IAI
Controllo degli armamenti

Dell’utilità dell’arma nucleare

24 Apr 2009 - Giovanni Gasparini - Giovanni Gasparini

Nessuna arma è mai stata “disinventata”; semplicemente, è stata accostata o rimpiazzata da una più potente o è caduta in disuso grazie alla scoperta di una difesa che la rendeva inefficiente. Le armi nucleari non fanno eccezione. Nessuna arma ha, intrinsecamente, un valore stabilizzante o destabilizzante: dipende dal contesto politico-strategico di riferimento in cui viene introdotta. Le armi nucleari non fanno eccezione. Nessuna arma è di per se offensiva o difensiva: dipende dalla sua dottrina d’impiego. Le armi nucleari non fanno eccezione.

In un contesto di relazioni internazionali caratterizzato dalla competizione e dalla possibilità della guerra, gli attori (in larga misura diseguali per taglia, ambizioni, risorse) sono interessati a massimizzare il vantaggio asimmetrico rispetto ai potenziali avversari, anche in termini d’armamenti. Gli armamenti nucleari sono però attualmente al centro di una specifica campagna che mira alla loro progressiva eliminazione. A promuoverla sono proprio i principali beneficiari dell’attuale regime asimmetrico, ovvero le maggiori democrazie occidentali. Ma è veramente possibile giungere ad un mondo senza armi nucleari? E, ammesso che la risposta sia affermativa, la situazione sarebbe più stabile?

Perché è impossibile (e dannoso) disinventare l’atomica
La conoscenza tecnologica necessaria per la costruzione delle armi nucleari è un dato acquisito da più di 60 anni; non basterebbe smantellare gli arsenali esistenti ad oggi, bisognerebbe porre sotto strettissimo controllo i materiali (uranio arricchito, plutonio) e la tecnologia relativa, nonché il personale in possesso di tali tecnologie e conoscenze di fisica nucleare. Certo, ci si potrebbe accontentare di “congelare” le conoscenze alla “soglia zero”, ovvero mantenere una capacità latente di costruire armi nucleari, dal punto di vista tecnologico, industriale e produttivo, senza effettivamente usarle per costruire gli arsenali; ciò ridurrebbe i costi del mantenimento degli arsenali ed il rischio pur minimo di lanci per errore, ma non ridurrebbe l’incentivo dei paesi a dotarsi della tecnologia di soglia e dei relativi materiali.

Ciò non disincentiverebbe una delle ragioni fondamentali sottostanti il tentativo di entrare nel club nucleare militare da parte di regimi come l’Iran e la Corea del Nord, che è di riequilibrare lo squilibrio, percepito o reale, sul piano degli armamenti convenzionali rispetto ai loro competitori regionali o globali.

Inoltre, per evitare che qualunque attore possa riprendere la produzione di armamenti, si dovrebbe mettere in piedi un controllo globale e un regime che preveda misure draconiane contro ogni potenziale violatore. Se oggi fossimo capaci di ciò, il già blando regime di non-proliferazione non sarebbe così vicino al fallimento. La conoscenza della fisica e dell’ingegneria nucleare andrebbe quindi messa sotto uno strettissimo controllo di polizia. L’impiego nucleare civile dovrebbe essere sottoposto ad un regime ancora più drastico, soprattutto in virtù del fatto che i reattori di nuova generazione sono destinati a produrre scorie al plutonio, ottime per l’impiego militare.

Ammettiamo anche per assurdo che i 7-8 paesi che attualmente sono dotati di armi e di conoscenze nucleari decidano di spogliarsene, riducendo così volontariamente il loro vantaggio asimmetrico, alcuni dei conflitti “freddi” non avrebbero più il “tabù” del nucleare a contenerli, e quindi potrebbero più agevolmente sfociare in conflitti aperti; non solo, in un contesto di dilemma di sicurezza, si svilupperebbe probabilmente una corsa destabilizzante agli armamenti convenzionali. Non solo, qualunque regime che non condivida lo status quo avrebbe un incentivo enorme a cercare di dotarsi di armi nucleari, poiché ciò lo porrebbe immediatamente in una situazione di vantaggio. La disponibilità di menti e tecnologie sarebbe altissima, come avvenne con scienziati e materiali russi “liberati” durante il collasso del regime sovietico negli anni ’90.

La verità è che l’opzione zero equivale ad immaginare un mondo totalmente pacifico, in cui l’arma nucleare e nessun’altra arma convenzionale possano essere ritenute utili perché regna l’armonia totale. In altre parole, i veri fautori del disarmo totale (non quelli che si accontentano del controllo degli armamenti, assai più fattibile e logico) ritengono che sia la disponibilità di armamenti a creare i conflitti e non, come invece dimostra la realtà storica, la concorrenza ed ostilità fra regimi a determinare la corsa agli armamenti. Questo fallace capovolgimento logico determina anche un’erronea sequenza di azione politica.

A meno che il loro obiettivo non sia invece l’abbattimento dell’attuale situazione asimmetrica a favore dell’Occidente, in ossequio ad un cieco irenismo irresponsabile, una costante storica della Guerra Fredda: basti pensare al dibattito relativo agli euromissili negli anni ‘80.

Una politica nucleare per l’occidente
In realtà tutti gli stati nucleari non occidentali (ufficiali, Cina e Russia, o non, come India, Pakistan e Israele) non sembrano particolarmente ansiosi di privarsi delle armi nucleari e anzi stanno ammodernando e incrementando i rispettivi arsenali di testate e vettori. E in realtà anche Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Nato non sono, alla prova dei fatti, propensi a dismettere i loro arsenali. Anzi, la “force de frappe” francese è stata appena ammodernata ed è pronta a servire la “dissuasion” per almeno un altro trentennio e oltre, e il Regno Unito sta pensano a come ammodernare la sua flotta di sottomarini lanciamissili. Vi sono forti resistenze all’interno dell’Alleanza Atlantica (soprattutto tedesche) anche al ritiro delle poche centinaia di bombe aviolanciate a bassa intensità (cosiddette tattiche) tuttora presenti sul territorio europeo sotto il sistema della “doppia chiave di lancio” – che richiede il consenso sia degli Usa che del paese ospitante, nonostante il loro reale valore nei nuovi contesti strategici sia assai limitato e destinato a scomparire con la messa a riposo degli aerei Tornado nel corso del 2020.

Che politica dunque è effettivamente realizzabile ed auspicabile, al di là dei richiami ideali? Il mantenimento dello status quo asimmetrico e quindi la non proliferazione è sicuramente un interesse dei tre stati nucleari occidentali e dei loro alleati della Nato e dell’Ue. Gli arsenali possono essere limitati ai minimi termini (tali da garantire una credibile capacità di “second strike”), il che ridurrebbe i costi economici e la probabilità di incidenti; in termini numerici, si tratterebbe di circa un migliaio di testate americane montate su missili balistici imbarcati su sottomarini, più qualche centinaio di testate “minori” lanciabili su missili da crociera (basati su aerei e navi).

Prevenire uno scivolamento dell’arma nucleare verso un impiego tattico è sicuramente un elemento positivo e condivisibile della nuova impostazione obamiana, così come la ricerca di nuovi accordi bi- e multilaterali con la Russia e, possibilmente in un futuro non lontano, con la Cina, tesi alla riduzione degli arsenali e al controllo della tecnologia. Paradossalmente, se viene ridotto l’arsenale nucleare, può divenire più conveniente sviluppare sistemi attivi di difesa anti-missile. Va quindi valutato nuovamente con attenzione il delicato equilibrio fra deterrenza e sistemi attivi di difesa, possibilmente in un quadro multilaterale d’accordo fra i paesi della Nato e la Russia.

Per quanto concerne una politica nucleare europea, al di là del rafforzamento di tutti i regimi di non proliferazione e di promozione del nucleare civile – evitando impropri trasferimenti di tecnologia e di materiali sensibili, non è ancora giunta l’ora di discutere lo status speciale di cui godono Francia e Regno Unito in virtù dei loro arsenali nucleari.

Un’Unione Europea potenza nucleare avrebbe un maggior peso nel mondo, ma ciò richiederebbe un atto di condivisione di sovranità da parte francese ed inglese (quindi indirettamente americano, poiché il nucleare inglese è in realtà un’appendice del sistema Usa, da cui ottiene missili, testate ed informazioni per l’impiego), che al momento pare impossibile. Ma, in ogni caso, più probabile della rinuncia totale all’arma nucleare da parte di questi due stessi paesi. Con buona pace per l’opzione zero.

Vedi anche:

E. Greco: La stella polare dell’opzione zero

N. Ronzitti: Il disarmo nucleare dopo Praga

C. Merlini: L’”opzione zero” dal contesto regionale a quello globale