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Asia

La Cambogia tra incubi del passato e voglia di futuro

10 Apr 2009 - Francesco Ramella - Francesco Ramella

La Cambogia rappresenta un caso emblematico delle ambivalenze della globalizzazione per le “economie emergenti” del Sud-est asiatico. I templi di Angkor, una delle maggiori attrazioni turistiche del paese, costituiscono una potente metafora delle potenzialità economiche connesse all’internazionalizzazione, ma anche dei rischi di deterioramento e delle contraddizioni sociali che accompagnano un’apertura mal regolata. Queste meravigliose testimonianze della civiltà khmer seguono come un’ombra la storia recente di questo “piccolo, struggente paese” (così lo definiva Tiziano Terzani) tormentato da quasi trent’anni di guerra civile e segnato per sempre dal genocidio perpetrato da Pol Pot nei confronti del suo stesso popolo.

Un regime comunista, quello dei khmer rossi, che tra il 1975 e il 1979 tenta un esperimento “senza precedenti”: rimodellare da cima a fondo la società, abolendo la circolazione della moneta, svuotando le città e collettivizzando il lavoro agricolo. Un esperimento che si trasforma ben presto in un incubo, con quasi due milioni di morti per fame, torture ed esecuzioni su una popolazione di meno di otto milioni di abitanti. Nelle teste dei leader comunisti si agitava una grande speranza: riconciliare il futuro della Cambogia con lo splendore delle sue origini.

Un passato che non passa
I conti con il regime di Pol Pot non sono ancora chiusi. Il processo ai leader comunisti sopravvissuti non è stato ancora celebrato. Cinque di essi sono in stato di arresto. Dopo lunghe trattative e ritardi, il tribunale speciale concordato tra le Nazioni Unite e il Governo cambogiano nel 2003, dovrebbe celebrare il primo processo quest’anno. Per rendere giustizia, almeno sul piano simbolico, alle vittime e ai sopravvissuti di quella follia che non di rado sono stati costretti a convivere nello stesso villaggio con gli ex-aguzzini del regime, tornati a condurre una vita normale nelle loro case. Anche quelli che si sono macchiati di crimini efferati. Come gli sbirri di Tuol Sleng, l’ex scuola superiore diventata sede della famigerata unità S-21, nella quale venivano torturati e uccisi gli oppositori (il più delle volte immaginari) del regime. Delle oltre 14 mila persone che vi sono passate solo sette si sono salvate.

Nel 2003 fonti ministeriali stimavano che il 60% dei sopravvissuti al regime di Pol Pot soffrisse di disturbi psichici. Un cambogiano ogni 384, inoltre, ha subito un’amputazione a causa dei bombardamenti americani o delle mine disseminate durante la guerra civile. Si tratta della più alta percentuale al mondo. La maggior parte di essi, per sopravvivere, sono costretti a mendicare nelle strade di Phnom Penh o a suonare per i turisti all’entrata dei templi di Angkor.

La Cambogia è tra i paesi più poveri del mondo: occupa il 136° posto nella graduatoria dello sviluppo umano delle Nazioni Unite. L’80% dei suoi abitanti vive di agricoltura e circa un terzo si colloca al di sotto della soglia internazionale della povertà. Si tratta di un paese dove quasi un quarto dei nuovi-nati non oltrepassa i 40 anni di vita a causa della mortalità infantile, della malnutrizione, della diffusione esplosiva di malattie legate ai traffici di esseri umani e al turismo sessuale che imperversa nel paese.

La Cambogia, inoltre, si colloca sistematicamente agli ultimi posti nelle classifiche relative agli indicatori di governance elaborati dalla Banca Mondiale. È tra i 15 paesi con la maggiore corruzione al mondo (fonte: Transparency International) e, nonostante si tratti ufficialmente di una democrazia, Freedom House le affibbia la maglia nera dei “paesi non liberi”. Ciò a causa dello scarso rispetto delle libertà civili e politiche da parte del partito predominante – il Cambodian People’s Party – che con l’attuale primo ministro, Hun Sen, controlla da oltre vent’anni tutte le leve del potere statale.

I quattro pilastri del boom economico
Quale stupore allora constatare che questo stesso Paese, raccoglie il plauso di molti investitori e istituzioni internazionali. Viene anzi presentato come una delle economie in via di sviluppo più promettenti per la stabilità macro-economica e per le opportunità di investimento. A partire dalla fine degli anni Ottanta, in Cambogia è stata avviata una liberalizzazione e privatizzazione dell’economia molto spinta. A cui si è accompagnata una crescente integrazione internazionale: nel 1998 il paese ha aderito all’Asean e nel 2004 al Wto. La dollarizzazione dell’economia, la “stabilità politica” e la “disponibilità” del governo verso gli investitori esteri hanno risvegliato l’attenzione internazionale. La crescita del Pil, in termini reali, è stata molto consistente: mediamente dell’8% nel corso degli ultimi venti anni.

I pilastri su cui poggia questo boom sono essenzialmente quattro. Una forte espansione dell’industria tessile, che ha beneficiato di scambi privilegiati con i paesi occidentali, l’esplosione delle costruzioni e del turismo, insieme ai buoni raccolti agricoli degli ultimi anni. Questo eccezionale sviluppo – destinato a rallentare nel 2009 – mostra tuttavia un doppio profilo. Da un lato quello debole e socialmente squilibrato di un’economia dipendente, afflitta da un deficit di regolazione che ne può compromettere il futuro. Dall’altro quello forte e carico di potenzialità redistributive di un benessere emergente.

Sul primo versante va notato che la privatizzazione dell’economia è stata tutt’altro che trasparente, avvantaggiando molti personaggi vicini al regime. Non solo. La corruzione dilagante e i generosi incentivi forniti agli investitori privati stanno producendo molti danni. Il regime di particolare favore per gli investimenti esteri – che consente agli stranieri di acquisire la totale proprietà delle compagnie create e, di fatto, dei terreni su cui investono – sta generando speculazioni di enormi proporzioni. Lo scorso aprile The Guardian ha dedicato a questo tema un articolo dal titolo emblematico: “Country for Sale”. A ciò si aggiunge il forte aumento delle disuguaglianze sociali frutto di una crescita economica mal regolata. Paradossalmente – visto che si tratta di un paese ex-socialista – il problema principale è costituito proprio dall’estrema debolezza dello Stato, le cui modeste entrate (11% del Pil) ne limitano la capacità di spesa (14% del Pil) e di intervento.

Per un paese che deve ricostruire gran parte delle infrastrutture economiche e sociali si tratta di una questione non secondaria. Che rende il suo sviluppo fragile e soprattutto dipendente dall’esterno. Dopo il Laos, la Cambogia è il paese asiatico più sussidiato in termini procapite. Gli aiuti internazionali ammontano al 5% del Pil. Tra il 2005 e il 2007 oltre l’80% degli investimenti pubblici è dipeso da finanziamenti internazionali (fonte: Economic Institute of Cambodia). E la stessa dipendenza si nota nel settore privato, con il 40% degli investimenti realizzati da stranieri.

La rinascita della speranza
E tuttavia, la relativa normalizzazione politica e la crescita economica avvenuta negli scorsi decenni non vanno liquidati troppo frettolosamente. Dalle pieghe di questo processo, infatti, affiorano alcuni aspetti da non trascurare. La crescita della popolazione, la riduzione della povertà, l’aumento dei consumi interni, l’innalzamento dell’istruzione, il miglioramento delle condizioni lavorative nel tessile (monitorate dall’Ilo dal 2001), l’avvio di una serie di riforme imposte dagli accordi internazionali lasciano intravedere potenzialità positive. Ben visibili anche ad occhio nudo. Le persone hanno ricominciato a pensare al futuro. A fare progetti. In questo paese annientato dalle “grandi speranze”, la rinascita delle “piccole speranze” appare la cosa più commovente e incoraggiante.