IAI
Studio sulla governance globale promosso dal Mae

Guardando oltre L’Aquila

7 Lug 2009 - Federiga Bindi - Federiga Bindi

In vista del vertice dell’Aquila il ministero degli esteri italiano ha avviato un’intensa attività di riflessione sui principali temi dell’agenda internazionale con alcuni prestigiosi think tanks americani, tra cui la Brookings Institution, il Carnegie Endowment for International Peace e Nti (Nuclear Threat Initiative). Si tratta di un approccio assai comune nei paesi anglosassoni, che il ministro degli esteri italiano ha voluto adottare anche in Italia, innovando un’impostazione troppo spesso italo-centrica dei lavori sulla global governante. In particolare, la collaborazione tra il ministero degli esteri e la Brookings Institution è culminata nel seminario The G8 and beyond: The Economic and Politics of a Global Century che ha fornito molti spunti utili alla preparazione del vertice dell’Aquila. Oltre agli aspetti legati alla crisi economica e all’urgenza – condivisa quasi unanimemente – di rilanciare i negoziati di Doha sulla liberalizzazione del commercio internazionale, particolare attenzione è stata dedicata alla lotta ai cambiamenti climatici.

Il contrasto al cambiamento climatico
A fine anno si terranno a Copenhagen i negoziati per il post-Kyoto: il pianeta ha ancora pochi anni davanti a sé prima che il processo di riscaldamento diventi irreversibile. Secondo le stime più accreditate, i finanziamenti necessari per avviare i processi di riduzione delle emissioni e di adattamento ai mutamenti ormai inevitabili (si parla di un aumento certo della temperatura del pianeta di almeno due gradi entro la metà del secolo, con forti impatti sull’ecosistema) ammontano a circa l’1% del Pil mondiale. L’esigenza di porre il tema dei cambiamenti climatici al centro del G8 dell’Aquila e del G20 di Pittsburgh è stata dunque riconosciuta come molto urgente. Nel seminario promosso dal Mae è emersa la proposta di predisporre una sorta di “Piano Marshall” per le energie rinnovabili, con una messa in comune di mezzi e risorse per accelerare la ricerca – ad esempio per risolvere il nodo dello stoccaggio dell’energia – tramite la predisposizione di incentivi fiscali (e non solo) per incoraggiare il risparmio energetico e l’utilizzo di energie rinnovabili anche a livello domestico. Si è insistito, infine, sulle potenzialità di progetti quali la Sun Belt in Medio Oriente.

La sfida al cambiamento climatico è particolarmente rilevante per il futuro dell’amministrazione americana. Il Protocollo di Kyoto non è mai stato ratificato dagli Usa e anche le nuove proposte avanzate dall’amministrazione potranno scontrarsi con resistenze interne. Il 28 giugno scorso il Congresso Usa ha approvato l’American Clean Energy and Security Act. Sulla scia della direttiva europea 20-20-20, la nuova legge prevede che entro il 2020 il 20% dell’energia provenga da fonti rinnovabili e che entro lo stesso anno le emissioni di CO2 vengano ridotte del 17% (dell’80% entro il 2050). La partecipazione compatta dei democratici e il voto positivo di otto repubblicani lascia ben sperare. Tuttavia, per la ratifica dei trattati internazionali né il Congresso né il Presidente sono sufficienti: servono infatti 70 voti su 100 in Senato e, a quanto pare tali numeri potrebbero non esserci (per ora i Senatori democratici sono 59). Cosa farà dunque il presidente americano a L’Aquila? Si impegnerà nella speranza di convincere in seconda istanza il Senato o, al contrario, cercherà di abbassare la barra al minimo comun denominatore per non creare nuove frizioni domestiche?

Quale riforma della governance globale
Il cambiamento climatico serve anche da eccellente introduzione per un altro tema assai dibattuto nel seminario di Roma: quello del futuro della governance globale – o meglio del formato “migliore” per realizzarla. Il delicato equilibrio è sempre quello tra inclusività e rappresentatività da un lato ed efficienza ed efficacia dall’altro. Il gruppo ha proposto un sistema a “geometria variabile”, con il G8 (o il G13) quale nucleo centrale e formati diversi a seconda dell’argomento in agenda. In sostanza, si è dunque sostenuto che l’approccio tematico proposto dalla presidenza italiana – è l’argomento in agenda a decidere il formato non viceversa – sembra essere il più pragmatico ed efficace.

Ma, si è sottolineato – e qui il collegamento con il cambiamento climatico – non è questione solo di avere un posto a tavola. Le economie emergenti dovranno anche assumersi impegni concreti: la riduzione delle emissioni CO2 ne è un esempio eccellente. In altre parole, c’è un prezzo da pagare per diventare membri a pieno titolo della governance globale e sta innanzitutto ai G5 decidere se vogliono pagarlo o meno.

Infine, è auspicabile che i vertici tornino ad essere quello che erano in origine: fori piuttosto informali dove discutere liberamente, lanciare idee innovative, risolvere problemi politici altrimenti di difficile risoluzione. Non devono discutere dettagli tecnici, né tanto meno coltivare la tentazione di sostituirsi alle istituzioni internazionali esistenti, certamente in parte da riformare, ma non da accantonare. Le stesse organizzazioni internazionali, del resto, potrebbero contribuire all’efficacia dei G8, ad esempio fornendo un piccolo segretariato permanente per la preparazione e gestione dei vertici.

Le tematiche globali riguardano il futuro del mondo, e dunque di tutti i cittadini. È necessario perciò che i leader nazionali si sforzino anche di definire un’agenda domestica coerente con gli impegni globali. Ciò può essere a volte impopolare nell’immediato, ma nel più lungo temine aiuterebbe a ridurre il crescente gap tra leader politici e cittadini, contrastando le derive nazionaliste e populistiche che frenano la cooperazione internazionale.

Vedi anche:

S. Silvestri: I vertici e il governo mondiale: sostanza o apparenza?

R. Matarazzo: Il Vertice dell’Aquila tra attese e obiettivi realistici