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Economia internazionale

Le tigri asiatiche di fronte alla crisi economica globale

11 Mag 2009 - Dieter Ernst - Dieter Ernst

Un paio di mesi fa alcuni economisti erano ancora fiduciosi che, nonostante il collasso del sistema finanziario globale e il conseguente crollo del commercio e degli investimenti internazionali, la recessione in gran parte dell’Asia – in particolare Cina e India – sarebbe stata molto meno grave che altrove. Secondo questo quadro roseo, la regione se la sarebbe cavata meglio che durante la crisi finanziaria del 1997.

Ora sappiamo che queste aspettative erano sbagliate, e che l’Asia sta soffrendo oggi anche di più che nel 1997. Il crollo economico della regione è stato talmente veloce e spietato da scioccare anche i pessimisti. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) prevede per il 2009 una diminuzione del prodotto interno lordo (Pil) in Asia di almeno il 2.5%, contro una crescita del 9% nel 2007 – laddove invece i dati del Fmi mostrano che anche durante il picco della crisi finanziaria del 1997 l’Asia aveva continuato a crescere intorno al 3.7%! Smentiti gli ottimisti, occorre guardare al potenziale impatto di lungo termine della crisi.

Il ripiegamento delle tigri asiatiche
Una caratteristica importante della crisi attuale è che più un paese esporta, più è vulnerabile. I paesi che hanno avuto più successo, come Cina, Taiwan, Corea e Singapore sono infatti quelli in cui si registra il crollo più grave delle esportazioni e delle importazioni, della produzione e degli investimenti industriali, come pure l’aumento maggiore della disoccupazione.

A febbraio le esportazioni della Corea sono crollate del 26% rispetto a un anno prima, mentre le importazioni sono precipitate del 40%. A Taiwan, un altro esempio di grande paese esportatore che ha adottato il modello della “fabbrica globale”, le esportazioni sono scese del 42% a gennaio rispetto allo stesso mese del 2008, e un calo analogo si era verificato già a dicembre. E che dire della Cina, un paese, che, diventando la “fabbrica globale” per eccellenza, è stata catapultata in pochi anni nel club esclusivo delle potenze economiche globali? I dati recenti sul commercio mostrano che le esportazioni cinesi hanno sofferto il crollo maggiore dell’ultimo decennio – 7% a gennaio – , mentre le importazioni sono crollate quasi del 36%.

A preoccupare il governo cinese è soprattutto l’aumento della disoccupazione fra i lavoratori migranti e i laureati. Il governo stima che 20 milioni di lavoratori migranti hanno perso il lavoro o non sono riusciti a trovare un impiego nel 2008, e che il quadro potrebbe peggiorare ulteriormente nel 2009. Secondo l’Accademia cinese delle scienze sociali 7,8 milioni di laureati cercheranno lavoro nel 2009. Di questi fino al 40% – circa 3 milioni – non lo troveranno. Pieter Bottelier, un noto esperto di Cina, calcola che 48 milioni di cinesi potrebbero cercare lavoro quest’anno mentre il numero dei nuovi posti di lavoro probabilmente sarà inferiore ai 7 milioni.

Un modello in crisi che va riformato
Quanto profonda e lunga sarà la crisi asiatica? Se l’economia mondiale, come probabile, impiegherà anni e non mesi per riprendersi, saranno necessari profondi aggiustamenti nel modello di sviluppo asiatico basato sulle esportazioni.

Prendiamo il caso della Cina. Dal 1998 la sua dipendenza dal commercio internazionale è raddoppiata: dal 30% del Pil al 60% nel 2008. Nello stesso periodo le esportazioni sono passate dal 16.5% al 33% del Pil. Per 30 anni un’economia globale in rapida espansione ha determinato un boom delle esportazioni cinesi – dal 1982, la crescita del commercio internazionale è stata in media quasi due volte quella del Pil globale. Quest’anno invece sia il commercio che gli investimenti internazionali stanno andando a picco. Per affrontare questi cruciali problemi di natura esterna sono necessari aggiustamenti profondi.

La questione fondamentale per l’Asia è: i governi saranno capaci di fare della crisi un’opportunità per il cambiamento? Per migliorare, le economie asiatiche, si dice, hanno bisogno di innovazione. E in effetti, senza un mutamento di strategia non sarà possibile soddisfare i grandi bisogni della regione nel campo dell’alimentazione, delle abitazioni, dei servizi sanitari, delle infrastrutture, né si potrà contrastare il degrado ambientale.

Pochi passi avanti sono stati fatti finora e l’Asia non è pronta a mobilitare risorse per la ripresa economica. Come quota del Pil , i programmi di incentivi annunciati in Asia sono decisamente più ridotti di quelli degli Usa, del Giappone (6%) e della stessa Germania (3%), con due eccezioni: Singapore (3,2%) e la Cina (7,1%). Ciò che distingue la Cina dai suoi vicini asiatici è il fatto che ha un basso livello di indebitamento netto e grandi riserve e dispone quindi di ampie risorse per continuare a sostenere l’economia.

Tuttavia, anche in Cina vi sono notevoli ostacoli a una rapida ripresa. Ad esempio, il crollo della domanda globale e la capacità produttiva in eccesso possono portare alla deflazione e a una riduzione dei salari. Quest’ultimo fattore deprimerà i consumi e porterà anche alla svalutazione del tasso di cambio reale rispetto a quei paesi che hanno un mercato del lavoro meno flessibile, compresi gli Usa. Tutto ciò probabilmente spingerà ancor più verso politiche protezionistiche. Uno scenario da far tremare le vene ai polsi.