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Energia

La crisi del gas e la cortina di freddo dei Balcani

9 Feb 2009 - Alessandro Gaston - Alessandro Gaston

Il 2009 si è subito presentato come un annus horribilis per i Balcani e non solo per l’aggravarsi della crisi economica globale. La guerra del gas tra Russia e Ucraina ha in pochi giorni posto i paesi dell’area balcanica – in particolare Bosnia, Croazia, Bulgaria e Serbia – in una situazione di grave emergenza, mettendone in risalto la forte dipendenza energetica da Mosca.

La maggior parte di questi paesi dipende massicciamente dal gas russo non potendo beneficiare ad oggi di fonti di approvvigionamento alternative. L’interruzione delle forniture di gas attraverso l’Ucraina, su cui transita l’80% del gas russo verso l’Europa, ha lasciato al freddo molte famiglie e costretto all’inattività numerose industrie locali.

I Balcani sotto schiaffo
La crisi del gas tra Mosca e Kiev è esplosa nel pieno di uno dei più rigidi inverni degli ultimi anni, colpendo indistintamente famiglie e imprese. I più danneggiati sono stati i 4,5 milioni di abitanti della Bosnia-Erzegovina. Il ministro degli Affari esteri bosniaco, Sven Alkalaj, li ha definiti “ostaggi” della disputa russo-ucraina. Ogni anno la Bosnia deve far fronte a un fabbisogno energetico di 350 milioni di metri cubi di gas naturale, quasi interamente importati dalla Russia attraverso l’Ucraina. La progressiva riduzione delle forniture, da un iniziale calo del 25% fino al blocco totale, ha messo rapidamente in ginocchio il paese. Una realtà resa ancor più drammatica dalla mancanza di riserve. Risultato: più di 100.000 famiglie senza riscaldamento e i sistemi industriali delle zone di Sarajevo e Zvornik ridotti all’inattività parziale o completa. La Birac, la più importante industria siderurgica e primo consumatore di energia del Paese, ha dovuto interrompere completamente la produzione di alluminio con rischi reali di danneggiamento degli impianti.

La vicina Serbia ha subito conseguenze meno drammatiche, ma ugualmente allarmanti. Nella provincia autonoma della Vojvodina l’approvvigionamento fornito da tre centrali idroelettriche alla città di Novi Sad è stato bruscamente interrotto. Con una insufficiente produzione interna di un milione di metri cubi al giorno e la pressocché totale mancanza di riserve, il governo di Belgrado è riuscito, tuttavia, ad assicurarsi circa 5 milioni di metri cubi di gas al giorno grazie ad accordi di emergenza stipulati con la vicina Ungheria e con la Germania, che gli hanno anche consentito di aiutare la Bosnia. Nonostante ciò, 80.000 famiglie sono rimaste senza riscaldamento e importanti impianti produttivi del Paese si sono dovuti fermare. Secondo l’Unione dei datori di lavoro serbi (Ups), i danni all’intero sistema economico nazionale ammonterebbero a circa mezzo miliardo di euro.

Anche la Romania, dotata di maggiori riserve degli altri paesi dell’area, ha decretato lo stato di emergenza a seguito della totale interruzione delle forniture. Bucarest importa annualmente dalla Russia il 40% del suo fabbisogno di gas, per un ammontare compreso tra i 3 e 3,5 miliardi di metri cubi. Stessa situazione in Bulgaria, costretta a ridurre di un terzo la fornitura di gas alle imprese e ad adottare un piano di emergenza per assicurare l’approvvigionamento energetico innanzitutto alle scuole, agli ospedali, agli uffici pubblici, alle utenze domestiche e agli impianti dotati di un ciclo produttivo continuo. La Bulgaria non possiede vie alternative per assicurarsi il gas naturale necessario e dispone solo di limitare riserve locali.

Infine, a seguito dell’interruzione totale delle forniture, la Croazia, che importa il 60% del proprio fabbisogno energetico dalla Russia, ha dovuto ridurre le forniture ai grandi gruppi industriali per salvaguardare quelle ai privati.

La guerra dei gasdotti
A esattamente tre anni di distanza dall’ultima grave crisi energetica, che provocò il taglio delle forniture di gas naturale dalla Russia all’Ucraina nei primi quattro giorni del gennaio 2006, l’Europa non ha posto in essere iniziative rilevanti per ridurre la propria dipendenza energetica dalla Russia. Sembra, tuttavia, che quest’ultima interruzione possa aver dato nuova linfa al progetto di costruzione del gasdotto “Nabucco” che, attraverso la Turchia e i Balcani, porterà gas non russo dall’Asia centrale direttamente in Europa occidentale. Il progetto infrastrutturale, fortemente sostenuto da Ue e Usa, prevede un gasdotto di 3.300 km da 30 miliardi di metri cubi l’anno che, partendo dalla regione del Caspio, attraverserà Turchia, Bulgaria, Romania e Ungheria fino a un hub distributivo in Austria.

Rappresentanti dell’Ue e dei paesi dell’Asia centrale si sono incontrati lo scorso 27 gennaio a Budapest con l’obiettivo di individuare nuove risorse a sostegno del progetto (che ha un costo stimato intorno agli 8 miliardi di euro), ma anche per superare le difficoltà negoziali che ne hanno rallentato fino ad oggi la realizzazione. Un primo scoglio è la posizione di Ankara che, oltre a richiedere la facoltà di trattenere il 15% del gas transitante sul proprio territorio, collega il proprio sostegno al progetto Nabucco all’evoluzione dei negoziati di adesione all’Ue.

Il secondo ostacolo è rappresentato dal “South Stream”, un progetto rivale, frutto dell’accordo tra l’italiana Eni e la russa Gazprom, che prevede la realizzazione di un gasdotto di 900 km che, attraverso il territorio bulgaro e il Mar Nero, porterà il gas russo sui mercati dell’Europa meridionale grazie ad un hub distributivo previsto in Serbia, tradizionalmente vicina alle posizioni di Mosca. La Bulgaria assume, dunque, una posizione strategica, essendo al centro dei due grandi progetti infrastrutturali, anche se, ad oggi, la firma di importanti accordi con Mosca per la realizzazione di un oleodotto e di un impianto nucleare sul proprio territorio sembra indebolire il progetto Nabucco.

La Russia arbitro del futuro dei Balcani?
In conclusione, la crisi del gas tra Russia e Ucraina ha nuovamente colto alla sprovvista l’Unione europea, mettendone in luce la lentezza nel portare avanti efficaci strategie di diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico, in grado sia di ridurre la dipendenza dal gas russo che di sottrarre all’influenza di Mosca i paesi a cui l’Ue ha offerto la prospettiva dell’adesione. I recenti avvenimenti hanno evidenziato quanto i paesi balcanici siano esposti alle crisi energetiche a causa della dipendenza dal gas in transito dall’Ucraina e dalla mancanza di riserve interne. Le economie dell’area hanno subito ingenti perdite e, in mancanza di una chiara politica energetica dell’Ue, lo stesso processo di stabilizzazione e associazione, che dovrebbe guidare le economie dei Paesi balcanici verso l’Europa, rischia di dipendere dalle mosse della Russia. La quale si è dimostrata capace di utilizzare strategicamente lo strumento energetico per frenare l’erosione della propria influenza in un’area in cui le sue politiche sono di fatto in competizione con quelle sia dell’Ue sia della Nato.