IAI
Sicurezza e difesa

Le forze armate al bivio

4 Feb 2009 - Mario Arpino - Mario Arpino

Teoricamente, sulla politica di difesa nazionale e sulle così dette “missioni di pace” in Italia non dovrebbero esserci dubbi. Ne parla la Costituzione, e ne ha parlato, all’inizio del suo mandato, anche il Presidente della Repubblica, come garante della stessa e comandante delle forze armate. Ricevendo al Quirinale, due anni or sono, una delegazione dell’assemblea parlamentare della Nato, così si era espresso: “Il ruolo che l’Italia svolge per la pace e la sicurezza internazionale si basa su un’importante norma della nostra Costituzione”. L’articolo 11 prevede il ripudio della guerra come offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, “…ma stabilisce l’impegno di partecipazione dell’Italia alle organizzazioni internazionali che perseguono gli obiettivi della pace e della giustizia tra le Nazioni”; “…ci troviamo nell’Alleanza Atlantica – ha continuato Napoletano – legati da un rapporto di storica solidarietà, da un costume di aperto e franco dibattito e da un principio di pari dignità”. In queste poche parole è racchiuso tutto il significato della nostra politica di difesa e della nostra partecipazione alle missioni internazionali.

Base autorizzativa e percezione socio-politica
Qualche dubbio, invece, nel paese c’è, e ci si accorge di ciò da come si discute delle nostre missioni sui media e nelle piazze, ma anche nelle aule parlamentari.

Il carattere del nostro ordinamento comporta che l’indirizzo politico, ivi compreso l’impiego delle forze armate, spetti alle Camere e al governo. La quasi totalità delle autorizzazioni per il centinaio di missioni, inclusi i rinnovi, cui le nostre forze armate hanno partecipato nel dopoguerra, è avvenuta per via parlamentare. Raramente il governo si è limitato a un’“informazione” alle Camere nel quadro di autorizzazioni precedenti, e di norma ciò si è verificato per piccole missioni disposte direttamente dall’Onu, su cui si dava per scontato che il consenso fosse unanime. Vi sono stati casi, invero pochi, nei quali l’intervento parlamentare si è svolto addirittura con la missione già in corso, come nel caso della missione umanitaria in Albania che è stata attuata, sotto guida italiana, in concomitanza con le operazioni aeree della Nato in Kosovo.

A seguito della situazione venutasi a creare dopo l’11 settembre 2001, il dibattito parlamentare ha assunto un maggiore rilievo, focalizzandosi in particolare sul ruolo delle Nazioni Unite e delle altri organizzazioni internazionali e su alcuni problemi di diritto internazionale, inclusa la liceità o meno delle “operazioni preventive”. La stessa definizione di “missioni di pace” per alcune nostre attività all’estero – dove la pace da mantenere ancora non c’è – è stata più volte posta in discussione.

Tuttavia, l’atteggiamento dell’opinione pubblica verso le missioni continua ad essere in linea di massima positivo. Nemmeno le severe restrizioni finanziarie e di bilancio, solo in parte dovute alla crisi in atto, hanno avuto al momento un impatto negativo sulle missioni in corso. I guai, probabilmente, devono ancora arrivare.

Sostenibilità dell’impegno italiano
Nonostante la crisi, l’impegno delle nostre forze armate all’estero resta notevole anche per il 2009, con un numero di soldati dispiegati mediamente attorno allo standard di 8.300. Secondo il Ministro della Difesa Ignazio La Russa, l’obiettivo – al momento difficilmente conseguibile – è quello di avere la capacità di schierare fino a 12.000 unità, record raggiunto solamente ai tempi della missione in Iraq “Antica Babilonia”. Mentre nel primo semestre 2009 il numero rimarrà costante (circa 2.800 in Afghanistan, 2.500 in Libano, 2.400 nei Balcani e poco più di 500 tra Emirati, Congo, Cipro, Palestina, Sudan, Darfur, Ciad e Georgia), nel secondo semestre dovrebbe diminuire il numero dei soldati impegnato nei Balcani ed essere cancellata la missione in Ciad, che conta più di 100 elementi tra personale sanitario e forze di sicurezza, mentre una nave sarà presente nel golfo di Aden per la missione europea antipirateria. Per il primo semestre è stato stanziato un finanziamento extra-bilancio di 675 milioni di euro, mentre il secondo semestre richiederà, come minimo, una cifra analoga.

È evidente che la nostra politica estera continua a basarsi in larga misura sull’impiego al di fuori dei confini delle nostre forze militari, e quindi è normale che per queste missioni i fondi si trovino, almeno fino a quando ci saranno ancora forze adeguate e reparti addestrati. Cosa che, considerati i tagli previsti nel prossimo triennio e le crescenti richieste di impiego per esigenze interne – tipiche delle forze di polizia o di altri corpi dello Stato – non può essere affatto data per scontata.

Il problema non sta quindi nel finanziamento delle missioni, ma nel futuro addestramento dei soldati e nelle dotazioni di mezzi. Tutto ciò deve essere omogeneo e integrabile con gli alleati, pena l’emarginazione e il rifiuto. Il rischio concreto è che da attivi ‘contributori’ ci si trasformi in un peso per i nostri alleati. A meno di provvedimenti drastici, questo momento è ormai vicino. Nessun Dicastero ha subìto così tante trasformazioni, ristrutturazioni e ridimensionamenti come la Difesa e le Forze Armate. Certamente non le Forze di Polizia, o gli altri Corpi dello Stato.

Oggi ci sono alcuni segnali che sembrano andare nella giusta direzione. Non è il caso, purtroppo, delle sempre più frequenti richieste di impiego delle Forze Armate in situazioni che non possono dirsi di emergenza, in quanto ricorrenti da anni e in perenne attesa di soluzione. Sembrerebbe logico cominciare da lì, invece di toccare di nuovo i militari, ma qualcosa ancora si può fare. Se si considerano necessarie ulteriori riduzioni o alterazioni dei compiti, allora servono provvedimenti organici, accompagnati da un dibattito politico interno e da una discussione parlamentare che riconosca alle Forze Armate una nuova identità, piuttosto che forzare soluzioni strozzandole con provvedimenti contabili. Occorre un dibattito serio, in cui anche i “riformandi” abbiano la possibilità di esprimersi, lasciando il resto alla politica. Quella vera.

Le indicazioni del Consiglio Supremo di Difesa
Nel comunicato della Presidenza della Repubblica emesso a conclusione del Consiglio Supremo di Difesa dello scorso 29 gennaio, si legge testualmente che “si è discusso della necessità di individuare concretamente i provvedimenti di razionalizzazione delle Forze Armate nei settori del personale, dell’esercizio e dell’investimento, volti a qualificare la spesa ed a realizzare ulteriori recuperi di efficienza. L’obiettivo resta il mantenimento delle attuali capacità operative, ritenute irrinunciabili per poter far fronte efficacemente, con le ridotte risorse finanziarie, alle crescenti e sempre più diversificate esigenze di presenza internazionale dell’Italia, anche in funzione della sicurezza del Paese”. Proseguendo, si legge che, su iniziativa del Ministro della Difesa, è stata istituita la “Commissione di alta consulenza e studio per la ridefinizione del sistema di sicurezza e difesa nazionale”. Il compito è “rivedere il modello di difesa e l’organizzazione del dicastero nel suo complesso, secondo un approccio multidisciplinare esteso anche alle altre Amministrazioni dello Stato che svolgono un ruolo significativo nel settore della sicurezza e difesa, considerato nella sua più ampia accezione”. Ciò significa che, oltre ai rappresentanti della difesa, parteciperanno quelli degli esteri, degli interni, dell’economia e finanze e dello sviluppo economico. Nessun commento e incrociamo le dita, attendendo il prossimo comunicato. Il Consiglio Supremo sarà riconvocato per il 27 maggio 2009.

Sul tema si veda anche:

M. Arpino: Come difendere la Difesa?

M. Nones: ‘Emergenze civili’ e ruolo delle Forze Armate

G. Gasparini: Una scure che taglia le gambe alla riforma

N. Ronzitti: Una legge organica per l’invio delle missioni militari all’estero