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La politica estera di Obama

Usa – Russia: premere il tasto reset. E poi?

27 Apr 2009 - Alessandro Marrone - Alessandro Marrone

Nei suoi primi 100 giorni l’amministrazione Obama ha fra l’altro avviato un processo di revisione della politica nei confronti della Russia, all’insegna del “reset button” regalato dal Segretario di Stato Clinton al suo omologo russo. Al di là dei sorrisi reciproci, occorre tuttavia interrogarsi su quali siano gli obiettivi di questo nuovo approccio e a quali rischi vada incontro.

Il ritorno alla Realpolitik
Un interessante punto di vista sui rapporti bilaterali tra i due paesi è offerto dal rapporto recentemente prodotto dalla Commissione sulla politica americana verso la Russia, presieduta da Dimitri Simes e comprendente influenti senatori repubblicani e democratici. La Commissione, che si è avvalsa del sostegno scientifico del Belfer Center dell’Harvard Kennedy School e del Nixon Center presieduto dallo stesso Simes, ha registrato un ampio consenso tra i membri repubblicani e democratici su un approccio verso Mosca che ricorda fortemente quello di Nixon e Kissinger verso Pechino. Infatti, come ha spiegato Simes pochi giorni fa in un dibattito presso l’istituto londinese Chatham House, gli Stati Uniti hanno troppi interessi strategici che richiedono la cooperazione con la Russia per potersi permettere di criticarla sul rispetto dei diritti umani: dai corridoi logistici russi per rifornire le truppe in Afghanistan al ruolo chiave del Cremlino nella disputa sul programma nucleare dell’Iran.

Inoltre, ha aggiunto Simes, per quanto certe posizioni del Cremlino possano essere in aperto contrasto con quelle americane, gli Stati Uniti devono fare i conti con quello che la Russia è e non con quello che gli americani vorrebbero che fosse. Ciò implica negoziare pragmaticamente con Mosca bilanciando i rispettivi interessi e priorità, come vogliono le dure regole della Realpolitik. Non a caso il rapporto afferma che Ucraina e Georgia non sono pronte per entrare nella Nato, e raccomanda di trovare forme di cooperazione diverse dalla loro inclusione nell’alleanza: una prospettiva che andrebbe bene a Mosca, molto meno a Kiev e a Tbilisi. Il rapporto identifica infine come priorità delle relazioni bilaterali la lotta al terrorismo, il controllo degli armamenti, la non proliferazione nucleare e un approccio cooperativo alla difesa antimissile in Europa orientale: tutte direzioni di marcia su cui è possibile trovare un’intesa con il Cremlino.

Verso un accordo globale?
Quanto la politica delle cosiddette “mani tese” portata finora avanti da Obama si avvicina alla prospettiva appena delineata? Di certo il “reset button” di cui ha parlato il vicepresidente Biden alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco si riferisce principalmente al deterioramento dei rapporti russo-americani avvenuto negli ultimi anni della presidenza Bush, in parallelo con il procedere del progetto di scudo anti-missile in Europa orientale e con il sostegno americano al presidente georgiano Mikhail Saakasvili. Non a caso, in una lettera ufficiale inviata da Obama a Medvedev, si prospettava un certo collegamento tra il sostegno russo al contenimento della minaccia iraniana e le sorti dello scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca. Inoltre l’iniziativa dell’amministrazione democratica sulla non proliferazione e il disarmo nucleare, sostenuta un anno fa proprio da Kissinger sul Wall Street Journal, fa parte a pieno titolo di un ipotetico “Grand Bargain” in chiave realista con la Russia in almeno due modi. In primo luogo, in virtù del poderoso arsenale nucleare russo, l’iniziativa rimette Mosca al centro del negoziato internazionale in una posizione di parità con gli Stati Uniti, un obiettivo a cui il Cremlino mirava da tempo. In secondo luogo, un’opportuna riduzione e controllo degli arsenali nucleari permetterebbe sia un significativo risparmio economico sia una maggiore credibilità nel pretendere che paesi come l’Iran non procedano sulla strada del nucleare militare. I termini dello scambio sono dunque così riassumibili: influenza sul “vicino estero” per Mosca, aiuto con Afghanistan e Iran per Washington, controllo degli armamenti per entrambe.

Un do ut des problematico
Questo approccio pone però due diversi ordini di problemi. I democratici, che dovrebbero essere gli eredi della tradizione idealista di Wilson e Kennedy, dovrebbero rinunciare a protestare su quanto avviene a Grozny e a Mosca e a sostenere le forze filo-occidentali a Tbilisi, Kiev, Varsavia e Praga, in nome della Realpolitik sostenuta dai repubblicani vecchio stampo quali il presidente del Nixon Center.

Inoltre, lasciare libertà di manovra al Cremlino nel suo “vicino estero” in cambio di un aiuto sulle questioni vitali per Washington potrebbe non funzionare, se non si gestiscono attentamente tempi e modi di questo do ut des. La Russia potrebbe, ad esempio, incassare lo stop immediato al progetto di scudo antimissile, tra l’altro inserito all’unanimità dagli alleati nel quadro della difesa Nato nel vertice di Bucarest del 2008, dilazionando invece nel tempo la pressione che le si chiede di esercitare su Teheran. Inoltre, Mosca potrebbe ottenere il definitivo abbandono del progetto Nabucco di una pipeline in terra georgiana, quindi fuori dal suo controllo, rinviando sine die la riforma su basi concorrenziali del settore energetico russo gestito oggi dal monopolista statale Gazprom. Infine, come durante il primo mandato di G. W. Bush, il Cremlino ha approfittato del silenzio americano sullaCecenia per normalizzare manu militari la regione, e oggi potrebbe approfittare di un diminuito sostegno alla Georgia per “pacificare” definitivamente anche questa zona del suo “vicino estero”.

Una divergenza strutturale
Il problema, come ha ammesso anche da Simes davanti al pubblico di Chatham House, è che, aldilà di chi sia l’inquilino della Casa Bianca, la Russia di oggi coltiva interessi strategici e visioni del mondo opposte a quelle americane. Ad esempio, per Washington l’Iran costituisce una minaccia, mentre per Mosca è un buon acquirente di sistemi d’arma di fabbricazione russa; gli americani sono interessati ad avere diverse e indipendenti vie d’accesso alle risorse dell’Asia centrale, mentre i russi vorrebbero tutte averle sotto il controllo di Gazprom; infine, è difficile credere che una sconfitta della Nato in Afghanistan sarebbe un dramma per chi ha vissuto l’umiliante ritiro dell’Armata Rossa da Kabul.

Su questa realtà di fondo, purtroppo, sarà molto difficile premere il tasto “reset”.