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Medioriente

I dilemmi dell’Iraq dopo il ritiro americano

13 Lug 2009 - Silvia Colombo - Silvia Colombo

Mentre il mondo assiste impotente alle convulsioni post-elettorali iraniane, il quadro sta cambiando anche nel tormentato Iraq. La ridislocazione delle truppe americane al di fuori della maggior parte delle città irachene completata il 30 giugno scorso è un tassello chiave della strategia americana di disimpegno promossa dal Presidente Obama. Ma c’è il rischio che essa inneschi una serie di dinamiche interne che potrebbero presto mettere a nudo la fragilità dell’evoluzione politica dell’Iraq a sei anni dall’inizio dell’occupazione americana.

Il passaggio di consegne tra americani e iracheni
Il ritiro delle truppe americane dalla maggioranza delle città irachene è avvenuto nel pieno rispetto di un accordo di sicurezza entrato in vigore il primo gennaio scorso. Le truppe americane che fino a pochi giorni prima pattugliavano i punti nevralgici delle città sono state gradualmente spostate all’esterno del tessuto urbano, pur essendo stati mantenuti alcuni avamposti a Bassora e nella capitale, in corrispondenza di un’entrata della blindata Green Zone e della strada che conduce all’aeroporto. I soldati americani hanno ufficialmente assunto il ruolo di addestramento e di sostegno alle forze irachene, lasciando a queste ultime la piena responsabilità dell’uso della forza all’interno delle proprie città.

È un primo passo, certamente significativo, di quella strategia di uscita dall’Iraq che è stata oggetto di dibattiti e negoziazioni sia agli alti livelli dell’establishment politico americano che tra le diverse forze che compongono il panorama politico iracheno. Il processo di disimpegno dovrebbe culminare nel ritiro delle truppe americane entro il 31 agosto 2010, ad eccezione di circa 50.000 soldati destinati a rimanere fino alla fine del 2011.

Non si tratta, tuttavia, di un vero e proprio ritiro: i circa 130.000 soldati americani rimarranno nel paese. Inoltre, sebbene non più dislocati all’interno delle città, essi si sono disposti attorno a queste ultime in modo da poter intervenire prontamente in caso di esplicita richiesta da parte delle autorità irachene. In molti casi non è nemmeno avvenuto uno spostamento vero e proprio delle truppe, bensì una semplice ridefinizione dei confini di alcune città, compresa Baghdad.

Al Maliki gioca la carta del nazionalismo
È in questo contesto che si inserisce il tentativo del premier iracheno Nouri Kamal Al-Maliki di giocare la carta dell’orgoglio nazionale. È significativo, in particolare, il discorso che ha pronunciato martedì 30 giugno, nel pieno dei festeggiamenti per quello che è stato battezzato il “giorno della sovranità nazionale”. Evidente è stato lo sforzo di appropriazione in chiave nazionalistica di quanto avvenuto nel paese. Al-Maliki ha richiamato tutti gli iracheni all’unità nazionale, dichiarando che finalmente essi sono sovrani a casa propria e possono finalmente dimostrare di essere in grado di gestire la sicurezza del paese, essendo riusciti a “porre fine alla guerra religiosa che minacciava l’unità e la sovranità dell’Iraq”. Al-Maliki è chiaramente alla ricerca di una legittimazione politica: si spiega così l’invito a festeggiare la “vittoria” e la “liberazione” delle città irachene dalle truppe americane (anche se, come detto, a livello di numeri, nulla è cambiato). Il messaggio di fondo è che il paese è entrato in una nuova fase della sua storia. Anche se poi, nel giorno dei festeggiamenti, il clima è stato in realtà di contenuta euforia e, per motivi precauzionali, i cittadini sono stati invitati a rimanere a casa e a evitare luoghi affollati. Non si poteva evidentemente ignorare il rischio che anche l’alba del nuovo Iraq fosse macchiata di sangue. Cosa che di fatto è successo: una bomba è esplosa in serata in un mercato di Kirkuk, uccidendo almeno 24 persone, a riprova che la sicurezza in Iraq resta il nodo cruciale da risolvere.

Fra gli iracheni c’è forte preoccupazione per il futuro del paese all’indomani di questo passaggio di consegne e diffusa è la percezione che dietro i pomposi proclami di Al-Maliki vi sia un interesse politico personale e di fazione e che non vi siano in realtà grandi motivi per festeggiare.

Anche gli americani sono combattuti tra la volontà di lasciare al più presto l’inferno iracheno per potersi concentrare sulla risoluzione dei problemi del vicino Afghanistan, vero punto caldo dello scacchiere mediorientale, come dimostra il concomitante intervento di 4.000 marines contro i talebani nella regione di Helmand, e il rischio, più che concreto, di una ripresa della spirale di violenza nel paese dei due fiumi che vanificherebbe gli sforzi di pacificazione. Tensioni di varia natura covano appena al di sotto della superficie: in particolare, questioni fondamentali, come la spartizione delle rendite petrolifere e la definizione della struttura istituzionale dello Stato, sono lungi dall’essere risolte.

L’Iraq come il Libano?
A proposito delle istituzioni del nuovo Iraq le dichiarazioni si susseguono. In un recente intervento alla tv satellitare Al-Hurra, Al-Maliki ha sferrato un aspro attacco al sistema politico attuale di democrazia consensuale attualmente in vigore in Iraq (pur essendone stato lui stesso uno dei beneficiari). Tale sistema prevede l’allocazione delle cariche pubbliche, a partire da quelle più elevate fino agli impieghi negli uffici pubblici e nel corpo diplomatico, in base a una formula numerica che tiene conto del peso relativo di ogni gruppo religioso emerso dall’ultimo censimento. Al-Maliki, che è a capo del potente Islamic Da’wa Party sciita, ha affermato la necessità di passare a un sistema politico presidenziale basato sul principio di maggioranza. Inevitabilmente tali dichiarazioni hanno scatenato la reazione preoccupata dei rappresentanti degli altri due principali gruppi minoritari, i sunniti e i curdi.

In gioco è il futuro politico del paese. Molti sono gli ostacoli che si frappongono al raggiungimento di un compromesso che dia sufficiente stabilità e legittimità all’intero sistema politico in vista delle prossime elezioni parlamentari. Il dilemma non è facile da sciogliere: da una parte, il permanere di un sistema caratterizzato da meccanismi istituzionali che garantiscono i vari gruppi religiosi, come quello vigente in Libano, certamente non aiuterà l’Iraq ad uscire dall’impasse; dall’altra, il paese non sembra ancora pronto per un sistema presidenziale basato sul principio maggioritario, che sarebbe più conflittuale, e non necessariamente meno corrotto, dell’attuale. È ancora troppo presto per una democrazia pienamente maggioritaria e le paure sono tante e diffuse. I metodi dittatoriali e violenti di Saddam Hussein e del Partito Ba’th sono ancora troppo vivi nella memoria di molti iracheni, perché siano disposti a correre il rischio di un ritorno al predominio assoluto di un gruppo religioso sugli altri.

Vedi anche:

L. Trombetta: Il Libano tra voglia di democrazia e consociativismo confessionale.

M. G. Enardu: La visita di Netanyahu in Europa e la nuova politica estera di Israele.