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Medio Oriente

I paesi arabi e lo spettro dell’espansionismo iraniano

10 Apr 2009 - Carlo Calia - Carlo Calia

L’invasione dell’Iraq nel 2003 e l’installazione in quel paese per un tempo indefinito di un massiccio corpo di spedizione americano ha sconvolto il precedente equilibrio regionale. L’accresciuto potere dell’Iran che ne è derivato ha avuto l’effetto di allarmare la maggioranza dei paesi arabi della regione, ostili a Teheran per ragioni religiose – sunniti contro sciiti – per divisioni etniche – arabi contro persiani – o per più classici calcoli di potere nazionale. Le sorti confuse del conflitto militare in Iraq hanno ritardato per un certo tempo la definizione degli schieramenti. Ma nel 2006 l’attacco israeliano contro il Libano, provocato o meno dagli Hezbollah, ha irrigidito le posizioni: l’Arabia Saudita, l’Egitto, la Giordania e quasi tutti gli altri paesi della penisola arabica hanno reso sempre più manifesta la loro opposizione alla crescente influenza che l’Iran esercita nella regione sia direttamente che indirettamente attraverso i due movimenti armati estremisti, quello sciita degli Hezbollah e quello islamista radicale dei palestinesi sunniti di Hamas.

I Paesi arabi moderati e gli Stati Uniti
Sempre più preoccupati dell’ascesa dell’Iran, i principali paesi arabi moderati e i loro alleati minori sperano dunque in un successo del tentativo americano di instaurare un governo stabile in Iraq e in una soluzione pacifica al conflitto tra israeliani e palestinesi. Anche se Washington non è andato in questo campo molto al di là delle semplici riunioni internazionali o dichiarazioni di principio.

Nessun paese arabo è stato o è favorevole ad un attacco armato degli Stati Uniti – e ancor meno degli israeliani – contro l’Iran. Ma la politica minacciosa degli americani e degli israeliani contro quel paese, l’imposizione di sanzioni economiche, l’aiuto sotterraneo dei servizi segreti di Washington a movimenti armati di opposizione politica o etnica in Iran, la campagna internazionale per bloccare il tentativo iraniano di dotarsi dell’arma nucleare, sono tutti elementi che hanno in un certo senso rassicurato il mondo arabo. Che ora è invece preoccupato delle idee parzialmente diverse espresse in materia dal nuovo presidente degli Stati Uniti e dalla “mano tesa” nei confronti del regime al potere a Teheran.

La crisi sul Bahrain
Questo crescente nervosismo si è di recente manifestato nel caso riguardante il Bahrain, la ricca isola-stato del Golfo Persico, diretta dalla dinastia sunnita degli Al Khalifa. Bahrain ha una popolazione di 1.200.000 abitanti, per l’80% musulmani, dei quali si stima che 33% sia sunnita e 66% sciita. Tenuto conto di questo delicato equilibrio religioso e della posizione geografica dell’isola, la dichiarazione un mese fa dell’ex Presidente del Parlamento iraniano , Ali Akbar Nateq-Nouri, secondo il quale Bahrain aveva storicamente fatto parte dell’impero iraniano (e ne era la quattordicesima provincia), ha avuto l’effetto di un fiammifero lanciato in una polveriera.

Il presidente egiziano e il re di Giordania si sono recati di persona nell’isola di Bahrain. Il Marocco ha rotto le relazioni diplomatiche con Teheran. Soprattutto il Ministro degli esteri saudita ha lanciato un appello a tutti gli Stati arabi invitandoli a fronteggiare la “sfida iraniana”, appello cui è seguita una campagna mediatica in tutta l’area.

La dichiarazione sul Bahrain è stata additata dai nemici di Teheran come una prova che l’Iran, lungi dall’essere il difensore del mondo musulmano contro l’espansionismo israeliano e i tentativi di dominio del mondo occidentale, è esso stesso un paese espansionista. Il messaggio non è diretto solo alle popolazioni arabe della regione, ma anche agli Stati Uniti in un momento in cui Washington sonda il terreno di una possibile sistemazione regionale che tenga conto degli interessi di Teheran.

Reazioni iraniane e siriane
Le reazioni alle dichiarazioni di Nateq-Nouri sono state tali da preoccupare Teheran. Il governo iraniano ha preso la non usuale iniziativa di offrire pubbliche scuse per quanto detto dal suo esponente politico. Il ministro degli Esteri, Manoucher Mottaki, si è recato nelle capitali di vari paesi arabi per chiarire che l’Iran rispetta la sovranità del Bahrain e Ahmadinejad in persona ha dichiarato che la frase in questione era state riportata fuori dal suo contesto e “sfruttata da poteri stranieri” per creare una divisione tra l’Iran ed i suoi vicini. L’Iran sembra dunque volere in ogni caso mantenere dei rapporti almeno corretti con il mondo arabo. È interessante anche osservare l’atteggiamento dell’alleato siriano. Gli Emirati Arabi Uniti sono da anni in contrasto con Teheran perché dall’epoca del suo conflitto con l’Iraq occupa tre isolotti in posizione strategica nel Golfo Persico. Mentre la polemica sulla questione Bahrain era al suo culmine il presidente siriano Bashar al-Assad, intervistato da un giornale dell’area, ci ha tenuto a precisare che egli considerava quegli isolotti come appartenenti agli Emirati.

Questi conflitti, che sono fortemente sentiti nella regione, e preoccupano non solo le classi dirigenti, ma anche l’opinione pubblica, sono scarsamente seguiti in occidente. Eppure il consolidamento di questi nuovi schieramenti è destinato a giocare un ruolo centrale nel caso gli americani volessero davvero tentare di modificare gli attuali inaccettabili rapporti tra israeliani e palestinesi.

Intanto si assiste a un ridimensionamento del ruolo di Al Qaeda nella regione. Al Qaeda, o almeno una parte sostanziale dei suoi dirigenti considerano gli sciiti degli eretici e perciò non hanno ovviamente mai potuto contare sull’appoggio dell’Iran. La popolarità di Al Qaeda nei paesi moderati era già fortemente frenata dalla ferocia dei suoi metodi. Il primitivismo medioevale della sua visione dei rapporti internazionali ha adesso messo in contrasto Al Qaeda con le esigenze di politiche che mettono al primo posto l’interesse nazionale dei singoli stati. Al Qaeda ha visto così restringere il suo spazio di azione regionale solo a stati estremamente deboli come lo Yemen o inesistenti come la Somalia, e all’Algeria, su cui pesa una lunga storia di repressioni politiche e disgregazione sociale.