è imperniata sulle squadre provinciali di ricostruzione (Provincial reconstruction teams, Prt), non è ulteriormente estendibile. Anche i vertici della Nato ammettono che sarà piuttosto necessario un ulteriore aumento delle truppe afgane.

La mancanza di regia
Dal punto di vista degli interventi internazionali di cooperazione allo sviluppo, il tratto comune è stata la mancanza di una vera regia. Dopo gli iniziali successi ottenuti con la riapertura delle scuole e il disarmo delle milizie, gli interventi non hanno avuto la necessaria continuità, non essendosi coagulato il consenso necessario a sostenerli. I bisogni reali della popolazione sono stati spesso trascurati. La comunità internazionale ha lavorato contemporaneamente su un’ampissima gamma di settori di attività con un’inevitabile dispersione di risorse.

La mancanza di regia è in parte dovuta anche all’enorme quantità di attori impegnati nelle varie attività di ricostruzione che ha dato luogo, persino all’interno dei singoli paesi, a confusione e sovrapposizioni di ruolo. Inoltre il rapido “turn-over” dei cooperanti, spesso anche meno di sei mesi in alcuni settori di punta, come appunto i Prt, ha impedito lo sviluppo di attività che richiedono continuità. Gli interlocutori afgani, a livello sia delle amministrazioni centrali che di quelle periferiche, ne hanno tratto una sensazione di instabilità che ne ha scoraggiato l’impegno.

La mancanza di sicurezza ha ulteriormente allontanato la comunità internazionale residente in Afghanistan dalla vita quotidiana degli afgani e ciò le ha fatto perdere il polso della situazione. È vitale da questo punto di vista, che tutte le istituzioni internazionali e nazionali, comprese quelle italiane, mostrino una maggiore capacità di “ascolto” del paese reale in modo che quest’ultimo possa a sua volta percepire il valore della presenza internazionale.

L’importante contributo dell’Italia
Il tasso di disoccupazione e di analfabetismo è l’indice di un’emergenza a cui va rapidamente data una risposta, perché la propaganda talebana ha dimostrato di sapersi alimentare proprio dall’incapacità di portare rapidamente sviluppo nelle aree remote della frontiera tra Afghanistan e Pakistan. L’Italia ha accumulato esperienza e conoscenza in alcune delle zone più difficili sia dell’Afghanistan che del Pakistan. Le due missioni archeologiche permanenti a Gazni, in Afghanistan e a Saidu Sharif, nello Swat in Pakistan, insieme ai numerosi studi antropologici e storici, costituiscono un prezioso corpus di rapporti e di conoscenza per lanciare inediti progetti di formazione proprio nelle zone a cavallo della frontiera. Sarebbe questo un contributo importante da parte italiana alla ripresa e allo sviluppo dell’Afghanistan in una fase in cui, dopo le elezioni, si aprono nuove importanti opportunità che gli afgani possono però mettere a frutto solo con il sostegno della comunità internazionale.

Vedi anche:

M. Arpino: Afghanistan tra guerra e politica