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L’enigmatico populismo di Jacob Zuma

Il Sudafrica tra tribalismo e crescente influenza della Cina

27 Apr 2009 - Giovanni Casa - Giovanni Casa

“Sarò il presidente di tutti i sudafricani e lavorerò per unire il Paese. Dobbiamo entrare in un’era di progresso e metterci alle spalle tensioni e incertezze per aprire un capitolo nuovo di armonia e collaborazione”. Sono concilianti le parole con cui Jacob Zuma, presidente in pectore, si è presentato all’indomani delle elezioni in Sudafrica che hanno confermato il ruolo egemone dell’African National Congress (Anc), sia pure in un quadro più articolato e dinamico di quanto possa apparire in superficie. Ma quale riflesso avrà la nuova presidenza sugli indirizzi fondamentali della politica estera e di quella interna? Il popolare ma controverso Zuma farà prevalere la continuità o assisteremo a cambiamenti significativi?

L’asse emergente con Pechino
Unico Stato del continente a far parte del G-20, il Sudafrica produce da solo più di un terzo dell’intero Pil sub-sahariano e ha assunto nell’era post-apartheid un ruolo di potenza regionale. Un mese prima delle elezioni, grandi polemiche ha suscitato la decisione della dirigenza sudafricana di negare il visto al Dalai Lama, in occasione di una conferenza di Premi Nobel per la Pace legata ai mondiali di calcio, che il Paese ospiterà il prossimo anno. Gli organizzatori avevano invitato anche tre Nobel sudafricani, gli ex presidenti Willy de Klerk e Nelson Mandela, e l’arcivescovo Desmond Tutu. Il governo ha spiegato che la presenza del Dalai Lama non sarebbe stata “nell’interesse” del paese: la sua visita “avrebbe distolto l’attenzione dai preparativi per i mondiali”. Per solidarietà con il leader tibetano, gli altri Nobel hanno rinunciato a partecipare, provocando così l’annullamento della conferenza. I cinesi hanno subito espresso soddisfazione per la decisione di Pretoria.

Il successo della pressione cinese ha evidenziato la grande influenza che il gigante asiatico esercita in Africa. Proprio una settimana prima che scoppiasse il caso, il Fondo per lo sviluppo Cina-Africa aveva aperto il suo primo ufficio a Johannesburg, alla presenza dello stesso Zuma. Il Fondo è stato creato nel 2007 per incoraggiare e sostenere gli investimenti di Pechino nel continente, ha una dote di 5 miliardi di dollari, garantiti per un quinto dalla Banca nazionale cinese. La forte crescita economica del Dragone e il bisogno di petrolio e di materie prime che essa comporta hanno stimolato il commercio con l’Africa, dove queste risorse abbondano. I cinesi offrono anche varie forme di sostegno ai paesi africani: assistenza tecnica, doni, prestiti senza interesse e a condizioni preferenziali e riduzioni del debito. I settori più interessati sono le infrastrutture, le telecomunicazioni e i trasporti. Il tutto all’insegna di un grande pragmatismo politico, che mette la sordina alle tematiche relative ai diritti umani, con il risultato di ridurre notevolmente l’influenza dei Paesi occidentali nella regione.

Il Sudafrica rappresenta il 20,8% del commercio cinese con il continente. Nel rapporto con Pechino è dunque prevedibile una forte continuità. In generale, la nuova dirigenza sudafricana non dovrebbe introdurre grandi novità in materia di politica estera. Unica possibile eccezione: la gestione del dossier Zimbabwe. La “quiet diplomacy” dell’ex-presidente Thabo Mbeki sulla questione era stata duramente criticata da Zuma. Nel 2008, all’indomani delle contestate elezioni in Zimbabwe, Zuma aveva aspramente criticato il comportamento del dittatore Robert Mugabe. Nel sostanziale sostegno di Mbeki a Mugabe è stato visto il comune passato nella lotta di liberazione nazionale, una retorica anticolonialista condivisa, la convinzione che i vertici delle forze armate avrebbero sostenuto Mugabe fino in fondo e una scarsa fiducia nel leader dell’opposizione dell’epoca, Morgan Tsvangirai. Zuma, dal canto suo, è invece influenzato da legami familiari con uno dei dirigenti del partito di Tsvangirai.

L’ombra lunga del tribalismo
Il braccio di ferro tra Zuma e Mbeki ha caratterizzato gran parte della scena politica interna negli ultimi anni. Nel 2005, l’allora vicepresidente Zuma fu costretto da Mbeki alle dimissioni dopo il coinvolgimento in una serie di scandali. Assolto dopo una complessa vicenda giudiziaria, Zuma ha risalito la corrente con tenacia, strappando la candidatura per le presidenziali e sostenendo di essere stato vittima di un complotto guidato proprio da Mbeki. La schiacciante vittoria interna ottenuta da Zuma al congresso di Polokwane nel dicembre 2007, spingeva i sostenitori di Mbeki ad abbandonare l’Anc e a fondare un nuovo partito, il Cope (Congress of the People), mentre lo stesso Mbeki lasciava la Presidenza della Repubblica in anticipo.

Alcuni osservatori ritengono che il tribalismo potrà giocare un ruolo molto negativo nello scenario dei prossimi anni. Alla guida del Cope ci sono Mosiuoa Lekota, l’ex ministro della Difesa, e Mbhazima Shilowa, ex premier dell’importante provincia di Guateng (comprende Johannesburg e Pretoria). Entrambi appartengono alla “nazione” Sotho, mentre il candidato del partito alle presidenziali, il reverendo Mvume Dandala, è espressione della componente Xhosa, come quasi tutta la leadership dell’Anc, con l’eccezione proprio di Zuma, il primo Zulu ad arrivare alla massima carica dello Stato. Il rischio che prevalgano logiche tribali è dunque consistente, anche se i collaboratori di Zuma hanno sempre sostenuto che questo non accadrà.

I risultati finali delle elezioni fotografano un Sudafrica in evoluzione. L’Anc non è riuscito a conquistare i due terzi dei seggi parlamentari, necessari per modificare la Costituzione e varare le leggi di bilancio senza troppi intralci. Il principale partito di opposizione, l’Alleanza Democratica (DA), guidato dal sindaco di Città del Capo, Helen Zille, ha consolidato il proprio elettorato con il 16,6% e strappato all’Anc la guida della provincia Western Cape, cuore dell’industria turistica e della produzione vinicola del Paese. Tra le nove province sudafricane, quella di Città del Capo sarà l’unica a non essere guidata dall’Anc, che ottiene altrove comode maggioranze assolute, dal 61% all’85%, anche se con una flessione complessiva di circa 4 punti rispetto alla precedenti consultazioni. Il Cope, alla sua prima prova, ottiene poco più del 7%, superando il 10% in tre province, mentre è in caduta libera il partito Inkatha di Mangosuthu Buthelezi. Radicato nelle aree rurali della provincia di KwaZulu-Natal, ha il 4,5% e paga il successo di Zuma nella componente Zulu. Va segnalato che su 26 partiti presenti a livello nazionale, solo questi quattro hanno ottenuto più dell’1% dei voti, mentre altri nove gruppi minori si sono spartiti i pochi seggi residui.

Il prossimo 6 maggio si insedierà il nuovo Parlamento e tre giorni dopo avrà inizio l’era Zuma. Enigmatico, con un forte seguito popolare, lo attendono numerose sfide, dalla lotta alla povertà e a quella alla criminalità, dalla prima recessione in 19 anni all’emergenza Aids. Gli anni a venire misureranno le capacità di statista del guerrigliero diventato presidente.