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Asia

Il riarmo cinese e i nuovi equilibri nell’Asia del Pacifico

31 Lug 2009 - Sofia Chiarucci - Sofia Chiarucci

È da metà degli anni novanta che la Cina sta attuando un ambizioso programma di ammodernamento delle sue forze armate. Pechino punta a garantire l’integrità del proprio territorio, ma chiaramente anche a rafforzare la sua capacità di proiezione politico-militare nell’area dell’Asia-Pacifico. Ma quali ne saranno gli effetti sulle dinamiche regionali?

Dell’argomento si occupa ampiamente l’ultimo numero della rivista in inglese dello Iai The International Spectator, che è interamente dedicato ai nuovi orientamenti di politica estera e di sicurezza dei  principali paesi dell’area (Cina, Giappone,Australia e le due Coree), alle relazioni fra Cina e Usa, e ai possibili mutamenti del quadro strategico regionale nel medio-lungo termine.

Il rischio di una corsa agli armamenti
La questione di Taiwan rimane al centro delle preoccupazioni cinesi. Sebbene la politica di Taipei nei confronti di Pechino stia ora seguendo un nuovo corso, indirizzato ad attenuare le tensioni esistenti, la Cina considera ancora di suo primario interesse evitare che, nel caso riaffiorino a taipei posizioni più indipendentiste, quest’ultima possa farsi forte dell’appoggio statunitense e giapponese.Pechino, che persegue sistematicamente l’isolamento diplomatico di Taiwan, vuole non solo scoraggiare l’isola dal perseguire l’indipendenza, ma anche, come ha espressamente detto il presidente del Congresso del Popolo nel 2007, dissuadere Stati Uniti e Giappone dall’intervenire qualora si dovessero verificare conflitti armati nello stretto di Taiwan.

Come sottolineato nell’articolo di Arthur Ding “China’s growing Military Capability in Search of a Strategy”, una cina militarmente più forte, in grado di bloccare le operazioni americane via mare, potrebbe scoraggiare o inibire un’azione di sostegno dei giapponesi. E senza il supporto logistico di Tokyo le unità di intervento statunitensi nell’area perderebbero uno dei loro punti di forza..Ad oggi tuttavia un confronto tra Cina e Stati Uniti sembra poco probabile. La distensione dei rapporti con taiwan si è in parte tradotta anche in un allentamento delle tensioni sino-americani.

Sebbene le preoccupazioni per il riarmo riguardino soprattutto la cina anche altri paesi dell’area – in particolare India, Giappone e Corea – hanno avviato programmi  per rafforzare il loro potenziale militare.Nell’articolo “A New Arms Race in the Asia-Pacific” richard Bitzinger sottolinea come questi programmi di riarmo siano anche una risposta al ritrarsi della presenza americana nell’area o a quello che viene percepito come un graduale disimpegno. E’ un fatto che negli ultimi anni l’attenzione di Washington si sia rivolta prioritariamente alla lotta al terrorismo e alla guerra in Iraq e Afghanistan, che hanno assorbito enormi risorse. A ciò ha corrisposto una riduzione della presenza militare nell’Asia-Pacifico.Gli Usa sono peraltro  impegnati in un’ulteriore  riorganizzazione delle loro forze nell’area con l’obiettivo di renderle più flessibili e quindi in grado di rispondere a un ampio spettro di contingenze, fra le quali rientrano anche conflitti locali che potrebbero andare soggetti a una più o meno rapida escalation. E’ in questo quadro che paesi come il Giappone e l’Australia sono indotti a perseguire sempre più politiche di difesa che possano assicurargli una maggiore autonomia dagli Usa. .

Una strategia a 360 gradi
L’ascesa della potenza cinese in Asia va di pari passo con il rafforzamento delle sua  influenza nel resto del mondo. In molte altre regioni infatti Pechino è venuta accrescendo  il suo impegno a livello diplomatico, economico e la sua collaborazione strategica con i paesi partner. Se dunque da un lato la Cina si preoccupa della sicurezza interna,minata dai movimenti indipendentisti, e di quella esterna legata alle irrisolte dispute territoriali con paesi limitrofi, anch’essi in fase di potenziamento dei loro armamenti, ha ormai anche una strategia di respiro globale che risponde ad alcuni suoi interessi vitali come la necessità di assicurarsi gli approvvigionamenti energetici.

Al contempo, Pechino ha dato prova di notevole pragmatismo nelle relazioni bilaterali e multilaterali. Anche con l’intento di migliorare la propria immagine e credibilità.Ne sono un esempio il rafforzamento dei legami con l’Asean,la partecipazione alle missioni di pace dell’Onu, le incentivazioni agli investimenti diretti esteri così come degli scambi culturali. E’ evidente lo sforzo del governo di Hu Jintao di far leva anche sul soft power per guadagnarsi credito e fiducia a livello internazionale. Molti rimangono tuttavia sospettosi e cauti poiché, a dispetto di  questo approccio diplomatico e aperto alla collaborazione, e delle dichiarazioni di buoni intenti, il riarmo è un fatto assodato

Verso un nuovo equilibrio
Il tentativo cinese è di creare un nuovo equilibrio multipolare in cui la posizione degli Stati Uniti sia ridimensionata. Ne deriveranno probabilmente tensioni crescenti con la Casa Bianca. Tuttavia rimane una grande distanza fra i due paesi: ad esempio, anche se Pechino spendesse in difesa il doppio di quanto dichiarato – ci sono infatti forti dubbi sull’attendibilità delle statistiche ufficiali – il suo bilancio militare risulterebbe pur sempre circa un quarto di quello americano. Resta da vedere se, almeno nell’Asia del pacifico,  Pechino sia disponibile ad assumersi  responsabilità per il mantenimento della sicurezza in contesti multilaterali più meno istituzionalizzati,evitando iniziative destabilizzanti che potrebbero portare a un’ulteriore intensificazione dei programmi di riarmo in corso. Un’egemonia cinese nell’area, più o meno condivisa con gli Usa, potrebbe rivelarsi uno sbocco inevitabile, ma ci sono molti modi per esercitare un’egemonia, come mostra proprio l’esempio americano. La stabilità dell’Asia dipenderà in ultima analisi dalla capacità degli attori principali della regione – Cina e Usa in testa – di arrivare a forme convincenti ed efficaci di condivisione delle responsabilità.