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Corea del Nord

La roboante successione a Kim Jong-il

5 Giu 2009 - Carlo Calia - Carlo Calia

Il dittatore nord-coreano, Kim Jong-iI, era sparito dalla scena politica nell’agosto del 2008, colpito da un ictus, ma agli inizi di aprile è riapparso in pubblico, riassumendo i pieni poteri e la più alta carica dello Stato. Fisicamente è apparso parzialmente ristabilito, ma debole e precocemente invecchiato, condizioni nelle quali un leader politico in genere non si lancia in audaci operazioni di politica estera. Non è stato questo il caso.

Il 5 aprile la Corea del Nord ha lanciato un missile Taepodong-2 per dimostrare di essere in grado di colpire le isole Hawaii o perfino l’Alaska. L’ordigno è precipitato un migliaio di chilometri prima, a 3200 chilometri dall’obiettivo, ma ha comunque superato la gittata di 1700 chilometri dei Taepodong-1. E, per marcare meglio il ritorno “aux affaires”, di Kim Jong-il, quando il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato l’operazione, il regime nord coreano ha reagito annunciando il ritiro dai negoziati a sei sulla sospensione del suo programma nucleare, la fine della collaborazione con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) e la riattivazione degli impianti nucleari.

Il 25 maggio la Corea del Nord ha effettuato un test atomico, seguito subito dopo dal lancio di sei missili a corto raggio. Infine, quando la Corea del Sud ha aderito per reazione alla Proliferation Security Initiative (la Psi è un’iniziativa informale promossa dagli Usa che coinvolge circa 60 paesi e mira ad intercettare mezzi sospettati di trasportare armi, tecnologie e materiali di distruzione di massa), Pyongyang ha dichiarato di non sentirsi più vincolata all’armistizio che nel 1953 aveva posto fine alla guerra tra le due Coree.

Un negoziato interminabile
Quello del ricatto nucleare è un vecchio metodo di negoziazione che il sessantottenne Kim Jong-il ha appreso dal padre, Kim il Sung. La sospensione dei lavori al centro nucleare di Yongbyon è stata già “venduta” come contropartita negoziale al presidente Clinton, poi a Bush al finale del suo secondo mandato, e adesso Pyongyang vuole presumibilmente negoziarla una terza volta con il nuovo presidente americano, Obama. Ma quali sono gli obiettivi di questi reiterati gesti di sfida? Rilanciare un negoziato su nuove basi è forse lo scopo principale, ma vi sarebbero anche motivi di politica interna, legati alla lotta per la successione a Kim Jong-il. Oppure la necessità di mostrare gli armamenti disponibili a possibili clienti, o peggio ancora, la volontà del dittatore di imporre il riconoscimento irreversibile dello status di potenza nucleare alla Corea del Nord.

Resta il fatto che la Corea del Nord, paese povero di mezzi e di capacità tecnologiche, incontra ostacoli di fondo a sviluppare in modo globalmente convincente i suoi ambiziosi programmi militari. La quantità di plutonio per la realizzazione di bombe nucleari, di cui è in possesso Pyongyang, è modesta ed è dubbio che abbia la capacità di procurarsene quantitativi aggiuntivi. Anche gli sforzi di apprendere i metodi di miniaturizzazione delle testate nucleare non pare siano giunti a risultati conclusivi. Ma nel caso la Corea del Nord acquisisse questa capacità e minacciasse di farne uso, non mancherebbe di provocare dure reazioni da parte americana. Scaramucce militari alle frontiere, terrestri o lungo le coste, si concluderebbero, come in passato, con pessimi risultati per i nordcoreani. Sembra dunque che attualmente nessuno pensi a fare nuove offerte negoziali alla Corea del Nord. Al contrario, le nazioni partecipanti alla vicenda tendono a indurire il loro atteggiamento nei confronti di Pyongyang.

Un contesto internazionale sempre più incandescente
L’America ha reagito alle ultime manifestazioni bellicose di Pyongyang riconfermando immediatamente la sua protezione militare a Giappone e Corea del Sud, dove stazionano 28.000 soldati statunitensi. Scontato sarebbe anche il ricorso alle Nazioni Unite per ulteriori sanzioni contro il regime nordcoreano. Ma Obama, impegnato a fondo in altri conflitti e di gran lunga più riflessivo del suo predecessore, sembra voler giocare soprattutto la carta di un coordinamento a lungo termine dell’azione dei paesi confinanti nei confronti della Corea del Nord. Questo significa che il futuro del paese è in gran parte nelle mani di Pechino.

La Cina è alleata della Corea del Nord, che vede come uno stato cuscinetto che impedisce l’allargamento geografico e politico della ricca e democratica Corea del Sud. Ma le provocazioni militari di Pyongyang aumentano il rischio per Pechino che gli Stati Uniti sviluppino nell’area un sistema di difesa antimissilistico che ridurrebbe anche la capacità di dissuasione cinese contro attacchi esterni. A preoccupare la Cina è anche la possibilità che le azioni del governo nord-coreano incoraggino il Giappone a dotarsi di armi nucleari. La Cina è inoltre vitalmente interessata a mantenere buoni rapporti sia con il Giappone che con la Corea del Sud con cui ha sviluppato legami economici sempre più stretti. Se dunque la Cina vuole affermare un suo ruolo politico crescente nel continente asiatico, deve adoperarsi attivamente per risolvere la questione nord-coreana.

Il regime politico nord-coreano
A molti appare incomprensibile questa frenesia bellica in un paese che ha enormi problemi economici e la cui popolazione è allo stremo. Il regime però appare solido grazie a una struttura repressiva che miscela un’antica cultura confuciana che esalta il valore della disciplina e un ferreo culto della personalità vetero-comunista. Oltre trentamila statue o monumenti dedicati alla famiglia di Kim il Sung costellano il territorio della Corea del Nord e nessuno spazio è lasciato a idee diverse da quelle del regime al potere. Così il regime non si è disgregato quando negli anni novanta sono cessati gli aiuti dell’Unione Sovietica e diminuiti quelli cinesi. Ma la popolazione nordcoreana, 23 milioni di abitanti, ha subito una vera e propria decimazione per fame negli anni 1996-99.

La carestia ha scosso la legittimità del governo all’estero e, probabilmente, anche all’interno. Pyongyang si è allora lanciata nel programma di sviluppo delle armi nucleari dichiarandosi a più riprese disposta a sospenderlo in cambio di aiuti economici e di una rinuncia da parte degli Usa e delle potenze regionali ad atti ostili nei suoi confronti. I coreani del Nord vorrebbero però la consegna integrale di questi aiuti al governo, senza condizioni, mentre i paesi donatori, in particolare Stati Uniti e Corea del Sud, vorrebbero che i loro aiuti non fossero utilizzati dai vertici del governo e dell’esercito per perpetuare il loro potere.

La successione a Kim Jong-il
Le condizioni di salute impongono ora al dittatore nordcoreano di impegnarsi senza ulteriori indugi a risolvere il problema della successione. Paradossalmente per un paese comunista, il problema ha una natura dinastica. A Pyongyang infatti è ritenuto necessario per la continuità del regime che sia uno dei suoi figli a succedergli, e sembra che il prescelto sia uno dei figli, Kim Jong-un. Mandato con il fratello all’Università militare Kim il Sung, dove era stato per loro creato un apposito programma di preparazione alla leadership, solo Kim Jong-un avrebbe mostrato di possedere le doti necessarie per assumere questo compito. Ma egli è giovanissimo, 25 anni, in un paese nel quale si dà grande importanza all’anzianità. E durante la malattia di Kim è stato il sessantatreenne genero, Ghang, Capo dell’Agenzia per la sicurezza, ad assicurare la continuità del potere famigliare. Vi sono poi i militari. E nessuno sa quello che potrebbe succedere nel caso di un nuovo collasso fisico di Kim Jong-il.

Sul tema si veda anche:

E. Greco: La stella polare dell’opzione zero

A. Dall’Oca: Scacco matto per la Corea del Nord?