IAI
Verso le elezioni europee

Il boomerang dei partiti politici europei

26 Mag 2009 - Cesare Pinelli - Cesare Pinelli

Il punto cruciale dell’appello rivolto ai partiti dai cinque think-tanks europei è “prendere l’iniziativa nella scelta della nuova Commissione, del suo Presidente, dei suoi programmi”. L’invito ai partiti politici europei di indicare il loro candidato alla Presidenza della Commissione nel corso della campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo non è nuovo, ma nuovo è certamente il contesto politico-istituzionale nel quale viene avanzato. Vi sono al riguardo da considerare tanto il ruolo acquisito dal PE nell’assetto istituzionale – a partire dal procedimento di formazione della Commissione Barroso – quanto l’assegnazione al PE, nel trattato di Lisbona in via di ratifica, del potere di eleggere il Presidente della Commissione su proposta del Consiglio europeo.

I crescenti poteri del Parlamento europeo
Sul primo punto è giusto ricordare che, a seguito delle audizioni preliminari davanti alle competenti commissioni parlamentari di due candidati alla carica di membro della Commissione per la legislatura 2004-2009, il Parlamento europeo comunicava al Presidente in pectore Barroso che non avrebbe approvato le nomine proposte, inducendolo a proporre altri candidati. Per la prima volta il PE faceva così sentire la sua voce nel procedimento di formazione della Commissione, stabilendo un precedente che va nella direzione di una forma di governo parlamentare.

Nella stessa direzione si muove la disciplina del procedimento di formazione della Commissione prevista dal trattato di Lisbona. Vi viene infatti stabilito che il presidente della Commissione è eletto dal PE su proposta del Consiglio europeo, il quale tiene conto dei risultati delle elezioni del PE. Secondo il vigente trattato, invece, il PE si limita ad approvare la designazione del presidente della Commissione operata dal Consiglio europeo. La modifica prevista dal trattato di Lisbona è dunque ragguardevole sia perch[éassegna un maggiorpotere decisionale al PE, sia perché il Consiglio europeo dovrà tenere conto dei risultati elettorali ai fini della scelta del candidato. Non solo il nuovo dosaggio fra la componente interstatale e la componente sovranazionale premia quest’ultima, ma soprattutto viene riconosciuta per la prima volta la dimensione democratica del procedimento di formazione della Commissione.

In questo contesto politico-istituzionale, l’ipotesi che i partiti europei indichino il rispettivo candidato alla guida della Commissione nel corso della campagna elettorale per il rinnovo del PE non solo appare più verosimile di quanto non potesse dirsi cinque anni fa, ma diventa, come ha notato giustamente Ettore Greco, “l’anello mancante” di un’evoluzione istituzionale che va chiaramente orientandosi nel senso di fare della Commissione il ‘governo’ dell’Unione, non solo in termini funzionali, ma anche nella dinamica dei rapporti con le altre istituzioni europee. Fermo restando che, in tale ipotesi, sarebbero da rivedere quelle attribuzioni della Commissione che ancora ne mantengono i caratteri di un’istituzione ‘neutrale’, prossima alle Autorità indipendenti presenti in molti Stati membri dell’Unione.

Una campagna elettorale polarizzata intorno a due candidati principali (visto che due sono le principali famiglie politiche in seno al PE) e a due programmi fra loro alternativi, politicizzerebbe il dibattito intorno al futuro dell’Unione, facendolo uscire dallo stallo democratico che da tempo lo sta corrodendo, e porrebbe le basi per un mutamento di prospettiva che non riguarderebbe solo le dinamiche interistituzionali, ma prima di tutto i rapporti fra cittadini e istituzioni europee.

La cortina fumogena che piace ai partiti
Ormai sappiamo con certezza, però, che l’anello mancante resterà tale. Già il documento IAI del marzo scorso prevedeva che la proposta non sarebbe passata, e lo addebitava all’opposizione di diversi governi europei a una politicizzazione della figura del Presidente della Commissione, alla resistenza del Consiglio europeo ad accettare il proprio ridimensionamento nella procedura di nomina del Presidente della Commissione, all’impegno di molti primi ministri a riconfermare Barroso.

Certamente questi fattori hanno pesato, ma non spiegano completamente le reticenze dei partiti. Nella campagna elettorale in corso, essi non hanno dato alcun segnale di risposta alla ragionevole e tempestiva proposta che è stata avanzata, non hanno mostrato la minima consapevolezza della posta in gioco. Il che è particolarmente grave per i partiti appartenenti alle due maggiori famiglie politiche, che dovrebbero avere interesse a superare il disinteresse, l’apatia, se non l’avversione nei confronti delle istituzioni europee, che di fatto i cittadini possono manifestare solo al momento del voto, e che quindi colpiscono l’assemblea rappresentativa assai più delle altre istituzioni.

Il fatto è che, non meno dei governi degli Stati membri (dei quali, del resto, sono espressione) i partiti nazionali hanno avuto un preciso interesse a scaricare “sull’Europa” scelte politiche impopolari e, proprio per questo, a mantenere le istituzioni europee nella cortina fumogena di apparati tecnocratici distanti dai cittadini. Il gioco non sarebbe riuscito se fosse venuta allo scoperto, nelle rappresentazioni dell’opinione pubblica europea, la carica politica delle decisioni prese a Bruxelles, perché allora sarebbe stato impossibile negare il ruolo cruciale degli stessi governi nazionali in quelle decisioni. Lo stesso vale per il ruolo crescente del Parlamento europeo nella dinamica istituzionale, palesemente contrastante con la sua rappresentazione collettiva come un’istituzione di contorno. Paradossalmente, stiamo per eleggere i rappresentanti di un’assemblea che conta molto più di quanto risulti dalla campagna elettorale, di regola ridotta a regolamenti di conti fra partiti nazionali.

Un gioco ad alto rischio
Questo gioco sarà pure convenuto ai partiti (in una visione gretta e di breve periodo), e non ci si può nascondere che la nascita di autentici partiti europei rimette in gioco l’identità profonda di tutti i partiti nazionali, al di là della loro appartenenza a una stessa ‘famiglia’. Ora però il gioco presenta un costo sempre più alto. Inevitabilmente, il tasso di astensionismo continua ad aumentare, così come crescono le formazioni antieuropeiste, le sole che, vista l’apparente convenienza delle altre a tacere, sembrano trasmettere ai cittadini il senso di una battaglia politica.

Evidentemente le maggiori famiglie politiche ritengono ancora di poter lucrare qualcosa da questa situazione schizofrenica. Ma sbagliano di grosso. Quel modo di rappresentare ‘Bruxelles’ come rarefatta capitale di un’Europa priva di identità è giunto al capolinea, e le prossime elezioni lo dimostreranno chiaramente. Un risultato scarsamente compatibile con le chances di rivitalizzazione dell’impresa europea è a questo punto prevedibile. Ma, dal punto di vista dei maggiori partiti, ciò che conta in misura non minore è che, almeno nei Paesi dove la concorrenza delle formazioni politiche nazionaliste e comunque antieuropeiste è più forte (penso al Regno Unito e a molti Stati membri dell’Europa orientale), essi potrebbero vedere decisamente ridimensionati i loro consensi. Allora si vedrà se la supposta convenienza a non intraprendere alcuna iniziativa sarà più forte del rischio di un suicidio politico.

Si veda anche:

Appello: diamo voce ai cittadini europei

Intervista a Carlo Azeglio Ciampi di R. Matarazzo: Ciampi: un nucleo d’avanguardia per portare l’Europa fuori dalla crisi

Bonvicini, Tosato, Matarazzo: I partiti politici europei e la candidatura del Presidente della Commissione