IAI
Elezioni presidenziali e politica estera

Iran al bivio, con o senza Ahmadinejad

25 Mag 2009 - Shireen Hunter - Shireen Hunter

Il prossimo giugno in Iran si svolgeranno, le elezioni presidenziali per la decima volta da quando, nel 1979 venne instaurato il regime islamico. Nelle passate elezioni, il Presidente uscente è stato sempre rieletto per un secondo mandato. Persino Muhammad Khatami, malgrado i suoi problemi con i conservatori e il suo disaccordo con la Guida Suprema, Alì Khamenei, venne rieletto, nel 2001.Le elezioni di quest’anno sono diverse, in quanto c’è la reale possibilità che il Presidente uscente, Mahmud Ahmadinejad, non riesca a ottenere la rielezione. Un’altra caratteristica distintiva di queste elezioni è il ruolo determinante che potranno avere le questioni di politica estera e il giudizio su quanto ha fatto il governo di Ahmadinejad.

È vero che, già durante le elezioni del 2005, gli oppositori di Khatami avevano criticato duramente la sua politica estera come troppo “accomodante” nei confronti dell’Occidente, sia su questioni regionali quali l’Afghanistan e l’Iraq, sia sulla questione nucleare. Sottolineavano che l’aiuto fornito dal governo Khatami agli Usa in Afghanistan aveva avuto il solo risultato di vedere l’Iran etichettato quale membro dell’asse “del male”, e che la decisione di sospendere unilateralmente il programma di arricchimento dell’uranio, nella speranza che l’Ue normalizzasse i suoi rapporti con l’Iran, era stata smentita dai fatti.

In realtà però, nel 2005, i fattori che più influenzarono l’esito delle elezioni furono soprattutto di carattere interno, quali le condizioni economiche particolarmente difficili e l’apparente distanza tra le élites politiche e culturali dal paese e le preoccupazioni del popolo comune. Ahmadinejad, con la sua immagine di “uomo del popolo” e i suoi atteggiamenti coloriti, beneficiò largamente di queste percezioni.

La politica estera di Ahmadinejad sotto attacco
Quest’anno la situazione è diversa e le questioni di politica estera potrebbero avere un’influenza molto maggiore sul risultato elettorale. Temi legati alla politica estera appaiono nel dibattito elettorale molto più frequentemente del solito.

Le ragioni sono varie. Primo, da che Ahmadinejad è divenuto presidente, e per sua decisione, l’Iran è stato sottoposto a sanzioni economiche dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per le sue iniziative in campo nucleare. Secondo, la prosecuzione della politica nucleare di Ahmadinejad espone l’Iran a un possibile indurimento delle sanzioni economiche e persino al rischio di attacchi militari. Terzo, la politica regionale di Ahmadinejad, e soprattutto la sua retorica militante sulla questione palestinese, hanno accresciuto l’irritazione e l’inimicizia dei vicini arabi, al punto che alcuni arrivano ora a considerare l’Iran un rischio per la loro sicurezza anche maggiore di quanto non sia Israele. E quarto, il fatto che Ahmadinejad abbia sollevato dubbi sull’Olocausto (sino quasi a negarne l’esistenza) e le sue affermazioni sulla prossima scomparsa di Israele dalla faccia della terra, non solo hanno esacerbato i timori israeliani e accresciuto l’ostilità nei confronti dell’Iran, ma hanno anche ispirato un’indignazione e un disgusto generalizzati e globalmente diffusi verso il presidente iraniano e il suo governo.

Una conseguenza dei discorsi oltraggiosi di Ahmadinejad, è che molti leader stranieri, anche quelli che vorrebbero impegnarsi con l’Iran, si trovano in imbarazzo quando debbono stringere rapporti diretti. Lo ha detto chiaramente il Presidente francese Nicolas Sarkozy, affermando che non se la sente di rivolgere la parola ad Ahmadinejad, né di stringergli la mano. È un sentimento condiviso da molti altri, anche se non sempre espresso pubblicamente.

Nel frattempo, benché, durante la presidenza di Ahmadinejad, le rendite petrolifere iraniane abbiano toccato il livello più alto degli ultimi trent’anni, e nonostante la volontà dichiarata di migliorare la situazione economica, questa è in effetti peggiorata, con un’inflazione galoppante e crescenti livelli di disoccupazione. Certo, questo governo ha attuato alcuni interventi nelle zone rurali e ha portato a compimento grandi programmi industriali, ma la sua politica macroeconomica si è rivelata fallimentare.

Molti oppositori sottolineano lo stretto rapporto esistente tra la sua politica estera e la disastrosa situazione economica dell’Iran. Ad esempio, essi affermano che l’Iran non riuscirà a risolvere il problema della disoccupazione senza attirare importanti investimenti esteri. Ma Ahmadinejad, provocando l’imposizione di sanzioni economiche molto più dure di quelle precedentemente applicate dai soli Stati Uniti, ha impaurito i potenziali investitori e ha persino spinto alcune compagnie già presenti in Iran, come la Total, a sospendere i nuovi progetti.

Tutti i candidati presidenziali che si oppongono ad Ahmadinejad criticano la sua politica estera e i suoi discorsi aggressivi. Mehdi Karrubi, uno dei due candidati riformisti, sottolinea le posizioni sull’Olocausto di Ahmadinejad e afferma che le sue affermazioni “irresponsabili” hanno danneggiato gli interessi nazionali. Un altro candidato, Mohsen Rezaei, un indipendente che sostiene la necessità di un governo di coalizione, è arrivato a sostenere che l’Iran non potrà risolvere i suoi problemi economici senza prima condurre una diversa politica estera e senza raggiungere un accettabile modus vivendi con il resto del mondo. Di più, Rezaei ha affermato che, se sarà eletto, cercherà di stringere un rapporto “costruttivo ed efficace” con gli Usa.

Anche Mehdi Karrubi intende perseguire una politica analoga. Quando era presidente del Parlamento iraniano, negli anni ’90, si era recato a New York dove aveva incontrato svariati senatori americani. Lo stesso Mir Hossein Moussavi, che negli anni ’80 e ’90, spinto dalle sue posizioni di sinistra e filo-sovietiche, si era opposto al miglioramento dei rapporti tra Usa e Iran, oggi intende trovare una posizione più accomodante verso gli Stati Uniti.

Un limitato spazio di manovra in politica estera
È importante ricordare, però, che nessun Presidente è pienamente libero di decidere sulle questioni di politica estera. Se così non fosse, personaggi come l’ex-presidente Alì Akbar Hashemi Rafsanjani o ancora di più Mohammad Khatami, sarebbero probabilmente riusciti da tempo a risolvere una volta per tutte le divergenze con l’America e con l’Occidente. Questa situazione non potrà cambiare anche nel caso di sconfitta di Ahmadinejad. D’altro canto questo significa anche che una eventuale vittoria di Ahmadinejad non escluderebbe necessariamente la possibilità di un mutamento importante della politica estera iraniana.

Il fatto è che su questi temi ad avere l’ultima parola è sempre la Guida Suprema. Anzi, si potrebbe persino dire che neanche questo personaggio ha le mani completamente libere quando entrano in gioco i caratteri fondanti della politica estera iraniana, a meno che le circostanze non lo rendano assolutamente necessario. Questa è la conseguenza della natura ideologica del regime iraniano e della sua stessa legittimità. Ciò significa ad esempio che, chiunque sia il Presidente, l’Iran non potrà cambiare in modo fondamentale la sua posizione sul conflitto arabo-israeliano, specialmente se ciò dovesse significare entrare apertamente in conflitto con Hamas o con Hizbullah. Allo stesso tempo, però, sono possibili compromessi e mutamenti più limitati. Ricordiamo, ad esempio, che durante ambedue le presidenze di Rafsanjani e di Khatami, il governo iraniano aveva dichiarato che avrebbe accettato qualsiasi decisione presa dai palestinesi nel processo di pace. In altre parole, se Israele e i palestinesi dovessero raggiungere un accordo, l’Iran non si opporrebbe. Mir Hossein Moussavi ha ribadito questa posizione in una recente intervista concessa ad un giornale occidentale. In pratica quindi l’Iran potrebbe ridurre o persino interrompere il suo appoggio a Hamas e Hizbullah.

Altre questioni, pur non essendo all’origine di natura ideologica, hanno finito per assumere, col passare degli anni, un’importanza quasi analoga. Una di queste è la controversa questione nucleare. Giusto o sbagliato che sia, la maggior parte degli iraniani considera il programma nucleare come parte integrante del progresso tecnologico e scientifico del paese e della sua autosufficienza, e giudica l’opposizione occidentale come un’altra dimostrazione della volontà storica di mantenere l’Iran in condizioni di sottosviluppo. Il che significa che qualsiasi governo iraniano manterrà il punto di continuare ad avere una qualche forma di arricchimento dell’uranio. Tuttavia sono negoziabili compromessi sul livello e sul formato dell’attività di arricchimento. È interessante notare che persino il governo Ahmadinejad ha sostenuto la possibilità di trovare altre strade, come ad esempio la creazione di un consorzio, basato in Iran, per la produzione di combustibile nucleare, per placare le preoccupazioni occidentali e degli altri paesi della regione.

Tuttavia sarebbe più facile per l’Occidente raggiungere un compromesso con un nuovo governo che non porti con sé l’imbarazzante eredità di Ahmadinejad, proprio come fu più facile per l’Occidente risolvere il cosiddetto “affare Rushdie” con Khatami invece che con Rafsanjani, benché i termini del compromesso fossero sempre gli stessi.

Elezioni dall’esito incerto
Ma quali sono le speranze di vittoria dei candidati? L’handicap più serio dei rivali di Ahmadinejad è la loro divisione. Inizialmente si era sperato che il campo riformista, nei mesi precedenti le elezioni, raggiungesse un accordo su un singolo candidato, così da massimizzare le possibilità di sconfiggere Ahmadinejad. Questa speranza si era rafforzata quando, dopo mesi di riflessione, Muhammad Khatami annunciò che si sarebbe presentato e mise su un suo stato maggiore elettorale. Ma tale speranza venne immediatamente delusa con la presentazione della candidatura di Mir Hossein Moussavi e con il rifiuto di Mehdi Karrubi di ritirarsi a favore di Khatami. In ultima analisi è stato Khatami a rinunciare a presentarsi, dando adito alle voci che lo avrebbe fatto, dopo aver ricevuto un messaggio in tal senso da parte della Guida Suprema. Khatami ha respinto tali supposizioni, e così ha fatto anche la Guida Suprema con un suo discorso pronunciato nella provincia di Khorasan. Khamenei ha affermato di non appoggiare nessuno dei candidati alle prossime elezioni. Più recentemente però, durante un suo viaggio in Kurdistan, egli ha suggerito l’opportunità di eleggere un leader che abbia uno stile di vita semplice e riservato e che sia vicino al popolo. Poiché queste sono le caratteristiche generalmente attribuite ad Ahmadinejad si può ritenere che la Guida appoggi una rielezione di questo Presidente. Tuttavia anche Moussavi non è certo noto per la sua ricchezza né per uno stile di vita sfarzoso, per cui anche i suoi sostenitori potrebbero richiamare a suo vantaggio le parole della Guida.

Moussavi ha però alcuni handicap. Primo, durante il suo periodo di governo, negli anni ’80, egli ha perseguito una politica economica statalista e fortemente antiamericana. C’è grande scetticismo sulla reale portata del suo mutamento, anche se oggi egli parla di privatizzazioni e a favore di una politica estera pragmatica. Secondo, fino a tempi recenti, Moussavi si era ritirato a vita privata, rifiutandosi di esprimere pubblicamente le sue idee, per cui molta gente afferma di non sapere bene quali siano le sue posizioni reali. Terzo, egli ha il portamento di un intellettuale e gli manca l’approccio semplice e diretto di un Ahmadinejad, il che potrebbe limitare la sua popolarità negli ambienti urbani più poveri e tra la popolazione rurale.

Karrubi potrebbe essere un candidato di compromesso e ottenere l’approvazione della Guida Suprema, ove questa decidesse di abbandonare Ahmadinejad. Ciò soprattutto perché, a differenza di una parte almeno del partito di Khatami, Karrubi ha sempre appoggiato l’istituzione della Velayat-e faquih – il governo islamico affidato a una guida religiosa suprema – e le fondamenta ideologiche del regime. Tuttavia egli manca di carisma e di esperienza manageriale, in un momento in cui tutti in Iran si preoccupano in primo luogo del governo dell’economia.

Benché Mohsen Rezai abbia forti credenziali conservatrici come sostenitore del regime, parla anche lui della necessità di cambiare e propone un’agenda progressista sia all’interno che per la politica estera, affermando la sua preferenza per la creazione di un governo di coalizione che includa conservatori e riformisti. Quest’ultimo punto del suo programma potrebbe garantirgli l’appoggio di alcuni conservatori delusi da Ahmadinejad. Tuttavia Rezai non è molto noto e anch’egli manca di carisma.

In ultima analisi, però, dato che probabilmente nessun candidato riuscirà a raccogliere la maggioranza assoluta dei voti al primo turno delle elezioni, è probabile che il confronto finale sarà tra Ahmadinejad e Moussavi.

Il bilancio del governo Ahmadinejad, sia in economia sia in politica internazionale, pesa a suo sfavore, così come il forte desiderio di cambiare che è presente un po’ ovunque nel paese. Tutto dipenderà dalla capacità di Moussavi di raccogliere questa insoddisfazione popolare, anche se Ahmadinejad potrebbe profittare della sindrome del “meglio il diavolo conosciuto…”. Un altro elemento di incertezza è quali siano le preferenze della Guida Suprema: è arrivato al punto di considerare Ahmadinejad un pericolo per il regime oppure lo sta ancora appoggiando, sia pure indirettamente?

Dal punto di vista del resto del mondo, ciò significa che coloro che vogliono aprire un dialogo con l’Iran non dovrebbero mettersi in condizione di dover aspettare che al governo vada una persona che non sia Ahmadinejad. Al contrario, dovrebbero essere disponibili a parlare con lui, anche se lo trovano sgradevole. Se così non fosse, ogni sia pur minimo segnale che gli stranieri, specie gli occidentali, non vogliono Ahmadinejad e sono in attesa della sua sconfitta prima di riprendere i rapporti con Teheran, nel clima perverso della politica iraniana potrebbe finire per garantire la sua rielezione.

Vedi anche:

R. Alcaro Iran: sarà davvero svolta con Obama?

R. Matarazzo Obama e il rebus Iran