IAI
La crisi economica globale

Il G20 e la riforma della global governance

30 Mar 2009 - Paolo Guerrieri - Paolo Guerrieri

L’aggravarsi della recessione dell’economia mondiale e il moltiplicarsi delle spinte protezionistiche pongono il G20 di fronte a tre sfide fondamentali a carattere globale: più consistenti misure di stimolo alla domanda per un rilancio della crescita internazionale; un forte sostegno delle istituzioni finanziarie internazionali a favore dei tanti paesi emergenti in gravi difficoltà nei conti esteri; regole più stringenti per assicurare un rinnovato funzionamento dei mercati monetari e finanziari internazionali.

Sono tre insiemi di problemi da affrontare in parallelo per cercare di uscire dalla crisi e affermare una nuova capacità di governo dell’economia mondiale. Un banco di prova decisivo per i rappresentanti del G20, a cui la riunione di Londra, tuttavia, al di là di comunicati finali più o meno brillanti, potrà fornire solo parziali e ancora timide risposte.

La recessione si aggrava e crolla il commercio mondiale
Sull’aggravarsi delle condizioni dell’economia mondiale i dati più recenti non lasciano dubbi. Nel primo trimestre 2009 gli indicatori economici segnalano una recessione sempre più profonda in tutta l’area più sviluppata – e in particolare in Germania e Giappone – e un preoccupante deterioramento delle condizioni economiche e finanziarie della maggior parte dei paesi emergenti inclusi i cosiddetti BRICs (Brasile, Russia, India e Cina).

Almeno 18 delle 30 più importanti economie emergenti conosceranno quest’anno una contrazione dell’attività economica. Saranno disponibili a breve delle stime riviste del Fmi e, secondo anticipazioni attendibili, le previsioni saranno corrette fortemente verso il basso anticipando per l’anno in corso una contrazione del Pil mondiale intorno al 2,5% (ai tassi di cambio di mercato), un risultato negativo che non si era mai verificato dalla fine della seconda guerra mondiale. Una ripresa dovrebbe verificarsi nel 2010, ma le attese sono per un modesto incremento dell’1 per cento molto al di sotto dei rimbalzi positivi che si verificarono dopo le due fasi recessive del 1991 e 2001.

Come diretta conseguenza della recessione dei mercati più sviluppati si prevede una secca contrazione nel 2009 del volume del commercio mondiale (in alcune ipotesi del 5% e addirittura del 9% secondo recenti stime del Wto), la più grave degli ultimi 80 anni, con un modesto rimbalzo positivo, anche in questo caso, nel prossimo anno (+1-1,5 per cento).

Il G20 diviso sulle politiche di rilancio
In questo quadro il Fondo Monetario Internazionale continua a ritenere necessarie politiche di stimolo fiscale molto più coraggiose di quelle intraprese finora da parte di tutti i maggiori paesi, inclusi gli Stati Uniti. Ad oggi i paesi del G20 hanno adottato programmi pari a circa l’1,4-1,7 per cento della somma dei loro Pil. L’impatto economico reale stimato di tali misure – sempre secondo il Fmi – sarà inferiore all’1 per cento del prodotto dell’economia mondiale nel 2009 e ancora di meno nel prossimo anno. Non sarà sufficiente a contrastare la caduta della domanda mondiale. Di qui l’invito pressante a fare di più.

Secondo alcune recenti stime servirebbe una iniezione di nuova domanda nell’economia mondiale pari a 1-1,5 miliardi di dollari nel 2009 e altrettanto nel 2010. E sarebbe necessario, soprattutto, muoversi tutti insieme e in modo coordinato perché l’elevata interdipendenza commerciale e finanziaria esistente tra i paesi moltiplicherebbe fino a due volte e accelererebbe di molto l’effetto complessivo sulla domanda globale delle politiche di rilancio dei singoli paesi.

Il summit del G20 di Londra potrebbe offrire la migliore opportunità per lanciare il pacchetto di misure necessarie. I paesi del G20 rappresentano circa l’80 per cento dell’economia mondiale e le loro decisioni potrebbero così avere un grande impatto. Ma proprio su questo terreno il G20 potrà fare poco o nulla di più di quanto realizzato finora. A causa soprattutto delle netta spaccatura prodottasi tra Stati Uniti (e alcuni paesi asiatici tra cui la Cina) favorevoli a misure di stimolo aggiuntive, da un lato, e la maggior parte dei paesi europei, dall’altro, guidati da Francia e Germania, che hanno ribadito – anche nell’ultimo vertice – la netta contrarietà a nuovi pacchetti di stimolo fiscale, giudicandoli per ora inutili se non addirittura una minaccia alla stabilità e sostenibilità futura delle finanze pubbliche dei paesi.

Si continuerà dunque a seguire un approccio paese per paese, con misure nazionali e con tutti gli elevati rischi che questo comporta in termini di inadeguato impatto globale e rinnovate tentazioni protezionistiche.

Più risorse a disposizione del Fmi per i paesi emergenti
L’altro campo di interventi importante sul tavolo del G20 interessa i paesi emergenti e in via di sviluppo. È urgente mobilitare un ingente flusso di capitali a loro favore. I paesi emergenti hanno conosciuto in quest’ultimo decennio dinamiche sostenute di crescita e sono arrivati a coprire circa metà dell’economia mondiale. La loro capacità di ripresa avrà dunque un impatto fondamentale sulle possibilità di rilancio dell’economia globale. Guidati dalla Cina e dall’India, la loro performance è stata finora migliore di quella dei paesi più industrializzati, ma a partire dalla seconda metà dello scorso anno hanno cominciato a risentire pesantemente, oltreché della drastica contrazione degli sbocchi di mercato per loro esportazioni, di un drammatico crollo negli afflussi di capitali privati esteri. Hanno così sofferto numerose e ripetute svalutazioni delle loro monete ed è diventato per molti di essi assai più difficile finanziare disavanzi di bilancia dei pagamenti anche di modesta entità.

La Banca Mondiale stima che nel 2009 ben 104 su 129 paesi in via di sviluppo registreranno saldi correnti non adeguati a coprire il loro flusso di debiti privati. La tenuta, prima, e la ripresa, poi, di molti paesi emergenti saranno così legate alla possibilità di compensare la drammatica riduzione che si è verificata nell’afflusso di capitali privati con risorse pubbliche che solo il Fmi è in grado di mobilitare nella quantità e nei tempi richiesti dalla crisi. Su questo fronte il G20 dovrebbe ratificare una misura importante, che ha trovato un vasto consenso in queste ultime settimane, ovvero il raddoppio delle risorse in dotazione del Fmi – da 250 a 500 miliardi di dollari – per interventi a favore dei paesi in via di sviluppo, di cui circa 100 miliardi verranno forniti dall’Unione Europea come deciso nell’ultimo vertice.

Il G20 e la grave crisi dell’area in via di sviluppo
È un passo avanti importante ma ancora del tutto insufficiente. Da alcune stime dell’Institute for International Finance (Iif), il flusso netto di capitali privati verso i mercati emergenti, dopo essersi ridotto nel 2008 (467 miliardi di dollari) circa della metà rispetto all’anno precedente, dovrebbe scendere ancor più quest’anno, toccando i 165 miliardi di dollari, circa il 17% del flusso del 2007. Ancora, il flusso netto di prestiti delle banche internazionali ai paesi emergenti è atteso ridursi a 135 miliardi di dollari dai 401 miliardi del 2007. La Banca mondiale stima così che il fabbisogno totale di finanziamenti dei paesi in via di sviluppo ammonterà ad una somma pari a circa 1.4 trilioni di dollari.

Somme certamente importanti, ma alla portata dei maggiori paesi, sviluppati e emergenti, sia aumentando ulteriormente le risorse del Fmi secondo una proposta formulata dal ministero del Tesoro americano che aveva auspicato di triplicarle fino a 750 miliardi di dollari; sia creando una nuova tranche di Diritti Speciali di Prelievo (Dsp), la moneta internazionale varata alla fine degli anni Sessanta per far fronte a una scarsità di riserve di natura molto simile a quella sofferta oggi da molti paesi in via di sviluppo. Si potrebbero creare 250-300 miliardi di nuovi Dsp, col fondamentale consenso americano e anche della Cina – stando a una recente presa di posizione di Pechino – così da venire incontro alle esigenze finanziarie di molti paesi e cercare di evitare che ricorrano a politiche neomercantiliste volte ad accumulare nuove riserve internazionali attraverso la costituzione di consistenti avanzi commerciali. Per ottenere tutto ciò servono comunque sostanziali cambiamenti nel sistema di governo delle relazioni monetarie e finanziarie internazionali, a partire dalla governance del Fmi.

Le prime mosse per una nuova architettura finanziaria globale
Risultati di una qualche consistenza potranno essere raggiunti dal G20 nell’area delle nuove regole del sistema finanziario internazionale. Dopo il drammatico collasso finanziario di questi mesi che ha portato alla distruzione di circa il 40-45% della ricchezza mondiale si è formato un largo consenso sulla necessità di ristabilire regole e controlli efficaci per la finanza dei maggiori paesi e dell’intero sistema internazionale, vista l’attuale forte interdipendenza delle economie. Un’efficace regolazione pubblica è riconosciuta oggi necessaria un po’ da tutti per il buon funzionamento dei mercati come meccanismi di selezione e allocazione delle risorse economiche.

Alcune prime intese si sono profilate su temi importanti, grazie anche alle maggiori concessioni del governo inglese: come sulla necessità di accrescere le riserve di capitale e liquidità delle banche, o su alcuni poteri degli organi che dovranno applicare le regole e esercitare i controlli.

Certo, come sostenuto da Angela Merkel in una intervista alla vigilia del vertice, dal momento che l’obiettivo del negoziato tra i paesi del G20 è la costruzione di una nuova architettura globale dei mercati finanziari, non si potrà pretendere di poter portare a termine un tale compito nell’incontro di Londra. Si può notare al riguardo che il protocollo di Basilea II ha richiesto nove anni per essere configurato e poi applicato. Tanto più che permangono forti divisioni su cosa fare e su come fare alcune riforme importanti.

Va rilevato comunque che se la finalità ultima del nuovo sistema di regole sarà garantire una futura maggiore stabilità alla performance dell’economia globale non ci si potrà limitare all’area della finanza internazionale, per quanto importante.

Servono nuove regole anche per le relazioni monetarie internazionali
Non va dimenticato che i grandi squilibri delle bilance dei pagamenti – in primo luogo degli Stati Uniti e della Cina – hanno rappresentato le cause di fondo della attuale grave crisi economico-finanziaria. Per il futuro è necessario evitare che si riproducano, configurando efficaci meccanismi di regolazione e gestione delle politiche macroeconomiche. Dal momento che non ci sarebbe più un paese in grado di agire residualmente – come gli Stati Uniti in passato – nuovi persistenti squilibri produrrebbero effetti depressivi sulla domanda e sulla crescita mondiale, innescando così tensioni commerciali tra paesi e il ritorno a protezionismi nazionali.

Ne segue che nell’odierno contesto multipolare – con più poli geo-economici in grado di condizionarne le sorti (oltre Stati Uniti e Europa, la Cina, l’India) – condizioni globali di crescita stabile non potranno essere lasciate né all’autoregolazione dei mercati né all’iniziativa di singoli paesi. Tali condizioni assumono tutti i contorni di un bene pubblico, nel senso che richiedono una efficace azione collettiva e cooperazione da parte dei principali paesi. Serviranno dunque strutture di governance in grado di assicurare tali meccanismi, fra cui rinnovate istituzioni monetarie e finanziarie internazionali. Un tema quest’ultimo rilanciato dalla Cina la scorsa settimana.

Profondi cambiamenti devono avvenire, ad esempio, nel sistema di governo del Fmi, per conferirgli quella legittimità che gli manca nei paesi emergenti. Ma servirà soprattutto la definizione di nuove regole globali per le relazioni tra le principali monete e per un’evoluzione ordinata dei tassi di cambio. È questa, dunque, la riforma che si dovrà prima o poi porre al centro del tavolo del G20. L’importante è che se ne cominci a parlare e già dal prossimo incontro venga avviato un primo gruppo di lavoro su temi così rilevanti.

Vedi anche:

The G-20 London Summit 2009: Recommendations for Global Policy Coordination