IAI
Sicurezza e Difesa

Programma JSF, una scelta strategica per l’Italia

14 Apr 2009 - Michele Nones - Michele Nones

Le Commissioni Difesa della Camera dei Deputati e del Senato hanno espresso la scorsa settimana parere favorevole sulla partecipazione italiana al programma di produzione del velivolo F-35 Lightning II (JSF). Dopo un dibattito svoltosi in tempi rapidi a causa della concomitanza con il terremoto in Abruzzo e della scadenza ravvicinata per esprimere il parere consultivo, la maggioranza è stata compatta nel sostenere la proposta del governo e l’opposizione si è attestata sull’astensione.

Quest’ultima ha così evitato di cedere alle sirene dei movimenti pacifisti e di qualche esponente più oltranzista che chiedevano un voto contrario. Sarebbe stata una prova di incoerenza e di pressappochismo soprattutto per le ragioni addotte dagli oppositori del programma: natura “offensiva” del velivolo (come se le armi non lo fossero tutte), subordinazione all’industria americana (come se con qualche punto percentuale di partecipazione ad un programma si potesse decidere alla pari), insufficienti ritorni industriali (come se dovessero essere garantiti in una logica assistenziale), mancata preferenza europea (come se fosse possibile impiegare l’Eurofighter nelle stesse missioni con le stesse prestazioni).

L’astensione è stata motivata principalmente con il contemporaneo annuncio dell’istituzione da parte del Ministro della Difesa di una commissione interministeriale per la riorganizzazione del nostro sistema di difesa e sicurezza. Questo avrebbe suggerito, secondo l’opposizione, di non varare programmi di grandi dimensioni, come il JSF, che finiscono col vincolare le future decisioni. Osservazione non priva di fondamento, che è stata tuttavia superata dalla necessità di prendere una decisione tempestiva in merito alla realizzazione dellaFinal Assembly & Check Out (Faco) presso l’aeroporto militare di Cameri, uno degli elementi portanti della strategia italiana. In ogni caso è evidente che, invece, in termini di dimensioni anche questo programma dovrà essere valutato, come tutti gli altri, nel quadro del nuovo strumento militare che verrà disegnato.

Le ragioni strategiche del programma JSF
Ciò che invece il dibattito ha messo poco in luce è il carattere strategico della scelta compiuta dall’Italia. Ciò non meraviglia perché in realtà questo punto è stato appena sfiorato sia dalla Difesa sia dalla maggioranza. In realtà questo è ed è stato il terreno sul quale confrontarsi, fin da quando il Ministro Andreatta nel 1997 ha spinto le Forze Armate ad interessarsi all’innovativo programma americano e l’anno seguente il governo D’Alema ad approvare la partecipazione alla prima fase dello sviluppo.

Nella ricerca Il programma F-35 Joint Strike Fighter e l’Europa che lo IAI ha realizzato lo scorso anno questo aspetto era stato evidenziato, dimostrando che le esigenze delle Forze Armate comportavano l’acquisizione di un centinaio di questi velivoli e che non vi erano serie e credibili alternative. Era stato inoltre ribadito che, per non disperdere il patrimonio tecnologico e industriale acquisito, con grande impegno di risorse, grazie al programma Eurofighter, era indispensabile sfruttare il programma JSF. I due obiettivi da conseguire erano così indicati: 1) avere non solo la capacità di integrazione del velivolo attraverso la Faco, ma anche una capacità di Maintenance, Repair, Overhaul & Upgrade (MRO&U) -, il che implica avere una maggiore visibilità sul programma; 2) coordinare il più possibile la partecipazione europea in modo da rafforzare il peso collettivo presso i partner americani. In ambedue i casi il presupposto era, però, quello di decidere tempestivamente la partecipazione al programma di acquisizione.

Sul primo fronte l’inizio dei lavori a Cameri non poteva essere ulteriormente rinviato. Non appena la firma del contratto sarà autorizzata dal Ministro della Difesa si potrà da una parte dare il via ai lavori, dall’altra verificare più nel dettaglio le intenzioni americane per quanto riguarda sia i trasferimenti tecnologici sia le attività produttive. Ma non bisogna dimenticare che il principi a cui si attengono i nostri alleati in tutte le aree “sensibili” è quello del “need to know”. In altri termini non si può pretendere il trasferimento di conoscenze fino a quando non sono indispensabili per svolgere l’attività prevista. Questo significa che il processo di trasferimento sarà progressivo e dovrà esserne garantita la continuità nel tempo. Di qui il necessario forte impegno della Difesa verso il Governo e l’industria americani per assicurare che agli impegni seguano i fatti. In questo quadro anche il Parlamento potrà fare la sua parte ottenendo dal Governo regolari aggiornamenti che serviranno anche per fare pressione oltre oceano.

Una sfida per l’Europa
Sul secondo fronte, quello europeo, solo una decisione italiana rende credibile l’accordo già siglato con l’Olanda e la sua potenziale estensione ad altri partner europei. Avere in Italia l’unico centro europeo per il mantenimento, il supporto logistico e l’aggiornamento dei velivoli è un asset per l’intero Vecchio Continente e, grazie all’europeizzazione del programma e, si auspica, dell’industria aerospaziale, può diventare una delle basi del rafforzamento delle capacità tecnologiche e industriali europee e, insieme, di una rinnovata e rafforzata collaborazione transatlantica. I paesi europei devono spingere verso una nuova impostazione di questo e di futuri eventuali programmi, accompagnando il piano bilaterale con quello bi-continentale. Vi sono, infatti, attività che possono essere impostate e gestite in comune fra i paesi europei, coordinando le loro posizioni prima di definirle a livello transatlantico.

Anche nel caso del JSF si sarebbe potuto ottenere sicuramente di più se, invece di marciare in ordine sparso, si fosse fin dall’inizio riconosciuto che i paesi europei non volevano sviluppare un programma autonomo alternativo e, quindi, la strada della collaborazione con gli americani era obbligata. Ma egoismi e velleità nazionali da una parte e indisponibilità ad investire di più in sicurezza e difesa, dall’altra, hanno portato ancora una volta l’Europa a non decidere e a lasciare che ogni paese procedesse isolatamente. È stata un’occasione sprecata, ma ora, dopo la decisione italiana, qualche cosa si può ancora fare anche su questo piano.