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Asia

Se i missili nord-coreani scuotono l’Asia orientale

27 Lug 2009 - Nicola Casarini - Nicola Casarini

Il baricentro economico e politico mondiale si sta gradualmente spostando verso Oriente. Il perno è – e sarà sempre più – l’Asia orientale, con al suo centro la relazione tra Cina e Stati Uniti. Un profondo riallineamento dei rapporti di forza è in atto nell’area. Le ultime manifestazioni muscolari del regime della Corea del Nord e le reazioni dei suoi vicini sono emblematici dei rischi e delle sfide che attendono le leadership regionali e gli Stati Uniti. Ben consci, questi ultimi, che in questa parte del mondo caratterizzata da sempre più forti nazionalismi competitivi, si giocano i futuri equilibri internazionali.

La sfida nord-coreana
Il lancio di un missile Taepodong-2 il 5 aprile 2009 ha riportato la Corea del Nord al centro dell’attenzione internazionale. Nonostante la condanna del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il regime di Pyongyang ha eseguito un test atomico il 25 maggio scorso, seguito dal lancio di sei missili a corto raggio. In un’ulteriore prova di forza, il regime di Kim Jong-il ha lanciato sette missili al largo della sua costa orientale il 4 luglio, poche ore prima dell’inizio dei festeggiamenti negli Usa per il Giorno dell’Indipendenza. I primi due missili erano Scud con una gittata tra i 400 e i 500 chilometri e quindi in grado di colpire la capitale della Corea del Sud, Seul. Gli ultimi erano Rodong, vettori di medio raggio capaci di raggiungere obiettivi anche a 1.000-1.500 chilometri di distanza e quindi di colpire agevolmente buona parte del territorio giapponese. Gli ultimi lanci violano le risoluzioni 1695, 1718 e 1874 del Consiglio di Sicurezza Onu che vietano alla Corea del Nord tutte le attività relative ai missili balistici. A nulla sono valse le sanzioni prese all’unanimità (incluse Cina e Russia) contro Pyongyang il 12 giugno, con la risoluzione 1874. Il regime stalinista-dinastico di Kim Jong-il ha ancora una volta deciso di sfidare la comunità internazionale.

Le recenti provocazioni di Pyongyang sono legate alla successione all’attuale leader, Kim Jong-il, gravemente malato, e al conflitto interno al regime tra l’ala militare e il Partito dei Lavoratori. Al contempo le reazioni dei paesi vicini alla minaccia nordcoreana non sono destinate a rimanere senza conseguenze sulle dinamiche regionali. La Corea del Sud, in particolare, è preoccupata delle crescenti manifestazioni di aggressività del regime del Nord, ma anche dei costi di un’eventuale unificazione in conseguenza di un collasso di Pyongyang. Come sottolineato da Seongho Sheen in un recente articolo lo status quo è l’opzione maggiormente caldeggiata sia dalla maggioranza della popolazione sia dal governo. Quest’ultimo ha utilizzato i recenti lanci missilistici nordcoreani per esercitare pressioni su Washington e superare la tradizionale riluttanza americana a sostenere l’ammodernamento del sistema difensivo sudcoreano, che ora, secondo Seoul, è più che mai necessario per far fronte alla crescente minaccia militare nordcoreana. Il tutto in linea con la nuova iniziativa diplomatica, la New Asia Initiative, lanciata dal Presidente sud-coreano, Lee Myung-bak, a marzo di quest’anno durante una visita di stato in Indonesia, che punta ad aumentare il peso regionale ed internazionale della Corea del Sud, ritagliandole un ruolo autonomo tra le grandi potenze dell’area: Cina, Giappone e Stati Uniti.

Verso un riarmo del Giappone?
Anche in Giappone non sono mancate le reazioni. Il governo conservatore di Taro Aso, pur indebolito sul fronte interno al punto da essere stato costretto a indire le ennesime elezioni politiche anticipate per il 30 agosto, ha utilizzato i recenti lanci missilistici di Pyongyang per promuovere un obiettivo caro alle forze nazionaliste: un graduale riarmo del paese insieme a una minore dipendenza dall’ombrello nucleare americano. Il Giappone vuole essere in grado di fronteggiare in maniera più autonoma eventuali minacce alla sicurezza nazionale, tra le quali figurano la Corea del Nord, il terrorismo internazionale, ma anche l’ascesa della Cina. L’ex premier Shinzo Abe ha più volte sostenuto la necessità di avviare una discussione su un eventuale ‘riarmo’ del paese. Le recenti provocazioni di Pyongyang hanno pertanto fornito ottime ragioni agli elementi più conservatori e militaristi del Giappone, come l’ex-capo dell’aviazione, il generale Toshio Tamogami, noto per le sue campagne a favore dell’acquisizione di armi nucleari. È stata inoltre avanzata una proposta di legge per l’uso anche militare dello spazio, mentre la commissione difesa del partito liberaldemocratico al potere ha proposto che il dispositivo militare del paese possa assumere anche caratteristiche offensive.

Le preoccupazioni di Pechino
Il rischio di innescare una ‘corsa agli armamenti’ nell’Asia orientale è stato sottolineato dal Segretario americano alla Difesa, Robert Gates, durante i lavori della recente conferenza Shangri-La sulla sicurezza regionale. L’amministrazione Usa è giustamente preoccupata dei rischi insiti in una corsa al riarmo dei suoi alleati sudcoreani e giapponesi. Ai quali si è aggiunta di recente l’Australia. Con la pubblicazione di un Libro Bianco della Difesa, il governo australiano ha varato un piano da 70 miliardi di dollari australiani (circa 40 miliardi di euro) da qui al 2030 per aumentare la capacità difensiva e affrontare una possibile minaccia militare nella regione. Lo stanziamento servirà ad acquistare missili a lunga gittata, a raddoppiare la flotta di sottomarini (arriveranno a dodici) e per dotare l’esercito di cento caccia F-35 e otto nuove navi da guerra. Il Libro Bianco australiano menziona esplicitamente la situazione in Asia nordorientale e la modernizzazione dell’esercito cinese come ‘fonte di preoccupazione’.

I piani di ammodernamento delle capacità difensive dei principali alleati asiatici dell’America (Giappone, Corea del Sud, Australia) arrivano in un momento nel quale l’amministrazione americana è intenta a costruire una nuova partnership strategica con la Cina. I piani di riarmo degli alleati asiatici di Washington forniscono ulteriori motivi alla Cina per modernizzare il proprio arsenale. È una spirale che rischia di non avere fine e che potrebbe mettere a rischio la stabilità regionale con un impatto negativo anche sulla crescita economica. Di cui il regime cinese ha disperatamente bisogno per garantire la pace sociale e la sua stessa sopravvivenza. I dirigenti cinesi guardano pertanto con preoccupazione ai recenti lanci missilistici nordcoreani, e alle reazione dei vicini, in quanto rischiano di innescare spirali militaristiche e di acuire le tensioni politiche tra i paesi dell’area, che, a livello economico, sono sempre più integrati tra loro. Per questo si è riaperto il dibattito a Pechino sul dossier nord-coreano e le sue possibili soluzioni.

La Cina è l’ unico sostegno importante della Corea del Nord, a cui fornisce aiuti economici, energia e armi. Anche se Pechino ha accettato di sostenere le sanzioni contro il regime nord-coreano, i dirigenti cinesi continuano a dare l’impressione di non volere utilizzare fino in fondo la loro influenza su Pyongyang. La stabilità interna della Corea del Nord, sotto un regime amico, rimane un caposaldo della politica estera cinese. Continuando a puntellare il piccolo alleato stalinista, la Cina spera così di evitare l’ondata di profughi sui suoi confini nord-orientali e la formazione di una grande Corea sotto l’egida di Seul, con la prospettiva dell’esercito americano stazionato ai suoi confini. Per tali ragioni, i dirigenti di Pechino vogliono evitare un crollo del regime di Kim Jong-il.

Allo stesso tempo, stanno facendo capolino nuove idee su quale approccio adottare verso la Corea del Nord. Come sottolineato da Francesco Sisci in un recente articolo su Asia Times, il pugno di ferro con Pyongyang, e perfino l’opzione di un’invasione militare, non sono più argomenti tabù nei circoli accademici e del partito. Tali azioni, soprattutto un’eventuale opzione militare, richiederebbero però un accordo di ampia portata con gli Stati Uniti e la ridefinizione degli equilibri regionali, a tutto vantaggio di Pechino. Cosa che Washington e i suoi alleati asiatici potrebbero non essere pronti ad accettare, nonostante la loro reiterata volontà di risolvere la questione nord-coreana.

La prospettiva dell’Unione economica
Le recenti provocazioni di Pyongyang stanno dunque contribuendo a riaprire i giochi tra le grandi e medie potenze in Asia orientale per la ridefinizione degli equilibri politico-militari. Allo stesso tempo, stanno emergendo concrete proposte di unione economica a livello regionale, come l’East Asia Free Trade Area modellata sulla falsariga dell’Ue. A marzo di quest’anno è stata presentata la Cha-am Hua Hin Declaration on the Roadmap for the Asean Community 2009-2015 che prefigura la nascita, tra sei anni, di una comunità economica nel Sud-Est asiatico comprendente circa 570 milioni di persone. A maggio c’è stato poi l’accordo della Chiang Mai Initiative tra i dieci membri dell’Asean più Cina, Giappone e Corea del Sud (Asean + 3) che ha l’obiettivo di creare un fondo di emergenza di 120 miliardi di dollari per proteggere i paesi dell’area in maniera più autonoma dalle conseguenze della recessione mondiale.

Uno scenario in forte evoluzione, dunque, quello dell’Asia orientale, che pone all’Occidente crescenti interrogativi non solo economici, ma anche politico-strategici.

Vedi anche:

Ultimo numero della rivista in inglese dello Iai The International Spectator interamente dedicato all’Asia orientale.

Carlo Calia: La roboante successione a Kim Jong-il