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Le elezioni nel Paese dei Cedri

Il Libano tra voglia di democrazia e consociativismo confessionale

10 Giu 2009 - Lorenzo Trombetta - Lorenzo Trombetta

I libanesi sono andati alle urne in un clima di relativa calma, lontano dalle violente tensioni che hanno segnato gli ultimi quattro anni di vita politica e sociale del Paese. A guardare le lunghe file di donne e uomini in attesa per ore sotto il sole per esprimere il loro voto, seguendo misure senza precedenti per assicurare la “massima trasparenza”, non si può fare a meno di apprezzare un esercizio di democrazia così inconsueto nella regione araba: ha votato il 55% dell’elettorato, una percentuale da record, molto superiore al 45,8% del 2005.

La democrazia libanese, con tutti i limiti di un consociativismo confessionale che favorisce le élites (nukhab) e danneggia la gente comune (ahali), ha offerto una discreta prova di sé. Trasmettendo l’impressione che il Libano, nonostante la sua asfittica dimensione geografica e l’instabile contesto regionale, abbia forti margini di crescita politica.

Equilibri politici e rapporti di forza sul terreno
Il verdetto elettorale in senso stretto rischia invece di offrire un’immagine fuorviante del prossimo futuro: la vittoria della coalizione capeggiata dal partito sunnita della famiglia Hariri e sostenuta dagli Usa e dall’Arabia Saudita (71 seggi) sul blocco guidato dal movimento sciita filo-iraniano Hezbollah e che comprende anche il partito del maronita Michel Aoun (57 seggi) non deve far pensare a una netta prevalenza dei primi sui secondi.

Già nel 2005, in un contesto politico per certi aspetti diverso (c’era stato l’accordo quadripartito tra Hezbollah, Hariri, cristiani anti-Aoun, drusi filoccidentali), in Parlamento si insediò una maggioranza (72 seggi) fino ad oggi definita “antisiriana”, che si opponeva non solo all’influenza politica di Damasco, ma anche ai disegni regionali di Teheran. Nonostante quella maggioranza, la cronaca di questi ultimi quattro anni ha dimostrato in modo fin troppo evidente che gli equilibri parlamentari non necessariamente sono lo specchio dei rapporti di forza sul terreno e di quelli nella regione.

Così Hezbollah, pur riconoscendo la “vittoria” degli avversari (né il suo leader Nasrallah né altri rappresentanti del partito hanno pronunciato la parola “sconfitta”), ha immediatamente spostato l’accento sul “plebiscito” di voti che si è avuto per la “resistenza” (espressione che indica il Partito in ogni sua forma, specialmente quella militare) nel sud e nella parte settentrionale della valle della Beqaa (distretti di Baalbeck e Hirmil). E non è pura propaganda: assieme al paravento Amal (formazione che da anni esiste solo in funzione di Hezbollah, per dare l’immagine di una comunità sciita “plurale”), il Partito di Dio controlla dal punto di vista politico, sociale e militare ampi territori chiave del Libano, compresi il confine con Israele e quello con la Siria. Oggi, nel nuovo Parlamento, detengono in tutto 26 seggi (Amal 14, Hezbollah 12).

La tanto dibattuta questione della legittimità dell’arsenale della milizia sciita continuerà così ad esser discussa in Libano durante le inutili sessioni del “dialogo nazionale”, le periodiche riunioni tra i leader politici locali durante le quali non si va mai oltre i sorrisi e le strette di mano. Ma di fatto, oggi come ieri, nessuno ha il potere di imporre a Hezbollah di abbandonare le armi. Il governo israeliano guidato da Netaniahu e influenzato dalla politica del suo ministro degli esteri Lieberman rafforza la posizione del Partito di Dio. La retorica del “nemico esterno” è quanto mai spendibile. Così come lo è per la coppia Netaniahu-Lieberman: la minaccia delle armi di Hezbollah funge da fattore coesivo, che facilita il mantenimento del consenso interno.

Il triangolo con Damasco e Teheran
Allargando lo sguardo alla regione, si attendono i risultati elettorali delle consultazioni in Iran, ma difficilmente lo stretto rapporto tra la Suprema Guida della Rivoluzione iraniana e Hezbollah potrà cambiare. È improbabile che un eventuale cambio di presidenza a Teheran porti a un mutamento della strategia del Partito di Dio in Libano e nel contesto inter-arabo.

La Siria, dal canto suo, sembra esser rimasta a guardare, sia durante l’accesa campagna elettorale sia immediatamente dopo la diffusione dei risultati. La stampa vicina al regime ha espresso tuttavia dubbi sulla legittimità della vittoria dei “lealisti” (gli ex “antisiriani”), accusandoli di aver comprato voti grazie ai soldi stranieri, implicitamente puntando il dito su Arabia Saudita e Stati Uniti. Analoghe accuse sono state peraltro rivolte anche dal campo lealista al blocco guidato da Hezbollah: l’Iran è stato additato come il principale finanziatore della campagna elettorale dell’opposizione.

Damasco non ha comunque molto da temere di fronte a questo nuovo scenario parlamentare. Per due motivi: il primo è il clima di “riconciliazione inter-araba” degli ultimi mesi, che ha consentito tra l’altro un “abbraccio elettorale” tra gli alleati di Damasco e quelli di Riyad. Inoltre, le recenti aperture europee e statunitensi al regime di Damasco, lasciano alla casa degli al-Asad margini di manovra regionale maggiori del passato. La Siria non ha finora ceduto di un palmo sulla sua alleanza strategica con l’Iran e sul suo appoggio ai movimenti palestinesi radicali e a Hezbollah.

Il secondo motivo di soddisfazione per la Siria è che, a differenza del 2005, quando l’alleanza del ’14 marzo’ aveva una connotazione politica evidentemente “anti-siriana”, in Libano non tirano più venti ad essa ostili. Fra gli eletti nelle liste di Hariri figurano personaggi che, se non sono proprio amici di Damasco, non sono certo suoi nemici. Per non parlare dei clienti libanesi della Siria approdati in Parlamento nelle liste dell’opposizione, con Hezbollah, Amal o con la Libera corrente patriottica (Lcp) del generale maronita Aoun. Anche lui, come il ’14 marzo’ nel nord del Libano, è riuscito a imporsi nella sua roccaforte (Kasrawan, Monte Libano cristiano meridionale), grazie alla riemersione del notabilato locale, valorizzato dalla “nuova” legge elettorale, che prevede la divisione in micro-distretti rispetto alle macro-regioni delle consultazioni precedenti.

Aoun ha poi stravinto in altre regioni (Jezzin, Baabda, Jbeil), grazie non solo all’elettorato cristiano, ma anche a quello sciita, presente in forze in quei distretti. Analogamente, ma a parti invertite, è avvenuto a Zahle, roccaforte cattolica nella valle della Beqaa, dove i seguaci dei notabili sunniti della zona hanno portato alla vittoria i cristiani anti-Aoun, facendogli guadagnare sette seggi fondamentali per il raggiungimento della maggioranza parlamentare su scala nazionale.

Per ricomporre questo quadro, manca ora la formazione del nuovo governo. In molti già invocano un esecutivo di “unità nazionale”, la cui guida potrebbe essere affidata a una figura non troppo schierata (si parla già del tripolino Najib Miqati, già premier nel 2005, amico dei siriani ma eletto assieme agli Hariri). Una parte minoritaria di dicasteri potrebbe essere affidata a ministri dell’opposizione. Anche se non sarà “di unità nazionale”, il prossimo governo comprenderà esponenti delle diverse aree confessionali e di differenti filiazioni regionali. Il tutto in linea col principio del consociativismo confessionale che fa tanto comodo alle élites e danneggia la gran parte dei libanesi, che rischiano così, nonostante la crescente voglia di partecipazione democratica, di essere trattati ancora come sudditi, più che come cittadini.