IAI
Il programma Joint Strike Fighter a rischio

Se la crisi spezza le ali alla cooperazione transatlantica

30 Mar 2009 - Mario Arpino - Mario Arpino

I grandi programmi aeronautici, sebbene discussi a ogni livello dalle varie formazioni politiche che negli anni si sono avvicendate al Governo hanno finora sempre avuto, pur nella dialettica delle posizioni, una “luce verde” bipartisan. Le difficoltà economiche ci sono sempre state, ma è anche vero che lo spettro della crisi non era incombente. Nei prossimi giorni, le commissioni parlamentari discuteranno dell’approvazione finale del programma F 35 Joint Strike Fighter, il velivolo multiruolo realizzato grazie alla cooperazione tra gli Stati Uniti e diversi paesi europei. Ogni considerazione sarà ovviamente lecita, ma sotto la spada di Damocle della crisi vi è il pericolo che il programma, che per sua natura è stato sempre oggetto di valutazioni anche a sfondo ideologico, possa risultare mutilato, danneggiato o svuotato di una parte sostanziale del contenuto.

Coloro che nella crisi vedono un’ottima occasione per affossarlo in effetti ci sono e, per svariati motivi, sono sempre esistiti. Anche prima della crisi. Delle possibili argomentazioni contrarie, che sono più d’una, ce ne sono alcune destinate a fare presa sul grande pubblico: è un caccia bombardiere, quindi cattivo per propria natura e in contrasto con la natura pacifica dei nostri interventi; è americano, quindi “colonizzatore”; si sovrappone al programma europeo Typhoon, la cui fase di consegna, dopo tanti costi e ritardi, non è ancora ultimata; ucciderà la progettualità dei nostri ingegneri e dell’industria italiana; altri paesi, si sostiene infine, hanno scelto di dotarsi di un’unica linea da combattimento, e non due come stiamo facendo noi.

Qualche contro-deduzione
Tentiamo allora, con ordine, qualche contro-deduzione. L’osservazione che è “cattivo” palesa la prima componente ideologica e nega la tipologia di velivolo “cacciabombardiere” all’inventario delle nostre forze armate, delle quali tuttavia si condivide con plauso le “missioni di pace”.

Senza andare troppo lontano nel tempo, scomodando la prima guerra del Golfo e la Bosnia, è bene ricordare che in Afghanistan il supporto aero-tattico che ha sovente scongiurato l’isolamento delle forze Isaf – compresa la componente nazionale – in assenza di nostri velivoli è stato sinora affidato, e lo è ancora, a cacciabombardieri inglesi, olandesi, americani e francesi, oltre che a pochi elicotteri armati nazionali, tardivamente e con grande riluttanza inviati in teatro. È anche vero che la ricognizione a favore di Isaf viene ora svolta da due Tornado e da alcuni Predator a pilotaggio remoto dell’aeronautica militare. La tipologia, sia pure con allestimento diverso, è quella dei cacciabombardieri. Se le missioni internazionali faranno parte anche in futuro della nostra politica estera, si tratta di esigenze al cui soddisfacimento occorrerà pur assicurare continuità.

Il fatto che Joint Strike Fighter (JSF) sia di concezione americana, seconda argomentazione di stampo ideologico, è una realtà. Ma non è un limite, visto che si è provveduto per tempo a far partecipare un centinaio di ingegneri della nostra industria alla fase di sviluppo. È stata anche concordata un’industrializzazione del programma in Italia, cosa che, tra altri benefici che vedremo, consentirà un buon grado di sovranità tecnica e operativa.

Quanto alla presunta sovrapposizione con EF 2000 Typhoon, questa è una vera e propria forzatura a danno di “chi non sa”. EF 2000 é un caccia di quarta generazione, mentre F 35 è un cacciabombardiere della quinta, e la differenza non è da poco. Mentre il primo è un pregevolissimo “oggetto” nato e studiato per fare difesa aerea, il secondo è un “sistema” di oggetti e di sensori aerei, spaziali e terrestri integrati tra loro a livello di teatro in chiave net-centrica. Il che significa che ogni missione nasce già integrata in un sistema interalleato che va dalla pianificazione degli obiettivi alla loro assegnazione, dalla circolazione in tempo reale delle informazioni operative ai rapporti post missione. Durante la prima guerra del Golfo, la mancanza di questo tipo di sistema era stata la causa prima dello spreco di circa un quarto delle sortite, a causa dell’impossibilità di conoscere in tempo reale il risultato della missione – nel migliore dei casi ci volevano 48 ore – e della scarsa possibilità di “riorientare” quelle in atto su altri obiettivi.

L’importanza di esserci
Con il “sistema F 35” tutto ciò è superato. È quindi chiaro che chi partecipa al programma ha anche le carte in regola per entrare, con hardware e know-how, nel futuro network globale. Partecipare significa possedere le chiavi della rete, non partecipare significa non solo rinunciare all’ “oggetto” velivolo, ma autoescludersi dal sistema.

Si potrà allora obiettare, terza osservazione di profilo ideologico, che questa acquisizione presuppone una netta scelta di campo, che legittimamente a qualcuno può non piacere. Ma è un problema politico, e le varie legislature, a maggioranza di destra o di sinistra, non hanno mai messo in dubbio la nostra scelta di campo. In ogni caso, non vi è alcun impedimento a che JSF, sia pure con capacità degradate, possa essere usato in modalità stand alone per peculiari esigenze nostrane. Alcune nazioni, come Francia e Germania, che al momento non partecipano, stanno puntando a integrare in futuro Rafale e Typhoon con grandi velivoli da attacco e ricognizione a pilotaggio remoto, come il progetto Neuron francese o il Global Hawk americano, ma anche questi, per operare, dovranno comunque essere inseriti o inseribili nel network. Se Francia e Germania confermeranno le loro scelte, rimarranno le uniche due grandi nazioni europee a non avere in linea nessuno dei due velivoli – EF 2000 e F 35 – con buona pace di standardizzazione, economia di scala e interoperabilità, concetti da tutti accettati e sempre magnificati.

Ritornando alla crisi economico-finanziaria, questa non si combatte certo attraverso piccoli programmi che non fanno sistema. A meno che non siano afferenti a un “grande programma”, attraverso il quale coinvolgere anche piccola e media industria, ognuna secondo le sue capacità ed eccellenze di nicchia. Va ricordato che nel mondo globale la scarsità di risorse potrà semmai influenzare l’ampiezza dei programmi, ma mai la qualità.

La crisi come opportunità
Se vogliamo usare una frase fatta, la crisi si combatte “trasformandola in opportunità”, investendo risorse in opere che modernizzino il Paese e ne consentano sviluppo e inserimento.

Se ciò è vero, deve valere anche per le forze armate, che non possono essere considerate sempre e solo un costo. Un grande programma aeronautico a questi fini va considerato alla stregua dei TAV, di un ponte sullo stretto, della rete di viadotti e autostrade, delle centrali energetiche e della diga mobile sulla Laguna.

Anche l’F 35 Joint Strike Fighter può divenire una delle nostre maggiori opportunità. Se avremo il coraggio di dar seguito agli accordi in base ai quali gli Stati Uniti hanno già dato l’assenso alla costruzione in Italia del centro di assemblaggio finale e a quello di manutenzione, riparazione, revisione e aggiornamento del velivolo, avremo effettivamente trasformato la crisi, almeno per gli aspetti industriali, militari e aeronautici, in una grossa opportunità. L’unico centro di eccellenza di questo genere e con queste capacità presente in Europa – l’altro sarà negli Stati Uniti – sarebbe infatti in Italia, e ad esso farebbero necessariamente capo, per la durata di una vita operativa quarantennale, tutti gli F. 35 europei e quelli americani di stanza in Europa. Le ricadute economiche e occupazionali sono già quantificabili.

Il rischio delle mezze soluzioni
Se invece vogliamo accontentarci della politica del risparmio, delle mezze soluzioni sono disponibili. Come alcuni vorrebbero, con ingenti costi non ricorrenti e senza beneficiare di una reale economia di scala, si potrebbe riprogettare come cacciabombardiere qualche decina di Typhoon. Oppure, rinunciando ai benefits, si potrebbero comperare gli F 35 direttamente negli Stati Uniti. Ma sono soluzioni assimilabili a costi puri, che precluderebbero per generazioni la nostra capacità progettuale, isolandoci dal mondo in cui continueremo a vivere.

Vedi anche:

Un ponte tecnologico verso il futuro

Il programma F-35 Joint Strike Fighter e l’Europa