IAI
Conflitto israelo palestinese

Obama e il ruolo dell’Ue in Medio Oriente

5 Giu 2009 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri
Il Presidente Obama sembra dunque intenzionato a riprendere in mano la questione palestinese e a riavviare il processo di pace. Dopo anni di distrazione durante i quali Washington aveva concentrato la sua attenzione su Bagdad, Teheran e Damasco, si torna ad una strategia “alla Clinton”, anche se non è ancora chiaro se ciò porterà a breve termine a nuove conferenze di pace. Una cosa è certa, questo rilancio della politica americana apre nuovi spazi anche per l’iniziativa diplomatica europea, a condizione che i paesi dell’Unione riescano a concepire un approccio comune coerente e di lungo termine.

Negli ultimi anni l’Ue e i paesi europei in genere hanno giocato una modesta partita laterale, appoggiando le eventuali iniziative di pace degli Usa, ma limitandosi per lo più ad affiancare la cosiddetta Road Map con aiuti economici alla parte palestinese, per cercare di dare maggiore sostanza all’ipotesi di uno stato autonomo. I risultati sono stati però molto scarsi.

La timidezza europea
Due altre iniziative importanti sono anch’esse rimaste marginali, in parte perché non accompagnate da forti azioni politico-diplomatiche: il varo della missione Unifil 2 nel Libano meridionale e quella per il controllo del valico di Rafah, tra Gaza ed Egitto. Quelle due missioni avrebbero forse potuto prefigurare un modello di intervento europeo ed internazionale di garanzia del rispetto di eventuali accordi di pace o di disimpegno delle forze, ma nei fatti sono rimaste strettamente circoscritte ai loro teatri operativi e al loro mandato. Non c’è stato alcun deciso tentativo della diplomazia europea di proporle come modello o come nucleo di impegni maggiori.

È avvenuto così che, durante l’ultimo conflitto a Gaza, l’Europa non è riuscita a giocare alcun ruolo sostanziale, malgrado alcune iniziative diplomatiche dell’ultim’ora (peraltro non certo facilitate dalla debolezza della presidenza di turno del Consiglio Europeo). Sarà possibile fare di più e di meglio adesso?

L’iniziativa rimane certo saldamente nelle mani americane, ma la maggiore sintonia tra le posizioni espresse da Obama nel suo recente discorso del Cairo e le posizioni tradizionalmente assunte dall’Ue, dovrebbe spingere quest’ultima a un più attivo impegno diplomatico. Peraltro gli europei non potranno limitarsi agli aspetti assistenziali e umanitari o alla difesa dei diritti umani: per quanto importanti siano questi aspetti della politica estera europea, essi restano comunque marginali rispetto all’obiettivo prioritario di come portare nuovamente le parti ad un tavolo negoziale, con qualche speranza in più di successo.

Molti pensano che ora spetti ad Obama “lavorare ai fianchi” Israele per portarlo su posizioni diverse da quelle che attualmente sembra voler difendere. È difficile che l’Europa possa fare qualcosa di più in tale direzione, salvo naturalmente ribadire le sue posizioni tradizionali. C’è invece forse di più da fare sul fronte palestinese. La tragedia dell’ultimo conflitto a Gaza ha evidenziato almeno due punti: il primo, che il governo palestinese di Abu Mazen non ha la capacità e la forza necessarie per parlare a nome di tutti i palestinesi; il secondo, che la leadership di Hamas ha volutamente perseguito una strategia massimalista di scontro con Israele, senza grandi preoccupazioni per la sorte della popolazione civile. In altri termini, manca un interlocutore palestinese credibile e politicamente ben disposto alla trattativa.

Le condizioni di Obama
Una tale situazione rafforza la posizione dei falchi israeliani e impedisce la ripresa dei negoziati. Il Presidente Obama ha elencato le sue tre condizioni per interloquire con Hamas: abbandono della violenza, riconoscimento del diritto all’esistenza di Israele e accettazione degli impegni precedentemente sottoscritti. Non è una posizione massimalista, al contrario è del tutto simile a quella presa nei confronti dell’Olp quando si trattò di negoziare il suo ritorno ufficiale in Palestina e l’avvio dell’Autorità palestinese. Non sarà mai possibile applicare la formula dei “due stati” senza partire da questa base minima. Hamas sembra convinta di poter rinviare l’accettazione di queste precondizioni alla fine del negoziato, ma questo non è politicamente possibile e non sarebbe comunque credibile.

Se questa è la situazione, il ruolo degli europei dovrebbe essere quello di portare i palestinesi su queste posizioni di partenza, usando ogni strumento a loro disposizione ed evitando di farsi intrappolare nella logica delle recriminazioni e delle accuse reciproche. In subordine, gli europei dovrebbero anche attivarsi di più e meglio per garantire un miglioramento sostanziale dell’amministrazione pubblica palestinese e dei servizi a disposizione della popolazione, nell’ottica di superare l’attuale grottesca situazione per cui tutto quello che esiste in quei territori dovrebbe essere politicamente “targato”, Al Fatah o Hamas, in un’ottica di conflitto fratricida.

Non è certo una politica facile da attuare, e bisognerà prepararsi ad affrontare incomprensioni e battute d’arresto. Non tentare una simile strada, tuttavia, equivarrebbe a una sorta di rinuncia preventiva ad un ruolo europeo, non solo possibile, ma necessario.

Sul tema vedi anche:

Il discorso di Obama al Cairo