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Balcani

La Bosnia è un problema europeo, non americano

27 Mag 2009 - Valerio Briani - Valerio Briani

A metà marzo, il vice presidente americano Joe Biden si è recato in visita in Bosnia Erzegovina accompagnato dall’Alto rappresentante Solana. La visita è stata considerata da molti osservatori come un’indicazione dell’intenzione della presidenza Usa di giocare un ruolo maggiore nella regione. Biden era stato, all’epoca della guerra civile, un partigiano dei bosniaci musulmani: il suo arrivo è stato accolto da manifestazioni di protesta dei veterani di guerra serbi in tutta la Repubblica Srpska, una delle due entità in cui è divisa la Bosnia. Segno tangibile, questo, delle divisioni che ancora dominano il paese.

Un rinnovato impegno americano?
Il vice presidente ha avuto l’occasione di rivolgere un discorso al parlamento bosniaco. Biden ha condannato la drastica e pericolosa diffusione di un linguaggio nazionalista e violento che fa leva sulle paure della gente per suscitare rabbia e risentimenti. Il risultato visibile è la sfiducia tra le comunità costituenti, il blocco delle riforme, e discorsi pericolosi che ricordano a Biden quelli che si sentivano risuonare nel periodo buio della guerra civile. Il vice presidente ha anche avvertito i deputati che il futuro della Bosnia è legato indissolubilmente all’integrazione europea. La conseguenza di un fallimento su questa strada sarà, nella migliore delle ipotesi, che la Bosnia rimarrà tra i più poveri paesi europei; nella peggiore, un ritorno al caos che ha caratterizzato la maggior parte del decennio precedente.

Si tratta davvero dell’annuncio di un rinnovato impegno americano in Bosnia? Difficile dirlo. L’agenda del presidente Obama sembra già abbastanza complicata. Sul fronte interno, Obama ha di fronte a sé il compito di risollevare il paese da una crisi economica che ha scosso nelle fondamenta il sistema americano. Sul fronte internazionale le sfide sono tanto numerose che fare l’elenco è difficile. In Afghanistan c’è una guerra da vincere ed un paese da ricostruire: la credibilità statunitense e della Nato sono in gioco. Il negoziato di pace israelo-palestinese, che giustamente la Casa Bianca considera processo chiave per l’intero Medio oriente, è in stallo. L’Iran, vicino alle elezioni, è più imprevedibile che mai. La Corea del Nord continua a sfidare la comunità internazionale. I rapporti con Russia e Cina sono da ridefinire e ricalibrare. L’elenco potrebbe continuare (terrorismo, cambiamento climatico, energia..).

Difficile che, in questa situazione, la presidenza intenda spendere energie e capitale politico per risolvere un problema che è prima di tutto europeo e che l’Europa dovrebbe essere in grado di gestire da sola. Con il suo discorso, Biden ha voluto certamente segnalare l’interesse ed il sostegno americano per la riforma dello stato bosniaco: ma il vice presidente ha anche affermato esplicitamente che l’unica strada per una Bosnia prospera e sicura è quella dell’integrazione europea. Un avvertimento che sembra rivolto tanto alla Bosnia quanto all’Unione.

La disattenzione di Bruxelles
L’Ue ha indicato alla Bosnia le riforme da perseguire, ha schierato una grande missione militare (Altea) ed una piccola missione di polizia, ed installato sul posto un rappresentante dai poteri proconsolari, ma, fatto ciò, ha ritenuto il problema in via di risoluzione e concentrato la sua attenzione su altri dossier, interni ed esterni: Lisbona, l’Afghanistan, le crisi energetiche, il Medio oriente. Una Europa dalle ambizioni globali ha fatto sentire la sua voce sul nucleare iraniano, sulle elezioni in Moldavia, sul regime birmano. Le missioni Pesd si sono moltiplicate: dal Congo al Darfur, da Rafah in Palestina alla Georgia all’Indonesia.

Nel frattempo, la situazione in Bosnia si è incancrenita. Si sono raggiunti, va notato, risultati anche importanti; le forze armate sono state unificate e poste sotto il controllo centrale: è stato raggiunto un accordo sulla riforma della polizia: il complicato processo decisionale bosniaco è stato (molto parzialmente) semplificato. La Bosnia ha potuto quindi firmare un accordo di Associazione e stabilizzazione con l’Ue. Recentemente, sembra anche essersi risolta l’annosa controversia sullo status del distretto di Brcko. Tuttavia, il problema di fondo rimane. La politica bosniaca è divisa su rigide linee etniche. I partiti, etnicamente omogenei, fanno un sistematico gioco a somma zero, e le occasioni di cooperazione sono un’eccezione piuttosto che la regola. Le riforme essenziali sono bloccate da anni. Questa situazione rende ogni progresso raggiunto finora pericolosamente precario.

L’errore dell’Ue è stato quello di pensare che la carota dell’integrazione fosse sufficiente, da sola, a spingere i dirigenti bosniaci sulla strada delle riforme. Sono state trascurate le specificità della situazione bosniaca e le condizioni particolari che rendono, per un dirigente locale, più fruttuoso scommettere sul nazionalismo che sull’apertura; più conveniente mantenere i privilegi che impegnarsi sulle riforme; più sicuro appellarsi al passato che al futuro. Il rappresentante europeo della comunità internazionale, senza l’appoggio dell’Ue, non è in grado di risolvere tutto, a meno di non volersi impegnare in un braccio di ferro potenzialmente distruttivo con le istituzioni delle entità (anche se un funzionario energico come l’ex rappresentante Lajcak ha ottenuto molto).

È mancata, e per molti versi manca ancora, una decisa, costante e coordinata pressione politica sulla Bosnia. La commissione europea ha diligentemente preso nota ogni anno degli scarsi progressi bosniaci; un impegno diretto delle istituzioni europee ha però stentato a materializzarsi. A fine 2008, Solana ed il Consiglio europeo hanno annunciato un rinnovato impegno ed una nuova strategia per la Bosnia. È auspicabile che tale strategia segni il ritorno dell’Europa nel paese, e che le istituzioni ed i paesi europei si rendano conto che se si vuole che il progetto di normalizzazione della Bosnia vada finalmente a buon fine, sarà necessario tutto l’impegno che l’Ue può profondere. Dopotutto, il problema della Bosnia è un problema per l’Europa, non per l’America. Sarebbe velleitario nutrire aspirazioni da potenza globale se non si è in grado di risolvere i problemi del proprio giardino di casa.