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Scenari globali

La nuova partita a scacchi tra Stati Uniti e Cina

10 Lug 2009 - Alessandro Spaventa - Alessandro Spaventa

E così Hu Jintao e Barack Obama non si sono incontrati. Dovevano farlo a L’Aquila, nel corso del vertice del G8, ma l’esplodere della situazione nello Xinjiang o Turkestan orientale, come preferiscono chiamarlo gli Uiguri, tra tensioni etniche e brutale repressione delle forze di sicurezza di Pechino, ha indotto il presidente cinese a tornare precipitosamente in patria. Sarà per un’altra volta. Le occasioni non mancheranno e se non dovessero presentarsi verranno create ad hoc.

Dopo gli anni del boom cinese e della luna di miele clintoniana e quelli un po’ più interlocutori dell’era Bush, Washington e Pechino sono ora in una fase di osservazione reciproca. Gli Stati Uniti al momento, in linea con il nuovo approccio di generale apertura di Obama, sembrano orientati a fare di tutto per rinsaldare i rapporti con la Cina e averla dalla loro parte anche perché sono costretti a dedicare le loro energie prima di tutto alla crisi economica e alla situazione in Iraq, Afghanistan e Iran. Pechino, d’altro canto, sembra cercare di approfittare del momento di relativa debolezza degli Stati Uniti, con una politica più assertiva, che appare mirata, da un lato a mutare gradualmente i rapporti di forza, e dall’altro a cercare di saggiare il terreno per capire fino a che punto è possibile spingersi.

Le aperture di Washington…
I segnali provenienti dagli Stati Uniti a riguardo sono chiari. L’ultimo è stato la decisione di scegliere John Huntsman, un esponente repubblicano di primo piano, come ambasciatore in Cina. Con la scelta di Huntsman, governatore dell’Iowa e soprattutto copresidente e stratega della campagna elettorale dello sconfitto candidato repubblicano John McCain, infatti, viene dato un rilievo particolare alle relazioni tra Cina e Stati Uniti, ponendo le premesse per un approccio bipartisan in cui possa riconoscersi gran parte dello schieramento politico di Washington.

Altri segnali di attenzione si erano già avuti nei mesi precedenti con il viaggio in Asia del Segretario di Stato Hillary Clinton, che durante la tappa in Cina si era ben guardata dal sollevare con il governo di Pechino la spinosa questione dei diritti umani, e soprattutto con il tentativo nel corso dell’ultimo G-20 a Londra, di promuovere un più stretto coordinamento tra i due paesi per affrontare la crisi economica e finanziaria, dando così corpo alla proposta del G-2 lanciata lo scorso 6 marzo dal presidente e dal vicepresidente della Banca Mondiale in un articolo sul Washington Post.

L’approccio amichevole della Casa Bianca rappresenta una correzione di rotta significativa, non solo rispetto a quello dell’amministrazione di George W. Bush, ma anche a quello del debutto dell’amministrazione Obama e dello stesso presidente degli Stati Uniti. Solo lo scorso 22 gennaio il Segretario del Tesoro americano, Timothy Geithner, nel corso dell’audizione al Senato per la conferma della sua nomina, aveva accusato Pechino di manipolare la propria valuta, un refrain costante dei politici americani; la stessa accusa era stata già lanciata da Obama in una sua lettera aperta del 13 luglio 2007 all’allora Segretario del Tesoro Henry Paulson. Da allora, complice la crisi e l’assunzione della presidenza, il tono sembra essere notevolmente cambiato.

…e le pressioni di Pechino
Assai diversa la posizione della Cina. Dall’esplodere della crisi e dall’avvento della presidenza Obama, Pechino non ha perso occasione per rimarcare le responsabilità degli Stati Uniti per aver trascinato il mondo in una spirale recessiva e per non aver saputo intervenire in tempo e nel modo più appropriato per contenere i danni. Alle accuse si accompagnano le minacce, a volte assai esplicite e brutali, di diminuire gli investimenti in titoli di stato americani e altre attività in dollari, favorendo un declassamento del ruolo della valuta americana negli scambi internazionali.

Una minaccia credibile fino ad un certo punto, visti i rischi che comporterebbe proprio per Pechino, le cui riserve valutarie sono appunto in massima parte investite in attività americane, ma che trova buoni alleati negli altri paesi del cosiddetto Bric (Brasile, Russia, India e Cina), e in particolare nella Russia e nel Brasile. La Russia non ha perso occasione nel corso del vertice dei Paesi del Forum di Shanghai, che raggruppa un buon numero di paesi dell’Asia orientale e sudorientale, di attaccare violentemente il dollaro quale moneta di riserva internazionale; il Brasile ha siglato di recente un accordo proprio con la Cina che prevede che gli scambi tra i due paesi avverranno solo attraverso le due rispettive valute, il real e lo yuan, senza ricorso al dollaro.

Verso un nuovo scenario
Schermaglie, minacce, aperture e chiusure reciproche. Il rapporto tra Cina e Stati Uniti è ambivalente sin dallo scongelamento delle relazioni avvenuto negli anni ’70. Ma è soprattutto un rapporto che nel corso degli ultimi venti anni è divenuto da un lato sempre più stretto e dall’altro sempre più competitivo, creando strani equilibri.

Proprio la crescita impetuosa dell’economia cinese dell’ultimo ventennio, tuttavia, ha spinto la Cina a riconsiderare il proprio ruolo strategico. Da un lato Pechino ha la necessità di sostenere la crescita e lo sviluppo del paese, e quindi di assicurarsi fonti sicure di approvvigionamento di materie prime, allargando il terreno di caccia a tutto il globo, Africa e America Latina in primis, e di garantire la sicurezza delle rotte commerciali sulle quali esse viaggiano, espandendo così la propria area di influenza, il che talora la mette in rotta di collisone con gli interessi americani. Dall’altra, la stessa crescita permette oggi alla dirigenza cinese di immaginare per il proprio paese un ruolo da vera potenza mondiale, con la quale gli Stati Uniti saranno costretti a fare i conti, e di garantirsi il controllo sul proprio vicinato, l’Asia orientale e sudorientale. La crescita della spesa militare, ma soprattutto i canali verso cui viene indirizzata, è a riguardo significativa. Il governo cinese sta concentrando gli investimenti in tre aree precise, tutte mirate a porre le premesse per un mutamento dei rapporti di forza con gli Stati Uniti: programma spaziale, missilistico e nucleare; guerra cibernetica; sviluppo della flotta marina e soprattutto sottomarina. Al tutto si aggiunge un sempre più intenso programma di spionaggio, sia industriale che militare.

Tutte queste iniziative cinesi, ma soprattutto lo scenario strategico che si sta profilando, sono valutate a Washington con estrema attenzione e preoccupazione. Ed è in tale quadro che vanno interpretate le schermaglie, le minacce, le aperture che caratterizzano, in modo un po’ confuso e apparentemente contraddittorio, l’attuale fase dei rapporti tra Usa e Cina. Come due giocatori di scacchi di fronte ad una nuova partita, i due avversari si stanno studiando per cercare di capire reciproche strategie, debolezze e punti di forza. Quale piega prenderà la partita non è possibile dire, ma sono in molti a Washington e Pechino a pensare che essa dominerà la scena internazionale dei prossimi decenni.

Vedi anche:

B. Voltolini: Quale ruolo per il G2?