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Le proteste nella Repubblica Islamica

La crisi in Iran e le lenti distorte dell’Occidente

1 Lug 2009 - Nicola Pedde - Nicola Pedde

Non avranno alcun esito le commissioni di indagine sul voto in Iran, così come è lecito attendersi un rapido e progressivo assestamento dei tumulti che hanno interessato il paese dal controverso voto dello scorso 12 giugno. Una grande folla continua a partecipare alle innumerevoli proteste pubbliche, ed una ancora più grande scandisce slogan ed urla Allah-u Akbar (Dio è grande) dai tetti delle case. Esattamente come all’epoca della rivoluzione, quando si sfidava il coprifuoco manifestando anche da casa, costringendo lo Scià nei suoi ultimi giorni a dire ‘io sento le vostre voci’.

Quello che è diverso, rispetto all’epoca della rivoluzione, è l’assenza di una leadership rivoluzionaria, la presenza di uno Stato ben più forte e determinato del fragile e traballante Trono del Pavone, e soprattutto, l’assenza di una comune volontà nel rovesciare completamente il sistema. Gli iraniani possono avere anche il desiderio di vedere annullate queste elezioni, molti desiderano certamente la fine della presidenza Ahmadinejad, ma la protesta per le strade non chiede la fine della Repubblica Islamica. Non si manifesta per sovvertire il sistema; si manifesta per trasformarlo e renderlo più democratico. In un’epoca senza certezze e caratterizzata da eventi imprevedibili e potenzialmente pericolosi, la solidità e la continuità dello Stato – soprattutto dello Stato che dà lavoro – viene messa in discussione da pochi. Quel che è certo, invece, è che la Repubblica Islamica e la sua retorica rivoluzionaria sono oggi arrivate al capolinea.

Corsi e ricorsi storici.
Quello del 12 giugno 2009, tuttavia, non è il primo atto di forza della componente radicale per la conquista del potere. Un evento assolutamente simile accadde poco dopo la rivoluzione, nell’ultima metà del 1979. Subito dopo la caduta dello Scià, infatti, vennero al pettine i nodi nella eterogenea compagine rivoluzionaria, composta da forze religiose di vario orientamento: nazionalisti, comunisti, islamico-marxisti, liberali e altre componenti minori. Superata la fase critica dello scontro con le truppe imperiali, le varie forze rivoluzionarie iniziarono a ragionare sul futuro assetto del paese dopo la fine della monarchia, e fu ben presto chiaro che la formula della Repubblica Islamica non accettava compromessi. La componente radicale all’interno della compagine religiosa (composta in larga misura anche da ex esponenti delle altre forze politiche) comprese quindi come fosse assolutamente necessaria una escalation, per eliminare le altre forze politiche e accelerare il processo di affermazione della Repubblica Islamica. Due eventi contribuirono allora in questo processo, uno intenzionale e l’altro fortuito. Il primo fu l’occupazione dell’ambasciata americana e la presa in ostaggio del personale diplomatico per 444 giorni, che determinò la chiusura delle relazioni internazionali del paese. Il secondo fu invece l’avvio della guerra con l’Iraq, che permise di concentrare ogni sforzo in direzione della difesa del paese, lasciando ben poco spazio per il dibattito politico nazionale. Una guerra che avrebbe potuto durare meno, ma che costituì il pilastro del consolidamento della Repubblica Islamica e della sua mistica islamica e rivoluzionaria. Eventi ricorrenti, quindi, quelli che in Iran portano alla radicalizzazione dello scontro politico al fine dell’isolamento funzionale al consolidamento del potere. Ma che sono ogni volta forieri di importanti trasformazioni.

Le lenti distorte dell’Occidente
Anche in questa vicenda molti sono stati gli errori di lettura, frutto di stereotipi vecchi di trent’anni o, peggio, dei desiderata occidentali. In primo luogo Mir Hossein Mouavi è stato definito un riformista, attribuendo al candidato presidenziale un connotato politico in larga misura fuorviante. Mousavi è un esponente culturale e politico della prima generazione della politica conservatrice iraniana. Ha poi aderito, sebbene in modo parziale, alle politiche riformiste dell’ex-presidente Khatami, sebbene mantenendo intatta la propria visione politica e la fedeltà ai principi rivoluzionari e religiosi della Repubblica Islamica. Non ha mai propugnato alcuna revisione del sistema costituzionale, ed ha anzi cercato di distanziarsi nettamente da Khatami nella prima fase di queste ultime elezioni presidenziali, proprio per evitare di essere definito il “delfino di Khatami e del riformismo”. Pochi hanno letto il suo programma politico, soprattutto al di fuori dell’Iran, e molti l’hanno votato non già come espressione del riformismo bensì come soluzione anti-Ahmadinejad. Un voto dunque in larga misura di protesta, esattamente come quello che portò alla presidenza Ahmadinejad contro Rafsanjani nel 2005.

Un altro errore della stampa occidentale, è la sopravvalutazione della dimensione rurale rispetto a quella urbana. Mentre infatti nel 1979 non si tenne conto della dimensione rurale del fenomeno rivoluzionario, oggi si tende ad attribuire alla stessa un peso che è ormai nettamente diminuito. Oltre il 70% della popolazione iraniana vive infatti nelle città, e l’influenza delle popolazioni urbane sugli eventi è certamente maggiore del passato. La borghesia iraniana e le elite che beneficiano dallo status quo nel sistema politico vivono infatti in larghissima maggioranza nelle aree residenziali delle principali città, ed è quindi tra queste che dovrebbe essere meno evidente l’espressione del dissenso. Al contrario, alle proteste hanno partecipato esponenti di tutte le estrazioni sociali e di vari gruppi politici e religiosi.

Un altro errore è consistito infine nell’attribuire alla protesta un carattere rivoluzionario che, al contrario, sino ad oggi non ha avuto. Manca un leader ed una leadership della protesta, e non è certo possibile individuare in Mousavi il centro di gravità delle azioni spontanee che portano la folla a manifestare per strada. Manca un proposito politico alternativo a quello della Repubblica Islamica, e non è individuabile in modo chiaro e definito quale sia lo scopo della protesta, a parte la richiesta di annullamento delle elezioni e la fine della presidenza di Ahmadinejad.

Ed ora?
Le istituzioni della Repubblica Islamica hanno dimostrato di saper reagire alle crisi, e soprattutto di sapersi compattare nel momento del bisogno. Anche Ashemi Rafsanjani e Mohsen Rezai hanno aderito alla richiesta di invitare la folla a cessare le manifestazioni, ad accettare il voto ed a riconoscere l’elezione di Ahmadinejad. Una richiesta, di fatto, per rinnovare il riconoscimento del ruolo della Guida Ali Khamenei, e far rientrare nei ranghi il sistema dopo una momentanea deviazione.

Peserà tuttavia come un macigno sulla Repubblica Islamica la data del 12 giugno 2009. Il sospetto di brogli non verrà mai cancellato, e la legittimità delle istituzioni sarà sempre e solo accettata obtorto collo, all’interno ed all’esterno del paese. Si può affermare in un certo qual modo che la Repubblica Islamica dei “padri fondatori” è finita, ed ora sta transitando verso una fase nuova e non meglio definibile. Quello che appare maggiormente traumatico per il futuro sembra essere la possibilità di una progressiva perdita di legittimità del ruolo stesso della Guida Suprema, non tanto a livello popolare quanto sul piano politico. Dove ogni mutamento in tal senso porterebbe alla necessaria ridefinizione del principio espresso dal velayat-e faqih (la dottrina ideata da Khomeini secondo cui il giurista musulmano è il principale esperto della shari’a, la legge emanata da Dio, ed ha dunque l’ultima parola anche sulle decisioni del Parlamento). Quello che è certo è che lo scontro, in questa occasione, è stato combattuto quasi esclusivamente all’interno della casa dei conservatori. Ed è nella stessa casa che, col tempo, matureranno le scelte per la rigenerazione della politica e della sua classe dirigente. A poco serviranno anche i tentativi di attribuire all’Occidente le responsabilità delle proteste e degli scontri, facendo ricorso allo stereotipo della cospirazione internazionale contro il paese – dove la Gran Bretagna rappresenta il male assoluto – e sarà invece di fondamentale importanza per la sopravvivenza delle istituzioni saper dare una immediata risposta alle molteplici domande di stabilità e continuità espresse dalle masse. Sarà invece ben più difficile il dialogo dell’Occidente con una leadership iraniana vincitrice ufficiale delle elezioni ma al tempo stesso sempre meno popolare all’interno del paese. . Il rischio è di rimanere bloccati tra la mancanza di coordinamento tra i paesi occidentali e l’incoerenza delle politiche adottate dai diversi paesi europei.

Vedi anche:

Iran al bivio, con o senza Ahmadinejad, di S.Hunter