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Medioriente

Il conflitto israelo-palestinese e l’acquiescenza dell’Europa

5 Giu 2009 - Nathalie Tocci - Nathalie Tocci

L’offensiva militare israeliana nella Striscia di Gaza del dicembre 2008-gennaio 2009, la chiusura, tuttora in corso, della Striscia e le continue violazioni del diritto internazionale in Cisgiordania e Gerusalemme Est, pongono serie domande sul ruolo dell’Ue nella risposta internazionale al conflitto.

Dal 2006, quando Hamas vinse le elezioni politiche palestinesi, l’Unione ha condotto una serie di politiche che hanno di fatto favorito l’escalation del conflitto. Il boicottaggio di Hamas e la politica di isolamento di Gaza, il finanziamento al governo (non-eletto) di Fayyad in Cisgiordania e l’appoggio (quasi) incondizionato ad Israele, lungi dall’aprire la strada a una soluzione basata sul principio dei due Stati e sul rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale, hanno ostacolato il raggiungimento di questi obiettivi. L’offensiva di Gaza ne è la tragica testimonianza.

Ambiguità strategiche
Nonostante la gravità dell’assalto a Gaza e dei successivi sviluppi sul terreno, l’Ue non ha cambiato strategia e alcuni dilemmi politici di fondo rimangono irrisolti. L’azione diplomatica dell’Ue è stata inefficace. L’Unione ha chiesto un immediato e permanente cessate-il-fuoco, senza però esercitare effettive pressioni su Israele, né, in assenza di rapporti ufficiali, poterne esercitare su Hamas. Ha condannato gli attacchi ai civili e alle strutture dell’Onu, senza però promuovere attivamente inchieste su queste violazioni. Ha chiesto la riapertura dei valichi di confine, ma si è impegnata solo in negoziati di importanza marginale sulla precisa natura e quantità degli aiuti umanitari autorizzati ad entrare a Gaza. Ha proposto un aumento degli aiuti umanitari ai territori occupati senza chiedere a Israele nessuna compensazione per le strutture distrutte, nonostante la perdurante incapacità nel fare arrivare effettivamente i fondi a Gaza e senza tenere conto dell’insostenibilità della politica di aiuti europei ai territori occupati. Ha infine dichiarato di voler rafforzare le relazioni bilaterali con Israele, nonostante le violazioni del diritto umanitario commesse da Israele durante e dopo l’Operazione Piombo Fuso in contrasto anche con gli impegni previsti dagli accordi con l’Ue.

Sono inoltre emerse altre ambiguità della politica europea dovute a divergenze di non poco conto fra i paesi membri. La prima riguarda l’attuale causa del conflitto: alcuni ne attribuiscono la sola responsabilità a Hamas, altri, invece, sottolineano anche quelle israeliane. La seconda concerne le proposte di monitoraggio dei confini di Gaza: mentre la maggior parte delle proposte Ue hanno lo scopo dichiarato di favorire l’attuazione dell’Accordo sul Movimento e l’Accesso, in altre l’accento è posto sulla lotta al contrabbando, che potrebbe comportare un’ulteriore chiusura dei confini di Gaza. A questo riguardo, un cospicuo numero di stati membri ha intrapreso attività anti-contrabbando le quali, se estese ad operazioni per identificare e distruggere i tunnel tra Gaza ed Egitto prima di una vera apertura della Striscia, porterebbero ad un’ulteriore chiusura della assediata Striscia di Gaza: è quanto ha denunciato la stessa Onu. Un punto finale di ambiguità riguarda la formazione del governo palestinese di unità nazionale, e in particolare se la riconciliazione interna palestinese sia genuinamente favorita dall’Ue o se quest’ultima ritenga in definitiva che l’unica opzione è di reinsediare l’Autorità Palestinese (sotto il controllo di Fatah) anche a Gaza date le difficoltà di condurre operazioni di monitoraggio di confine, ricostruzione e aiuti nelle condizioni attuali.

Il paradosso europeo
Analizzando le politiche europee, si rimane colpiti dal crescente divario tra gli obiettivi politici e legali dell’Ue e l’assenza di misure concrete per conseguirli. C’è un’evidente contraddizione tra l’intento dichiarato di promuovere una soluzione basata sulla coesistenza di due Stati e la crescente acquiescenza alle violazioni del diritto umanitario. L’Ue ha sostenuto la realizzazione di uno Stato palestinese impegnandosi in una serie di politiche che andavano dal supporto del processo diplomatico, alla fornitura di aiuti umanitari, al dispiegamento di missioni Pesd nei territori occupati. Tuttavia, non ha preso alcun iniziativa per ottenere lo smantellamento delle strutture dell’occupazione.

L’approccio prevalente dell’Ue è stato di tenere separata la questione del rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale da tutti gli altri aspetti – tecnici, politici, economici e di sicurezza – delle sue politiche in Medioriente. Tuttavia, perseguendo queste politiche all’interno di un contesto di occupazione, senza contribuire attivamente ad una modifica di quel contesto, l’Ue non ha solo fallito nella loro attuazione, ma ha anche rafforzato le dinamiche del conflitto.

Il momento della scelta
La politica seguita dal’Ue, che si potrebbe definire di attiva acquiescenza, è caratterizzata sia da un’incoerenza tra gli obiettivi e le azioni, sia, in realtà, da una crescente difficoltà a definire gli obiettivi. Si rende quindi necessario un profondo ripensamento della politica Ue verso il conflitto israelo-palestinese. L’Ue si trova ad un crocevia: o rivede i suoi obiettivi politici o ricorre ad altre strategie per raggiungerli. Un ripensamento degli obiettivi politici potrebbe, in teoria, comportare un abbandono della soluzione dei due Stati, che gli sviluppi sul terreno hanno reso sempre più difficile da attuare. Tuttavia c’è un largo consenso sia in Europa che in America su questa soluzione. D’altra parte, l’Ue, sia politicamente sia legalmente, non può rinunciare a chiedere il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale. Ne consegue che dovrebbe piuttosto rivedere le politiche che ha fin qui seguito per raggiungere i suoi obiettivi. A tal fine dovrebbe adottare un nuovo approccio basato su cinque elementi principali:

– la promozione di inchieste internazionali sulle violazioni commesse durante il conflitto da parte di tutti gli attori coinvolti;
– uno sforzo costante per ottenere che l’assistenza umanitaria rispetti i principi di neutralità, imparzialità e indipendenza nel quadro di una politica degli aiuti che abbia un respiro di più lungo termine;
– l’elaborazione di una strategia di impegno attivo nei confronti di un nuovo governo palestinese che rappresenti il primo passo verso una vera riconciliazione interna;
– una revisione dell’attività di monitoraggio dei confini per far sì che le attività di contrasto al contrabbando siano svolte unicamente in seguito alla regolare apertura di tutti i valichi per Gaza, ricevendo a tal fine garanzie da Israele che non impedirà l’accesso agli ispettori Ue a Rafah o, alternativamente, posizionando gli ispettori europei della missione Eubam in Egitto piuttosto che in Israele;
– una profonda revisione dei rapporti con Israele; è tempo che l’Ue abbandoni il suo atteggiamento passivo verso le azioni di Israele e faccia del rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale la pietra miliare del suo approccio al conflitto.

Vedi anche:
Active but Acquiescent: The EU ’s Response to the Israeli Military Offensive in the Gaza Strip