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Trattato di Lisbona

La camicia di forza della Corte Costituzionale tedesca

21 Lug 2009 - Cesare Merlini - Cesare Merlini
La sentenza con cui la Corte Costituzionale tedesca ha recentemente affermato che il Trattato di Lisbona è compatibile con la Legge Base della Repubblica Federale contiene valutazioni e clausole che potrebbero essere gravide di conseguenze. A ben vedere, la sentenza è la risposta tedesca, con cinque anni di ritardo, al referendum con cui i francesi hanno sepolto il Trattato Costituzionale nel maggio 2005. O, se si preferisce, è un avvertimento.

Effetti di breve termine…
La sentenza autorizza la ratifica del Trattato di Lisbona da parte della Germania, rimuovendo così uno degli ultimi ostacoli sul tormentato cammino di un testo di riforma dell’UE, che a sua volta già ridimensionava quello approvato dalla Convenzione Europa nel 2003. Ma nell’esprimere il suo parere vincolante la Corte fa considerazioni, pone limiti e condizioni che investono l’intero edificio comune (il Parlamento Europeo in primo luogo) e la filosofia integrativa che gli sottostà. Con piglio britannico la sentenza dice infatti, in sostanza, che una cessione di ulteriore di sovranità non è consentita, a meno che non si riscrivano le regole costituzionali degli stati membri, a partire da quelle tedesche. Per la Corte tedesca, infatti ulteriori cessioni di sovranità finirebbero per configurare l’Unione come stato federale, mentre essa, afferma la sentenza, costituisce un istituto delegato dagli stati membri sovrani.

Lascio ai costituzionalisti stabilire la validità di questa affermazione e in generale delle molte contenute nelle 147 pagine della sentenza. E suscita non poche perplessità l’apparente tentativo di porre un limite al processo di integrazione in alcune materie piuttosto che in altre. Perché, per esempio, cedere poteri in materia fiscale, penale, militare e quant’altri indicati nel dispositivo, richiederebbe procedure diverse da quelle seguite in materia monetaria, o commerciale? Forse che agli occhi di almeno alcuni fra i componenti della Corte, l’euro appare come l’ultimo pesce sfuggito alla rete della sovranità in epoca di eccessiva disponibilità tedesca, a cui è tempo di porre termine?

…e implicazioni di lungo periodo
Ecco il significato di lungo periodo. Nella misura in cui la sentenza dell’alto consesso corrisponde al sentire del popolo – e questa misura merita analisi approfondita – essa potrebbe segnare la fine di un periodo storico, quello durante il quale la Germania sconfitta e colpevole dell’Olocausto ha comprato, per dirla con gli economisti, tutta o quasi l’integrazione che c’era sul mercato: atlantica certo, ma soprattutto europea. Era la Francia vincitrice, seguita poi dalla Gran Bretagna, a dosare le cessioni di sovranità e a pronunciare dei non possumus, più o meno presuntuosi o pretestuosi.

Il Trattato Costituzionale, venuto dopo l’euro, era presumibilmente un altro pesce grosso che avrebbe fatto alzare le sopracciglia alla Corte tedesca. Ma la maggioranza dei francesi ha eliminato l’imbarazzo, pronunciando il suo No referendario e facendo perdere al proprio Paese, magari per motivi interni e contingenti, o pensando alla Turchia, un treno della storia che non si presenterà più, visto che il tempo non passa ininfluente nelle percezioni del loro vicino, riconciliato dopo secoli di guerre.

E non è stato certo il primo treno perso, quello del 2004. Vi si può infatti vedere un parallelo con quanto successo esattamente mezzo secolo prima. Nel 1954 l’Assemblée Nationale disse No al Trattato istitutivo della Comunità Europea di Difesa, per il motivo che questa avrebbe restituito pari dignità alla Germania e ne avrebbe consentito il riarmo, peraltro con la benedizione degli Stati Uniti. Abortì così un’istituzione di concezione francese, a dominanza francese, che avrebbe parlato francese. E che presumibilmente avrebbe segnato il cammino successivo dell’integrazione. Invece la Germania si riarmò nel quadro della Nato, riconquistò dignità senza debiti con la Francia, divenne co-gestore delle istituzioni di Bruxelles – l’asse Parigi-Bonn – e infine, malgrado le riserve francesi e britanniche, ebbe l’unificazione nazionale – l’asse diventa Berlino-Parigi – che ne ha fatto il paese più grande dell’Unione.

È da questo paese, da questo nuovo paese, che viene nel 2009 la sentenza dell’Alta Corte. Forse nessuno ne aveva avvertito gli elettori francesi – e olandesi – che affossarono un riforma istituzionale – non ancora una costituzione – che spostava di un po’ l’equilibrio dell’ibrido federale/intergovernativo verso la sovranazionalità. Che è quello che sembra preoccupare i giudici tedeschi. Ora anche in Germania si sono poste le premesse per futuri non possumus.

Non è detto che i tedeschi – la maggioranza di essi – ne farà un uso altrettanto miope ed autolesionista. Ma ogni progetto europeo a venire dovrà tenere conto di questo nuovo stato di cose. Non si tratta di abbassare ulteriormente gli obiettivi, ché si rischia ormai di spararsi nei piedi, bensì di raccogliere intorno a questo progetto gli interessi di lungo periodo di un numero sufficiente di elettori tedeschi, meglio di quanto si è fatto con i loro colleghi di oltre Reno.

Sul tema vedi anche:

L.S. Rossi: Integrazione europea al capolinea?

G. Bonvicini: Barroso rimandato a settembre