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Il G8 dell'Aquila

I vertici e il governo mondiale: sostanza o apparenza?

7 Lug 2009 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Piano B, piano C, evacuazione d’emergenza, tensostrutture, il G8 dell’Aquila passerà certamente alla storia come il più avventuroso della lunga serie. Al terremoto finanziario degli ultimi mesi farà così da contrappeso il ricordo – e un po’ anche il timore – del terremoto fisico, in una sintesi spettacolare tra il reale e il virtuale che riesce se non altro ad aggiungere un po’ di pepe ad un vertice in rapido declino. Un G8 soffietto, che si allargherà di volta in volta sino a 30 partecipanti, in una vorticosa danza di arrivi e partenze, che cerca così di raffermare la sua prevalenza nei confronti del figlio ambizioso, quel G20 che era stato creato dallo stesso G8 (allora G7) nel 1999, come riunione specialistica dei responsabili finanziari, ma che ora è stato elevato al rango di Summit con scadenze rapide e ravvicinate (nel corso del 2009 ce ne saranno almeno due: uno già svoltosi in Gran Bretagna e il prossimo in autunno negli Stati Uniti).

Un continuum di incontri sempre più complessi e macchinosi
Espansione e moltiplicazione: non possiamo più seriamente parlare di Vertici, ma di una sorta di continuum che cerca in qualche modo di creare le basi di una nuova governabilità internazionale, al di fuori delle organizzazioni internazionali create a questo scopo, ma con il concorso di tutti i maggiori paesi.

I Vertici un tempo erano una cosa eccezionale. Servivano a regolare grandi questioni politico-strategiche. Tra le due guerre non ce ne furono molti (Rapallo, Monaco) e non riuscirono nel loro intento. Gli alleati ne tennero alcuni durante la II guerra mondiale (Teheran, Yalta, Postdam), e servirono a stabilire il quadro geostrategico del dopoguerra. Successivamente se ne svolsero alcuni, in particolare tra Usa e Urss, con andamenti alterni (un disastro quello tra Kennedy e Krusciov, un successo quello tra Gorbaciov e Reagan), che comunque regolarono le grandi questioni dell’equilibrio strategico e accompagnarono la fine della Guerra Fredda.

I vertici periodici furono un’invenzione francese (iniziarono a 4, per poi estendersi al Giappone, all’Italia e al Canada) per trattare in riunioni ristrette ed informali alcuni grandi questioni e trovare un’intesa tra leader. Ora però sono esplosi in macchine gigantesche di consultazioni periodiche su agende vastissime, in cui la parte di riunione ristretta e informale è sempre più ridotta, mentre prende il sopravvento la pratica delle grandi conferenze diplomatiche e del lavoro preparatorio sul comunicato finale, secondo il modello sperimentato da riunioni quali il Consiglio Atlantico e il Consiglio Europeo, ma senza l’aggancio a una organizzazione da loro dipendente (come la Nato o l’Unione Europea).

Non sono quindi né carne né pesce. Danno l’apparenza del governo mondiale, senza averne la sostanza, e soprattutto non si sa più bene chi siano oggi i “Grandi” da coinvolgere nelle deliberazioni. Gli ottimisti sostengono che attraverso tutti questi Vertici si elaborerà una sorta di consenso internazionale sulle nuove regole e la nuova forma di governo della globalizzazione, che successivamente verrà tradotta in formule istituzionali tradizionali, con i loro poteri formali ben delimitati. I pessimisti temono che il tutto si esaurisca in una sorta di grande operazione di immagine, a vantaggio dei vari “Grandi” che potranno così atteggiarsi a decisori e soprattutto a salvatori globali di una situazione fortemente rischiosa e deteriorata, senza peraltro decidere nulla di realmente efficace e vincolante.

L’ombra del G2 e il ruolo dell’Europa
La realtà,come al solito, sarà molto più sfumata, con aspetti sia positivi che negativi, ma rimarrà certamente sul tappeto la questione centrale e irrisolta, cioè quella di una vera presa d’atto dei mutamenti intervenuti nel sistema internazionale e degli adattamenti che devono essere compiuti nel governo di tale sistema. In realtà è possibile che il Vertice più necessario sia anche quello che ancora non è stato varato, e cioè il cosiddetto G2 tra Usa e Cina: non perché questi due paesi da soli possano risolvere tutti i problemi, ma perché al centro di molte delle nostre incertezze c’è l’Asia (dal Medio Oriente all’Afghanistan, al Pakistan , alla Corea del Nord, eccetera) e al centro dell’Asia c’è il grande enigma della Cina e del ruolo che questa nuova grande potenza intende svolgere, sia nei grandi equilibri economici e finanziari, sia in quelli strategici. Una questione essenziale, che tuttavia richiede in primo luogo un’intesa con la maggiore potenza globale e solo dopo potrà essere estesa al resto del mondo.

E infine, di vertice in vertice, viene regolarmente evocata, ma mai risolta, la questione dell’Europa, oggi sovra-rappresentata in tutti i grandi consessi, dal Consiglio di Sicurezza agli stessi G8 e G20, essenzialmente perché ancora presente sotto le bandiere dei singoli stati nazionali europei e non sotto quella unificata dell’Ue. È certo doloroso e difficile gestire un processo di ridimensionamento, anche se proprio l’Ue potrebbe offrire agli europei l’occasione di ribadire il loro ruolo globale e primario. Ma ai vertici la presenza dell’Ue è solo tecnica e di appoggio (ed è del tutto assente dalle Nazioni Unite) mentre i partecipanti a pieno titolo sono proprio i leader di stati in via di progressivo indebolimento. Una contraddizione in più che certo contribuisce all’impressione complessiva di irrealtà che scaturisce sempre più spesso da queste riunioni.

Il G8 continua a macinare riunioni, così come tutte le sue filiazioni e imitazioni, anche perché non esistono alternative, o almeno non ne esistono ancora; esso dovrebbe in realtà preparare la sua stessa sparizione, dando vita ad un sistema diverso e più integrato ed efficace di governo internazionale. Ma è un po’ come quel comitato di cavallerizzi che dovevano inventarsi il successore del cavallo, e pensarono solo ad un cavallo più grande. Il motore a scoppio era al di fuori della loro immaginazione.

Vedi anche:

R. Matarazzo: Il Vertice dell’Aquila tra attese e obiettivi realistici

B. Voltolini: Quale ruolo per il G2?