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Balcani

La disputa del nome tra Atene e Skopje

27 Mag 2009 - Giordano Merlicco - Giordano Merlicco

Dopo il vertice di Bucarest dell’Alleanza Atlantica dell’aprile 2008, molti speravano che la “disputa nominale” tra la Repubblica di Macedonia – Fyrom e la Grecia avrebbe potuto essere risolta entro la fine dell’anno. Così non è stato e, nonostante l’importanza della posta in gioco, le possibilità di risolvere la controversia rimangono estremamente incerte.

Lo stato delle trattative
L’ultima formula avanzata dal mediatore Matthew Nimetz per venire incontro alle esigenze dei due paesi, propone per Skopje la denominazione Repubblica della Macedonia settentrionale. Si tratta di una formula accettata in linea di principio da entrambi i governi, ma per Atene l’eventuale accordo dovrebbe comprendere anche i termini con cui designare la lingua e la nazionalità degli abitanti della Fyrom, che in nessun caso, secondo i greci, possono essere considerati semplicemente “macedoni”. Ciò dovrebbe comportare anche la cancellazione dei riferimenti al popolo macedone contenuti nella costituzione, un gesto che nessun dirigente politico a Skopje può compiere senza essere accusato di svendere la stessa identità del suo popolo.

In effetti Atene e Skopje sono divise da interpretazioni della storia regionale nettamente differenti e in tal senso la contesa macedone è carica di implicazioni identitarie. Se per i macedoni il riconoscimento del loro stato come Macedonia è una questione di dignità nazionale, cambiarne il nome per la Grecia significa confermare la “grecità” della Macedonia greca e dei suoi abitanti, invalidando altresì la richiesta di diritti culturali per la minoranza macedone della Grecia settentrionale, che secondo il punto di vista ellenico non è altro che una comunità “slavofona” con una coscienza nazionale greca.

A passo di gambero
Dopo l’accordo ad interim del 1995, le relazioni economiche tra i due paesi si sono mantenute buone. La Grecia è uno dei principali partner economici della Fyrom ed è uno dei primi paesi per investimenti esteri diretti. I rapporti politici rimangono invece oscillanti a causa della “questione nominale”. Impedire l’integrazione di Skopje nelle organizzazioni internazionali di cui la Grecia è membro, sembra l’unica arma rimasta ad Atene per indurre la Macedonia ad accettare un nome di compromesso; in questo modo Atene vuole inoltre riportare la disputa nominale al centro dell’attenzione internazionale, interrompendo le tattica dilatoria del suo vicino settentrionale.

Il governo macedone puntava infatti a separare la disputa sul nome dal processo di integrazione euro-atlantica, portando avanti le riforme necessarie e sperando che con il passare del tempo la questione del nome avrebbe perso ogni residuo interesse per la diplomazia internazionale. I responsabili macedoni erano confortati dal crescente numero di paesi che riconoscono la piccola Repubblica balcanica con il suo nome costituzionale; si pensi al caso degli Stati Uniti, che hanno inizialmente riconosciuto Skopje come former Yugoslav Republic of Macedonia, ma che hanno optato per Repubblica di Macedonia durante l’amministrazione Bush.

L’irrigidimento greco sembra aver segnato una battuta d’arresto per questa tattica, tanto più che la mancata risoluzione della contesa avrebbe pesanti conseguenze per Skopje. La Macedonia ha ottenuto lo status di candidato all’integrazione nell’Ue nel 2005, ma i negoziati per l’adesione non sono ancora iniziati e vari esponenti europei hanno chiaramente affermato che risolvere la contesa con la Grecia è un prerequisito essenziale a tal fine. A ciò va aggiunto che la situazione di stallo potrebbe avere conseguenze anche sugli equilibri interni della Macedonia, incoraggiando le ali radicali della minoranza albanese ad alzando il livello delle loro rivendicazioni; il Partito Democratico albanese ha recentemente auspicato la discussione di un nuovo accordo per la tutela della comunità albanese, giudicando insufficienti le garanzie offerte dall’accordo di Ocrida. I partiti albanesi vedono con minore emotività l’ipotesi di raggiungere un compromesso con Atene e non sembrano disposti a rinunciare all’integrazione euro-atlantica solo per un nome.

Il perdurare della disputa avrebbe conseguenze negative anche per la Grecia, che rischia di isolarsi dai suoi partner dell’Ue e della Nato, poco interessati dalla questione del nome, e indotti ad assecondare le posizioni elleniche soprattutto a causa dalla minaccia del veto. Atene rischia di ribadire quell’immagine di paese “non cooperativo” diffusasi nei primi anni ’90, proprio a causa della sua politica nei confronti di Skopje. Gli Stati Uniti vorrebbero integrare la Macedonia nella Nato almeno entro il 2010 e non hanno nascosto la loro irritazione; del resto il governo ellenico ha interpretato come una punizione la decisione di Washington di non includere la Grecia nel programma visa waiver, che avrebbe permesso ai cittadini greci di entrare negli Usa senza visto.

Il peso della politica interna
Il retroterra culturale e la suscettibilità delle rispettive opinioni pubbliche spiegano la ritrosia degli esponenti politici dei due paesi a raggiungere una soluzione di compromesso. La recente elezione di Gjorgji Ivanov a presidente della Fyrom potrebbe costituire un elemento incoraggiante, dato che sia il premier che il presidente sono espressione del partito di destra Vmro-Dpmne. La precedente coabitazione tra il primo ministro di destra Nikola Gruevski e il presidente socialdemocratico Branko Crvenkovski rendeva difficile una soluzione perché, a norma del sistema semipresidenziale macedone, essa avrebbe dovuto ottenere il consenso di entrambi.

Tuttavia la volontà di Gruevski di sottoporre a referendum qualsiasi soluzione concordata con la Grecia sembra celare un sostanziale rifiuto di accettare una denominazione di compromesso, dato che i sondaggi mostrano una diffusa ritrosia da parte dei macedoni a cambiare il nome costituzionale. Parallelamente l’intenzione degli esponenti della Vmro-Dpmne di spendere milioni di euro, in un periodo di crisi economica, per erigere una statua di Alessandro Magno nel centro di Skopje non è certo un gesto di buona volontà nei riguardi della Grecia, che vi legge il proposito di appropriarsi di un patrimonio storico che Atene considera di sua esclusiva proprietà.

Da parte greca le cose non sembrano meno complesse: la Grecia sta vivendo una grave crisi politica ed economica, cui si aggiungono ripetuti episodi di corruzione. Indebolito da scandali, proteste di piazza e dallo spettro della recessione, il governo di centro-destra sembra incline a fare ampio utilizzo dell’armamentario del nazionalismo. Con il rimpasto di governo di inizio gennaio è stato nominato ministro della cultura Antonis Samaras, colui che nei primi anni ’90 ha impedito alla Grecia di raggiungere un compromesso con Skopje; egli ha inoltre da poco “previsto” la prossima spartizione della Fyrom tra Grande Albania e Grande Bulgaria. Il suo nuovo incarico non gli conferisce l’influenza di cui godeva come ministro degli esteri, ma il governo anche questa volta è appeso ad una esile maggioranza parlamentare: su un totale di 300 deputati che compongono il parlamento di Atene, solo 151 hanno votato l’ultima manovra finanziaria: un dato che conferisce un immenso potere a chiunque voglia impedire la chiusura definitiva dell’inesauribile questione macedone.