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Africa

Somalia, le speranze stanno svanendo

10 Lug 2009 - Daniela Kroslak, Andrew Stroehlein - Daniela Kroslak, Andrew Stroehlein

Con questo articolo prende avvio una nuova collaborazione tra AffarInternazionali e l’International Crisis Group, centro studi internazionale specializzato nella prevenzione dei conflitti.
La situazione di grave pericolo in cui versa la Somalia è stata rimarcata un paio di settimane fa dall’assassinio del Ministro per la Sicurezza Omar Hashi Aden. Siamo al punto che notizie come queste non riescono neanche ad aumentare il livello di disperazione del paese. Durante la conferenza stampa con il leader libico Muammar Gheddafi del mese scorso, il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, ha chiesto azioni forti e immediate nel Corno d’Africa. Se si volesse seriamente dare seguito a questi propositi si dovrebbe cominciare dalla Somalia.

Rischio escalation
La crescente violenza nella Somalia del sud e in particolare nella capitale Mogadiscio, anch’essa profondamente segnata dal conflitto, rischia di mettere a repentaglio i pur modesti risultati politici faticosamente raggiunti a partire dallo scorso dicembre. Se non saranno adottati provvedimenti condivisi e urgenti che possano porre fine alle violenze, la probabilità che il paese scivoli in un vero e proprio conflitto civile è alta. C’è il rischio che il numero di rifugiati somali, così come l’estremismo violento in uscita dalla Somalia, crescano ancora.

La dimensione e la ferocia dei nuovi scontri tra il governo transitorio e le fazioni islamiste più estreme che vi si oppongono non ha precedenti, neanche per gli standard somali. Più di 200.000 civili sono sfollati a causa dei combattimenti a Mogadiscio e dintorni, in centinaia sono stati uccisi e migliaia risultano feriti. I combattimenti si sono estesi a zone che non erano state sfiorate dalla violenza neanche nei peggiori momenti degli scontri degli ultimi tre anni, fino ad arrivare a regioni centrali tradizionalmente meno violente, come l’Hiiran e Galguduud, diventate teatro di aspri scontri tra le truppe pro-governative del movimento di Ahl al-Sunnah wal Jama’ah e gli estremisti di Al-Shabaab.

L’enorme ondata di profughi civili, particolarmente massiccia a Mogadiscio, sta aggravando la terribile crisi umanitaria. Ne ha fortemente risentito la capacità di operare delle agenzie di aiuto: è il prevedibile risultato di una politica contraddistinta da una serie di passi falsi e opportunità mancate.

Gli ultimi sei mesi hanno offerto alla Somalia la rara possibilità di ri-orientare ed espandere il processo di pace, e raggiungere un accordo di pacificazione politica che fosse duraturo. Una serie di sviluppi politici e militari favorevoli, avvenuti in rapida successione, hanno rappresentato una novità che sembrava offrire un margine di speranza per il futuro.

Una riconciliazione subito abortita
Lo scorso dicembre, il Presidente del governo transitorio, già fortemente impopolare, subiva delle forti pressioni a lasciare il proprio incarico. L’Etiopia calava il sipario sull’intervento militare, durato due anni e fin dall’inizio destinato al fallimento, che ha contribuito all’ulteriore radicalizzazione del paese e ad aumentare il sostegno per gruppi militari islamici come Al-Shabaab. Il processo di pace di Gibuti culminava in un pacifico accordo tra il governo transitorio e la fazione dell’Alleanza per la ri-liberazione della Somalia guidata dallo sceicco Sharif Sheikh Ahmed. Successivamente, una sessione comune ed allargata del Parlamento, lo acclamava presidente. La speranza era che la sua connotazione di islamico lo avrebbe aiutato a riconciliarsi con i suoi ex compagni di militanza che si erano opposti alla conferenza di Gibuti. Tra le sue prime mosse figuravano il trasferimento a Mogadiscio e l’avvio di trattative sotterranee con i più potenti leader insurrezionali, grazie all’intercessione di personalità di spicco di varie comunità locali e a un gruppo di capi islamici provenienti dal Golfo.

Adesso però è chiaro che Sharif ha iniziato tale dialogo con scarsi mezzi e senza la necessaria preparazione. Anzitutto, ha sottovalutato la forte antipatia personale e la diffidenza che suscitava presso i suoi ex-compagni di militanza, da cui veniva considerato un traditore. In secondo luogo, Sharif non aveva in realtà molto da offrire in vista di un accordo, e anche dal punto di vista militare la sua posizione era debole. Alle fazioni militanti, che grazie a una serie di vittorie militari già controllavano indisturbate vaste aree della Somalia centrale e del sud, non veniva offerto alcun incentivo al compromesso (le truppe etiopi si erano già ritirate per decisione autonoma).

In ultimo, Sharif stava operando al buio in assenza di un consenso internazionale a un processo di pace inclusivo anche nei confronti delle frange militanti. Mentre alcuni governi sostenevano questa prospettiva, altri preferivano impegnarsi in maniera più selettiva. Lo stesso inviato dell’Onu, Ahmedou Ould-Abdallah, è apparso titubante sulla strategia da adottare.

Le esitazioni della comunità internazionale
I contatti con il leader miliziano Hassan Dahir Aweys sono stati particolarmente danneggiati da tali ambiguità. Oltre alla vaga promessa che il governo transitorio e i governi arabi avrebbero insistito per rimuovere il suo nome dalle liste americane dei finanziatori terroristi esteri, nient’altro è stato offerto ad Aweys. Era dunque inevitabile che questi avrebbe visto nella sbandierata strategia di riconciliazione solo un modo per ottenere a basso prezzo il suo appoggio al governo transitorio. Non c’è da meravigliarsi che Aweys si sia alla fine dimostrato solo un “guastatore”.

Considerata la gravità e la complessità della crisi somala, è normale che la comunità internazionale continui a rimanere perplessa. Nonostante ciò, non agire sarebbe comunque imperdonabile e fortemente irresponsabile, data la piega assunta dalla crisi. Oggi, la comunità internazionale ha bisogno di rinvigorire il processo di pace per cercare di far breccia nelle fila dei militanti, offrendo un accordo che possa conquistarne il favore. Un primo passo sarebbe la ripresa del dialogo tra il governo transitorio e le milizie in una località neutrale. Si tratta innanzitutto di discutere i termini per un cessate il fuoco che garantisca incolumità ai civili e la sicurezza dei corridoi per gli aiuti umanitari.

Azioni ritardate o inadeguate potrebbero favorire l’aggravarsi della situazione somala, la crescita del numero dei militanti estremisti e minacciare anche altri paesi oltre a quelli del Corno d’Africa. Opzioni, dunque, da non prendere in considerazione.

Daniela Kroslak è Vicedirettrice del Programma Africa ed Andrew Stroehlein è Direttore per le comunicazioni all’International Crisis Group.

Vedi anche:

M. Guglielmi: Il ritiro etiope dalla Somalia e il ritorno delle Corti islamiche