IAI
La conferenza sul razzismo

Obama e Durban II

23 Apr 2009 - Marta Dassù - Marta Dassù

Per il ministro degli esteri francese, Bernard Kouchner, il boicottaggio americano della Conferenza Onu sul razzismo è stato un paradosso: “Non vogliono ascoltare Ahmadinejad a Ginevra, ma vogliono parlarci. Rischia di essere un errore”. La Francia difende così la sua linea: essere comunque a Ginevra. E insieme mette il dito sulla debolezza intrinseca dell’apertura di Obama all’Iran. Un momento, però. Si potrebbe ribattere che neanche la delegazione francese ha ascoltato il comizio del leader iraniano: mentre Ahmadinejad parlava dalla tribuna di Ginevra, gli europei presenti hanno abbandonato la sala.

Nel suo insieme, l’Europa divisa non è in condizioni di dare lezioni diplomatiche. E Kouchner dovrebbe sapere che Obama è già comunque in notevole difficoltà, mentre decide di aprire all’Iran sulla questione nucleare e sulla stabilizzazione dell’Afghanistan. Se il presidente della “mano tesa” ai regimi avversari avesse deciso di fare partecipare l’America ai seguiti di Durban I, avrebbe diminuito – non certo rafforzato – il consenso interno alla propria svolta di politica estera. Una svolta per ora solo enunciata e per definizione molto delicata: la scommessa di Obama è di non fare la fine di Carter, di non bruciarsi le dita (e l’immagine) nel rapporto con Teheran.

Per mettere la cosa in modo ancora più esplicito: proprio perché sta tentando di cambiare approccio alla questione iraniana su questioni vere di sicurezza – nucleare, Afghanistan, Iraq – Obama ha scelto di compiere un classico “re-balancing act”, un gesto di riequilibrio. E lo ha fatto sul terreno meno costoso possibile: una conferenza inutile e prevedibilmente faziosa.

Il nuovo presidente americano ha, come noto, deciso di sedersi, insieme agli europei, alla Cina e alla Russia, al tavolo delle trattative nucleari con Teheran. È il tavolo che dovrebbe interessare a Kouchner. Se avesse aggiunto anche la partecipazione al tavolo di Durban, Obama si sarebbe trovato sovra-esposto. E avrebbe così bruciato in anticipo qualunque possibilità di tenere ancorata Israele. Proprio mentre sta fra l’altro avviando un ennesimo tentativo di mediazione sulla questione medio-orientale, a lungo richiesto dagli europei.

Insieme alla tattica c’è dell’altro. L’assenza degli Stati Uniti (o dell’Italia e della Germania) dal foro di Ginevra, non si è basata su dichiarazioni di disprezzo delle Nazioni Unite, tipiche del primo mandato di George W. Bush. È stata spiegata sulla base di motivazioni condivisibili: se vuole essere credibile, l’Onu non può permettersi di organizzare una Durban numero II. Non può insomma prestarsi, una seconda volta, a un tentativo di manipolazione politica, in chiave antisemita, di un tema come il razzismo. È un invito alla serietà, per le Nazioni Unite. Ed è insieme una posizione che serve a tracciare un confine alla filosofia del dialogo, come metodo di politica estera.

Negli anni passati, abbiamo vissuto un’epoca di scontro per lo scontro. Non sarebbe un grande progresso se passassimo a un’epoca di dialogo per il dialogo. Sull’International Herald Tribune di alcuni giorni fa, un realista come Henry Kissinger sottolineava che l’apertura di Obama verso sistemi politici non democratici è una scelta giusta, nella tradizione dell’apertura di Nixon alla Cina nei primi anni ’70. Ma una scelta di metodo diventerà anche una strategia diplomatica, aggiungeva Kissinger, quando Obama passerà dalla scelta dichiaratoria iniziale – è giusto parlare – alla definizione degli obiettivi che vuole ottenere. Ed indicherà le sue priorità.

La non partecipazione alla Conferenza di Durban è un passo in questo senso: se si vuole, è un messaggio a voce alta, nel suo silenzio. Ahmadinejad, accolto da trionfatore al suo rientro in Iran, sa che Washington è disposta a negoziare sulla questione nucleare e sulla sicurezza medio-orientale; ma sa anche che il diritto all’esistenza e la sicurezza di Israele continuano a costituire, per Obama, come per i suoi predecessori, una condizione irrinunciabile. Una condizione vera. Poi il nuovo presidente americano cercherà di dimostrare che la trattativa con gli avversari è il modo migliore per garantire Israele. Ma che l’Iran sappia a sua volta, da subito, che la mano tesa di Obama significa questo e non altro.