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Scenari globali

Il primato americano e il futuro bipolare

6 Mar 2009 - Roberto Menotti, Jason W. Davidson - Roberto Menotti, Jason W. Davidson

Il primato americano continua a caratterizzare il sistema internazionale. L’America è in declino rispetto a una serie di paesi, ma il divario che la separa dai suoi potenziali rivali, comprese le potenze emergenti, è talmente ampio da richiedere decenni per essere colmato.

Le fondamenta del primato americano
Per sapere se siamo oppure no in un mondo multipolare dobbiamo prima intenderci su cosa sia un “polo”. Per essere tali i “poli” devono disporre di un potere decisamente superiore a quello degli altri Stati o raggruppamenti di Stati, e perciò essere in grado di esercitare un’influenza maggiore su di essi e sul sistema internazionale. Più specificatamente:
– i poli possono provocare gravi danni su scala globale proprio a causa della loro potenza militare ed economica;
– possono però anche giocare un ruolo fondamentale nel fornire soluzioni cooperative a problemi globali, facendo sì che si stabiliscano e siano rispettate delle regole e che si creino istituzioni a partecipazione più o meno ampia;
– i poli sono in competizione tra loro, mentre i paesi che non hanno queste caratteristiche tendono a competere con altre potenze di dimensioni minori. I poli ingaggiano corse agli armamenti e talvolta combattono guerre contro i propri “omologhi”, mentre per gli altri paesi sarebbe folle competere con una potenza di dimensioni più che doppie delle proprie.

Partiamo allora dal presupposto che un vero polo deve essere una potenza a tutto tondo – certamente sul piano economico e militare. Più precisamente, deve possedere almeno la metà delle capacità economiche e militari del paese, ovvero del polo, più potente al mondo.

Il Pil e le spese per la difesa sono buoni indicatori della potenza economica e militare perché sono misure piuttosto oggettive e non controverse delle effettive capacità. Dei due parametri Il Pil è il più importante perché non riflette soltanto il fattore economico, ma naturalmente anche altre capacità – essendo le risorse economiche “fungibili”, cioè trasformabili in diverse forme di potere. D’altra parte le spese militari sono, innegabilmente, di cruciale importanza nelle fasi più drammatiche e acute dei rapporti internazionali.

È opportuno utilizzare le cifre nominali – invece che quelle a parità di potere d’acquisto – perché le prime rappresentano rapporti relativi tra paesi piuttosto che la ricchezza nazionale. I dati dell’Imf e dell’annuario 2007 del Sipri, ad esempio, mostrano che il primato americano continua a caratterizzare la scena internazionale. In termini di Pil, il Giappone è la potenza che più da vicino compete con gli Usa, ma la sua economia di 4,3 trilioni di dollari è pari a meno un terzo di quella americana (con 13,8 trilioni). La somma della seconda, terza, quarta e quinta economia più grande al mondo arriva a 13,6 trilioni di dollari.

Il quadro è ancora più netto se si guarda alle spese militari. Gli Usa spendono circa dieci volte la somma del secondo paese nella graduatoria – la Gran Bretagna. Tutti i paesi dalla seconda alla quinta posizione in graduatoria non raggiungono, assieme, la metà delle spese americane. Se si guarda in particolare alla Cina, il suo Pil di 3,2 trilioni di dollari è circa un quarto di quello americano, ma il suo bilancio della difesa (58 miliardi) è soltanto un decimo di quello degli Usa (547 miliardi).

Insomma, in termini economici e militari il mondo è ben lontano dall’essere multipolare.

Obiezioni: il soft power, la Ue, e la crisi economica
Ma come valutare il presunto declino del cosiddetto soft power americano? Anzitutto, non si deve esagerare l’importanza del soft power. Sebbene sia importante ottenere il rispetto del mondo, non c’è ancora nulla che sostituisca le capacità economiche e militari. Mentre attori come il Vaticano possono raccogliere rispetto e ammirazione, non sono poli del sistema internazionale proprio perché mancano di hard power. Inoltre, anche dopo il danno inferto all’immagine degli Usa da alcune politiche dell’amministrazione Bush, il paese continua ad esercitare una grande attrattiva, come conferma ad esempio l’Atlas of Student Mobility, da cui risulta che le università americane continuano ad essere di gran lunga in cima alle preferenze degli studenti stranieri. Dopo l’elezione di Barack Obama, è presumibile che questa capacità di attrazione culturale aumenti anziché diminuire.

Alcuni sostengono che l’Unione Europea, con un Pil complessivo di 16,9 trilioni di dollari, sia un vero “concorrente globale” per gli Usa. È vero che l’Ue ha il potenziale di un attore globale, ma non ha ancora dimostrato di saper agire coerentemente in modo unitario al di là del settore specifico dei negoziati commerciali internazionali. Non si vede, ad oggi, come si possa superare del tutto il problema strutturale del coordinamento tra i membri dell’Unione.

Si può poi argomentare che tutta questa discussione sia ormai superata a causa della crisi economica mondiale che ha avuto origine proprio negli Usa. In realtà, sembra improbabile che la crisi in corso modificherà radicalmente l’equilibrio globale di potenza. Secondo una proiezione elaborata da The Economist, ad esempio, il divario tra il tasso di crescita cinese e quello americano resterà approssimativamente lo stesso degli ultimi anni. Le linee di tendenza quindi non dovrebbero cambiare.

Le implicazioni del primato americano
Cosa comporta il primato americano? In primo luogo, che nel prossimo futuro soltanto gli Usa potranno impiegare la forza militare su scala globale. Russia e Cina potranno farlo su scala regionale, ma la loro capacità di proiezione rimarrà necessariamente limitata. In altre parole, anche se una crisi scoppiasse in una delle presunte sfere di influenza regionali tutti continueranno a chiedersi se e quando Washington deciderà di intervenire militarmente. In secondo luogo, se gli Stati Uniti non si attivano per risolvere un difficile problema su scala globale, è improbabile che si arrivi ad una soluzione. Un impegno americano diretto è un ingrediente essenziale.

Infine, non dobbiamo aspettarci una diretta competizione politica e militare tra Usa e Cina fintanto che quest’ultima non si sarà avvicinata al rango di “polo” internazionale. Fortunatamente, dunque, abbiamo alcuni decenni a disposizione per evitare le corse agli armamenti, le guerre preventive, e la formazione di blocchi contrapposti che solitamente caratterizzano la competizione globale tra poli.

Un futuro bipolare, ma non così vicino
Ciò non vuol dire ovviamente che il primato americano durerà per sempre. Gli equilibri mondiali sono effettivamente in movimento: l’ascesa della Cina cambierà quasi certamente la distribuzione del potere. Anzi, il dato più evidente in tutte le proiezioni disponibili è proprio che in circa due decenni il sistema internazionale sarà bipolare – non multipolare. Gli analisti che vedono il sistema attuale – o quello del prossimo futuro – fondato su molteplici centri di potere sembrano volersi convincere di qualcosa che non c’è. Ci possono essere ottime ragioni per auspicare un assetto internazionale più bilanciato, ma le speranze non andrebbero confuse con le previsioni.

L’articolo è tratto da una versione più ampia in via di pubblicazione su The International Spectator