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Politica estera dell'Ue

L’Europa alla prova anche in Afghanistan

18 Mag 2009 - Federiga Bindi - Federiga Bindi

Barack Obama sta portando un vento di novità nella politica estera americana e di riflesso nelle relazioni internazionali. Tuttavia, la cartina di tornasole sarà la capacità di salvare Afghanistan e Pakistan dal baratro in cui stanno precipitando e di dare a entrambi i paesi una credibile prospettiva di sicurezza e stabilità politica. Per riuscirci, l’America ha bisogno della comunità internazionale. L’Afghanistan sarà, al tempo stesso, un banco di prova anche per la politica estera Ue: il rischio, neanche troppo remoto, è che l’Europa fallisca.

Una delle questioni più impegnative e spinose è l’addestramento delle forze di polizia. In materia, il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner ha, ad esempio, sostenuto che la Forza di Gendarmeria Europea (Fge) potrebbe giocare un ruolo importante. La Fge è un gruppo multinazionale composto da forze di polizia militare di Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Olanda e Romania.

Evitare la frammentazione
Pur mostrando grande apprezzamento per la disponibilità francese a fornire un significativo supporto in un settore delicato come quello dell’addestramento delle forze di polizia, alcuni paesi – tra i quali l’Italia – hanno preferito sottolineare la necessità di continuare a lavorare nel quadro del “training command” americano, il Combined Security Transition Command-Afghanistan (Cstc-A). Il punto è che, se da un lato è sicuramente necessario un maggiore contributo europeo nel settore dell’addestramento delle forze di polizia afghane, dall’altro è fondamentale evitare un’ulteriore proliferazione di iniziative in un quadro di per sé già troppo frammentato.

Qualunque nuova missione di addestramento europea, prima di essere approvata, dovrebbe fornire chiare assicurazioni sul valore aggiunto che apporterebbe. Ciò è tanto più necessario alla luce della decisione presa al recente Vertice Nato di Strasburgo-Kehl di creare una specifica missione Nato per l’addestramento della polizia afghana, la Nato Training Mission- Afghanistan (Ntm-A). Eventuali ulteriori contributi a livello europeo dovrebbero inserirsi nelle missioni internazionali già operative (i.e. Eupol o Cstc-A/Nato) e pertanto contribuire nei termini e nelle modalità stabilite dal governo afghano in cooperazione con l’International Police Coordination Board. In prospettiva, Ntm-A dovrebbe rappresentare il principale e unico contesto nel quale includere ogni futura azione internazionale in questo settore. Per quanto riguarda la Fge, molti paesi europei hanno dunque accolto l’idea che questa possa avere un ruolo in Afghanistan, ma solo all’interno del Ntm-A e della sua giurisdizione. Un ruolo della Fge potrebbe quindi essere previsto una volta concluso il processo di pianificazione del Ntm-A, in modo da non interferire in una fase già di per sé complessa.

Il contributo italiano
Grazie ai Carabinieri, l’Italia potrebbe dare un contributo molto importante a un’eventuale Fge. È pertanto comprensibile il disappunto francese per la tiepida risposta italiana. Tuttavia, l’accusa di non voler contribuire ad un’azione europea è fuori luogo in considerazione di quanto sinora fatto dall’Italia proprio nel campo dell’addestramento delle forze di polizia afghane.

Le iniziative italiane a sostegno dell’Afghanistan risalgono alla primavera del 2002 quando una squadra speciale dei Carabinieri (i Gis) restò a Kabul – dopo avervi riaccompagnato l’ex monarca Zahir Shah – per addestrarne il servizio di sicurezza. Un plotone di Carabinieri, integrato nell’Operazione Enduring Freedom (Oef), ha poi svolto nel 2003 operazioni di addestramento della polizia nazionale afghana.

Tra il 2007 e il 2008, il contributo italiano a supporto della polizia afghana è venuto progressivamente aumentando. Esso conta oggi circa 70 persone, principalmente Carabinieri e Guardia di Finanza: 34 Carabinieri a Adraskan (ad ovest dell’Afghanistan) addestrano l’Afghan National Civil Order Police(Ancop) in collaborazione con Cstc-A; 13 ufficiali della Guardia di Finanza addestrano invece l’Afghan Border Police e le guardie di frontiera ad Herat, sempre in collaborazione con Cstc-A.

Al vertice Nato di Strasburgo-Kehl dello scorso aprile, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha annunciato un rafforzamento del contingente dei Carabinieri, che raggiungerà così le 100 unità. Il valore aggiunto della metodologia di addestramento dei Carabinieri è particolarmente apprezzata dal governo americano che non dispone di forze di polizia militari. L’Italia contribuisce al sostegno alle forze di polizia afghane anche partecipando all’International Police Coordination Board (Ipbc) e ai suoi principali organi. L’Italia ha inoltre contribuito finanziariamente al fondo Law & Order Trust, uno strumento finanziario gestito dalle Nazioni Unite che sostiene la costituzione e l’equipaggiamento della polizia afghana.

Ma l’Italia, in linea con la sua tradizione europeista, promuove anche il ruolo dell’Unione Europea in Afghanistan: ha in particolare sostenuto la missione Pesd Eupol fin dai suoi inizi e, in riconoscimento del ruolo svolto, la posizione di vice comandante dell’Eupol è stata ricoperta da un ufficiale dei Carabinieri. Circa 20 italiani (Carabinieri, Guardia di Finanza e alcuni civili) fanno parte di Eupol e altri – provenienti dalla Guardia di Finanza – se ne aggiungeranno a breve. Negli anni, i Carabinieri e la Guardia di Finanza hanno indotto sia le autorità afghane che i comandi americani a sviluppare training curricula più vicini all’approccio europeo alle attività di polizia.

Un banco di prova per l’Ue
Più in generale, l’Europa potrebbe giocare un ruolo fondamentale in Afghanistan. Ogni giorno appare sempre più chiaro che la soluzione non può essere di natura squisitamente militare. La comunità internazionale dovrà sempre più concentrarsi sugli aspetti civili della crisi e moltiplicare gli sforzi nell’institution building e nello sviluppo economico. Gli afghani, tanto a livello di leadership politica che di popolazione, debbono essere incoraggiati ad assumere maggiori responsabilità e a prendere in mano il proprio futuro. In altre parole, il successo – o l’insuccesso – dipenderanno dal grado di coinvolgimento della società civile.

Le elezioni in agosto saranno un momento importante ed è necessario che siano quanto più corrette possibile. Il monitoraggio internazionale – prima e durante le elezioni – svolgerà dunque un ruolo essenziale. È necessario dare risposte concrete alla popolazione afgana, esausta da trent’anni di guerra e svilita da una classe politica corrotta, inefficace ed inefficiente: prioritaria è la creazione di condizioni per una governance se non ottimale, quantomeno decente. Senza istituzioni efficaci non ci possono essere rispetto della legge, democrazia e rilancio economico. Il rischio è che la popolazione afghana si rassegni o scelga di votarsi ai talebani. L’esito dell’impegno internazionale in Afghanistan dipende dunque dalla capacità di coinvolgere, sostenere e dare risposte concrete alla società civile.

Il ruolo cruciale della componente civile
Gli Stati Uniti stanno riducendo la presenza militare in Iraq, trasferendo alcune truppe in Afghanistan. Contestualmente stanno aumentando la presenza civile in Iraq. Ciò significa che non hanno risorse sufficienti da investire nel settore civile in Afghanistan. Lì, a fronte di un aumento complessivo di ben 21.000 militari statunitensi sono previsti solo altri 200 civili o poco più. Per poter svolgere un’azione efficace ne sarebbero necessari molti di più: servirebbero funzionari statali o locali, manager, giudici ecc. È questo – la governance e lo stato di diritto – l’ambito nel quale gli europei eccellono e possono fare la differenza.

Gli europei – Unione Europea e Stati membri – hanno devoluto circa 8 miliardi di euro in aiuti per l’Afghanistan nel periodo 2002-2010. Per il periodo 2007-2010, l’Ue, attraverso la Commissione Europea, ha destinato 700 milioni di euro. Il 40% degli aiuti vanno a finanziare la “governance” – che include polizia e giustizia – il 30% è a favore dello sviluppo rurale e della sicurezza alimentare, mentre il 10% va all’assistenza sanitaria. L’Ue dovrebbe muoversi principalmente su quattro fronti: (a) migliorare Eupol, tenendo fede all’impegno preso di duplicare il numero delle unità già presenti; (b) fornire supporto per le prossime elezioni, creando un’apposita missione di osservatori; (c) dare sostegno finanziario alle operazioni di ricostruzione, concentrandolo particolarmente sull’assistenza sanitaria e gli aiuti all’agricoltura e assicurandosi che gli aiuti arrivino laddove c’è effettivamente più bisogno; (d) infine, ma non meno importante, dovrebbe essere rafforzato il profilo di Eupol, incrementando la presenza della Rappresentanza europea a Kabul.