IAI
La conferenza sul razzismo

Durban II, perché era importante partecipare

27 Apr 2009 - Natalino Ronzitti - Natalino Ronzitti

Lo scorso 21 aprile è stata adottato a Ginevra il documento conclusivo della Conferenza di riesame della Dichiarazione sul razzismo approvata a Durban l’8 settembre 2001. La Conferenza di Ginevra viene inesattamente indicata come Durban II. In effetti si tratta di una mera conferenza di riesame (review conference) dove gli stati partecipanti fanno un bilancio dello stato di attuazione della Dichiarazione. Non si tratta quindi di una conferenza di revisione (come è inesattamente indicato nel sito elettronico dello stesso Ministero degli Esteri): alla conferenza di riesame, infatti, è inibito riaprire il testo originariamente adottato a Durban. Coloro che temevano una rinegoziazione di quanto concordato nel 2001 hanno avuto buon gioco nel contrastare tale proposito.

La Dichiarazione di Durban, che si compone di 219 paragrafi, fu adottata per consensus, ma è zeppa di dichiarazioni e riserve espresse specialmente dagli stati occidentali al momento dell’adozione per consenso. Israele non vi ha partecipato. In effetti Israele è il solo Stato menzionato nella dichiarazione di Durban e gli occidentali chiedevano l’omissione di tale riferimento nel testo della conferenza di riesame.

Diffamazione delle religioni e intolleranza religiosa
La Dichiarazione adottata dalla Conferenza di riesame non menziona Israele, ma lo fa implicitamente, poiché nel par. 1 “riafferma” il testo della Dichiarazione di Durban. Gli altri due punti controversi del documento negoziato a Ginevra hanno riguardato la questione della “diffamazione delle religioni” e quella delle riparazioni per le sofferenze arrecate ai popoli africani dallo schiavismo e dalla tratta degli schiavi.

La diffamazione delle religioni ha costituito l’oggetto di due recenti risoluzioni, adottate rispettivamente dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (63/171 del 18 dicembre 2008) e dal Consiglio dei diritti umani (10/22). Gli occidentali hanno votato contro, poiché il testo potrebbe essere inteso come limitativo della libertà di pensiero, che comprende la libertà di religione, ma anche di qualsiasi convinzione filosofica, incluso l’ateismo. Nella Dichiarazione di Ginevra si fa solo riferimento all’intolleranza razziale e religiosa, inclusa l’islamofobia, l’antisemitismo e la cristianofobia. Stona nella esemplificazione il riferimento anche all’antiarabismo. Perché, allora, non inserire un riferimento all’antioccidentalismo? Per quanto riguarda la schiavitù e la tratta è stato omesso un riferimento a concrete forme risarcitorie. Ma si singolarizza (elogia) il comportamento di quegli stati, che hanno offerto scuse, istituito commissioni di verità e riconciliazione e hanno restituito gli oggetti culturali. Inoltre si menzionano le risoluzioni delle Nazioni Unite sulla tratta transatlantica.

Scarsi progressi e assenza di meccanismi di attuazione
Per il resto la Dichiarazione è un documento molto lungo, che si compone di 143 paragrafi, e, tutto sommato, noioso. Essa consta di cinque sezioni: 1) esame dei progressi compiuti dopo l’adozione della Dichiarazione di Durban; 2) esame dell’efficacia dei meccanismi di attuazione; 3) promozione della Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale; 4) identificazione delle “best practices”; 5) identificazione di ulteriori misure ed iniziative. Nella Dichiarazione non viene identificato nessun paese.

Sul primo punto, quello relativo ai progressi registrati dopo la conferenza del 2001, la Dichiarazione dà una valutazione a chiaroscuro, dove anzi ci sono più ombre che luci. Si registra qualche progresso, ma si lamentano anche aree problematiche, come la situazione precaria dei difensori dei diritti umani o delle organizzazioni non governative.

Estremamente povera è la sezione 2, relativa ai meccanismi di attuazione, di cui si auspica un potenziamento. Il problema della protezione dei diritti umani non è solo la loro proclamazione, ma anche e soprattutto la loro attuazione. Significativo è peraltro il richiamo al Consigliere speciale del Segretario Generale in materia di prevenzione del genocidio, che può agire come meccanismo di preallarme per prevenire potenziali situazioni criminose.

Nella sezione 3 è fondamentale il richiamo alla Convenzione sulla discriminazione razziale, che è uno strumento giuridicamente vincolante a differenza della Dichiarazione, e al relativo Comitato di sorveglianza. Si lamenta che la Convenzione non sia stata universalmente ratificata e si invitano gli stati a ritirare le riserve, specialmente quelle contrarie al suo oggetto e scopo.

Anche la sezione 4, relativa all’identificazione delle best practices, è piuttosto laconica. Esse non sono identificate, come non sono identificati gli stati che le hanno messe in opera. Si raccomanda comunque che un elenco di best practices sia inserito sul sito elettronico dell’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani.

La sezione più lunga ed importante è la 5, intesa ad identificare ulteriori misure concrete ed iniziative. È qui che il rischio di una modifica della Dichiarazione di Durban era più che reale. Tale sezione – oltre a ribadire diritti umani fondamentali, come quello relativo alla libertà di opinione e alla libertà di ricevere e diramare informazioni ed a stabilire che la libertà di opinione è il fondamento di una società pluralistica e democratica – rammenta come la schiavitù, il colonialismo e il genocidio non debbano mai essere dimenticati. La memoria dell’Olocausto e la risoluzione dell’Assemblea Generale che lo concerne sono oggetto di un paragrafo ad hoc. Si ricorda anche che la lotta al terrorismo deve avvenire nel pieno rispetto dei diritti dell’uomo e gli stati sono invitati a cooperare con i tribunali penali internazionali nella lotta contro il genocidio. Viene ricordata la necessità di proibire ogni violenza contro le donne.

La tutela dei migranti
Un numero cospicuo di paragrafi, che riguardano da vicino l’Italia, sono dedicati ai migranti, rifugiati e richiedenti asilo. Si chiede agli stati di prevenire ogni manifestazione di razzismo e di intolleranza. Si sollecita inoltre l’adozione di misure legislative volte a proteggere i lavoratori migranti ed a punire eventuali abusi da parte dei datori di lavoro. Tali misure dovrebbero essere prese nei confronti di tutti i migranti, “qualunque sia il loro status di immigrazione”, e quindi anche nei confronti dei migranti irregolari al fine di vietare pratiche discriminatorie. Sono inoltre ribadite misure concrete, quali la protezione dei difensori dei diritti umani e l’istituzione di entità indipendenti cui le vittime della discriminazione razziale possano indirizzare un reclamo. Si invitano infine l’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani e il Consiglio dei Diritti Umani a tener conto della Dichiarazione di Durban.

L’importanza di esserci
Qual è il valore effettivo della Dichiarazione di Durban contro il razzismo? La Dichiarazione non è un trattato, ma può ispirare il contenuto di trattati in materia di razzismo e xenofobia. La Dichiarazione può inoltre essere richiamata da trattati bilaterali e multilaterali e, per questa via, acquistare un certo valore giuridico. Essa può contribuire anche allo sviluppo progressivo del diritto consuetudinario, fermo restando che l’atto giuridico vincolante resta la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale del 1965. Inoltre la Dichiarazione può essere presa in considerazione dagli strumenti di tutela dei diritti umani, come il Consiglio dei Diritti Umani, per accertare se gli stati si conformino alle relative prescrizioni e indirizzare raccomandazioni ad hoc. Infine la Dichiarazione, mediante il meccanismo delle conferenze di riesame, è un testo di riferimento per la comunità internazionale che può servire per promuovere il dibattito sulle questioni relative al razzismo e alla discriminazione razziale e sullo stato di attuazione delle relative prescrizioni.

Purtroppo la Conferenza di Ginevra si è trasformata in una tribuna per stati come l’Iran, che non possono essere definiti campioni in materia di protezione dei diritti umani, o per altri che non si sono fatti sfuggire l’occasione per dichiarazioni propagandistiche contro l’Occidente. Dimenticando, questi ultimi, che in casa loro il record di rispetto dei diritti umani è basso o inesistente, o peggio, che sono i primi trasgressori dei principi che la Dichiarazione di Durban ha solennemente affermato.

Ma valeva la pena di non partecipare? L’Italia si è appiattita sulla posizione degli Stati Uniti, il cui comportamento è spiegabile alla luce di un disegno politico più grande, come ha scritto Marta Dassù su questa rivista qualche giorno fa. Invece, di seguire l’illuminato esempio della Santa Sede, che ha partecipato ai lavori e addirittura non ha abbandonato l’aula neppure quando Ahmadinejad ha pronunciato il suo discorso offensivo, stigmatizzato dallo stesso Segretario Generale delle Nazioni Unite, si è preferita la politica della sedia vuota, in compagnia di altri paesi occidentali. L’Ue, ancora una volta si è trovata divisa (Germania, Italia, Olanda e Polonia non hanno partecipato, mentre la Repubblica Ceca ha lasciato la Conferenza senza più rientrarvi dopo il discorso del Presidente iraniano), e non ha saputo impostare una politica coerente ed unitaria, nonostante che il tasso di coesione fra i paesi membri in materia di voto su questioni relative ai diritti umani sia in genere particolarmente alto.

I principali strumenti in materia di tutela dei diritti umani furono conclusi durante la guerra fredda (Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, Convenzione sul genocidio, i due Patti universali sui diritti dell’uomo, la stessa Convenzione contro la discriminazione razziale, tanto per fare qualche esempio) e la loro negoziazione è avvenuta in mezzo ad accese diatribe, che non hanno niente da invidiare a quanto è accaduto a Ginevra. Con il completamento della decolonizzazione, gli Occidentali sono divenuti una minoranza e tali restano in un’assise che conta attualmente 192 Stati. Tranne che non si voglia cercare rifugio in istituzioni parziali, come la Comunità delle Democrazie di cui ormai non si sente più parlare, l’universalità dei diritti dell’uomo impone che gli strumenti di protezione siano stipulati in consessi multilaterali cui partecipa l’intera comunità internazionale. Il processo negoziale consente sempre di registrare il proprio dissenso, sia mediante l’adozione di emendamenti che sminuiscono la portata delle affermazioni più radicali, sia, quando questo non sia possibile, mediante la formulazione di riserve. È quanto è accaduto con la Dichiarazione di Durban del 2001, adottata per consensus, ma oggetto, come si è detto, di numerose riserve e dichiarazioni integrative.

Si veda anche:

M. Dassù: Obama e Durban II

Durban Review Conference outcome document