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Sfide globali

La spada di Damocle della grande sete

10 Apr 2009 - Marco Cochi - Marco Cochi

Le persone possono vivere anche trenta giorni senza cibo, ma solo una settimana senza acqua. Nella dichiarazione conclusiva del Forum mondiale dell’acqua, tenutosi nel marzo scorso ad Istanbul, manca però un chiaro riconoscimento dell’accesso all’acqua come diritto umano universale. Inoltre il testo ignora il fallimento delle privatizzazioni come strumento in grado di garantire l’accesso all’acqua per tutti e non tiene conto delle raccomandazioni espresse dal Parlamento europeo in varie risoluzioni.

L’accesso all’acqua è un diritto
Sorprende quindi che il segretario generale del Forum, Oktay Tabasaran, si sia detto entusiasta per il successo dell’evento definendo il documento come “una piattaforma per affrontare i problemi del mondo legati all’acqua, che non possiamo ignorare”. A riguardo sembrerebbe più equa la posizione delle Ong e di diversi paesi in via di sviluppo, che hanno considerato il testo carente di un passaggio fondamentale: la nozione esatta di diritto all’accesso all’acqua.

Il documento redatto alla fine della settimana di lavori del Forum, evidenzia infatti che l’acqua è “un bisogno fondamentale” e ribadisce il diritto all’“accesso” a questa risorsa indispensabile per l’uomo e al “miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie”, al fine di compiere un importante “passo verso la diminuzione in tutto il mondo dei decessi legati alla scarsità d’acqua”. Resta oscuro però cosa concretamente si intenda per “bisogno fondamentale”. Sarebbe stato più corretto e realistico parlare di diritto all’accesso di questo indispensabile bene. D’altronde le associazioni ambientaliste e i gruppi d’interesse che si battono contro la mercificazione dell’acqua erano fuori dai circoli decisionali principali e relegati in un forum a parte, specificamente dedicato alla società civile, svoltosi nella capitale turca in concomitanza con quello ufficiale.

Il Forum alternativo ha dato vita a varie iniziative di protesta, in occasione delle quali diverse Ong hanno sottolineato come il Forum mondiale dell’acqua fosse stato organizzato dal Consiglio mondiale dell’acqua: un think-tank privato strettamente legato alla Banca Mondiale e alle multinazionali dell’acqua, come Suez o Veolia, oltreché alle politiche dei governi più potenti del mondo. Questo spiegherebbe perché la dichiarazione finale del vertice non contenga nessuna seria critica nei confronti delle catastrofiche privatizzazioni, né tenga conto delle posizioni espresse in molte occasioni dal Parlamento europeo.

Ad aggiungere il danno alla beffa, nel documento conclusivo si parla addirittura dell’uso dell’acqua per produrre energia idroelettrica attraverso faraoniche e dannosissime dighe, come dell’aumento della produzione di biocarburante, modelli economici che producono, entrambi, iniquità e ingiustizie, specialmente nei paesi più poveri.

Minacce crescenti
Fatto sta che la più preziosa delle nostre risorse è pericolosamente in calo: mentre già oggi 1/3 degli abitanti del pianeta vive in condizioni di stress idrico, nel 2025 saranno 5,5 miliardi le persone interessate dall’emergenza idrica, cioè circa i 2/3 della popolazione mondiale. Nel 2030 addirittura metà popolazione mondiale rischia di rimanere assetata, in particolare in Africa, continente che si trova a dover affrontare la sfida più grande.

Altri 2,6 miliardi di persone, d’altro canto, non possono contare su servizi idrici igienicamente adeguati. La metà di queste persone vive in zone densamente abitate come Cina e India e il resto si distribuisce tra America latina, Asia e soprattutto regione subsahariana e Corno d’Africa. Ma il dato più allarmante è costituito dalla stima di quasi un milione e mezzo di persone che muoiono ogni anno nel mondo per questa condizione di penuria.

In questo quadro preoccupa ancor più il dato relativo ai bambini. Le stime dicono che ogni giorno ne muoiono almeno 3.900, a causa della mancanza di tale risorsa e anche dell’inquinamento dei corsi d’acqua e delle falde del sottosuolo.

La carenza idrica è inoltre all’origine di altre crescenti minacce: la desertificazione che si sta sviluppando con l’innalzamento delle temperature e che riduce in modo drammatico la fertilità del suolo; l’espansione urbanistica che convoglia grandi risorse d’acqua inquinandole con scarichi tossici; la privatizzazione idrica, con le grandi multinazionali che impongono il loro potere economico a molte nazioni del Terzo mondo, in un giro d’affari fortemente lucrativo; infine, l’accelerata militarizzazione delle grandi fonti d’acqua, eufemisticamente definita, “protezione dell’acqua” spesso attuata da potenze straniere. Infine, ma non ultimo, il boom demografico che interessa particolarmente le aree del mondo in via di sviluppo.

Del resto il dato lanciato dalla Coldiretti nel corso del “G8 Farmers Meeting”, organizzato proprio in occasione della Giornata dell’acqua, suscita ulteriore allarme: nonostante un aumento della domanda di cibo dell’1,5% l’anno, un quarto della produzione alimentare mondiale potrebbe andar perso entro il 2050, proprio per l’impatto combinato del cambiamento climatico, il degrado dei suoli, la scarsità di acqua e le specie infestanti.

Questa edizione del World Water Forum di Istanbul ha anche sancito che l’acqua pulita e fresca è in calo – la maggior parte dell’acqua sulla terra è salata e sporca. Va da sé che questa scarsità non può che produrre accesi conflitti, già in corso, ma destinati a proliferare e a ingigantirsi se non si porrà freno a questa situazione di emergenza.

Investire nell’acqua conviene
Se si volesse ragionare in termini numerici, sono sicuramente utili le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), secondo cui i progetti di investimento in acqua pulita hanno un ritorno alto: ogni dollaro speso in acqua e misure igieniche può portare un beneficio economico compreso tra i 7 e 12 dollari. Il Consiglio di difesa delle risorse naturali , in un blog concepito per il forum, calcola che un investimento di 11,3 miliardi di dollari l’anno potrebbe generale un ritorno di 83 miliardi annui in migliore produttività e salute, argomento questo che, come scrive Melanie Nakagawa, potrebbe indurre molti di coloro che finora sono stati restii ad investire in questo settore.

Marco Cochi è giornalista professionista esperto di questioni legate al Sud del mondo e contrattista di ricerca presso il Centro Altiero Spinelli dell’Università di Roma Tre.