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Sicurezza marittima

Guerra alla pirateria: salto di qualità nel 2009?

21 Feb 2009 - Valerie Miranda - Valerie Miranda

Con quasi un attacco al giorno, il 2008 è stato l’anno record per la pirateria. Dati così negativi sono da attribuirsi soprattutto a quanto accade al largo delle coste della Somalia, paese che in breve tempo ha scalato tutte le classifiche, diventando il teatro più critico nella lotta alla pirateria. Secondo il Piracy Report dell’International Maritime Bureau, dei 293 attacchi registrati nel 2008, 111 hanno avuto luogo in quest’area, con un incremento, rispetto al 2007, del 200%. Nonostante il recente rilascio, dietro pagamento di cospicui riscatti, di due “ostaggi” d’eccezione (la petroliera saudita Sirius Star e il cargo ucraino Faina), 15 navi sono oggi ancora nelle mani dei pirati, con oltre 260 membri di equipaggio, un numero destinato ad aumentare.

I rischi per la comunità internazionale
La pirateria non è certamente un fenomeno nuovo, ma è stato a lungo sottostimato dalla comunità internazionale che solo recentemente è corsa ai ripari nel tentativo di arginare l’attuale escalation. Basti pensare che l’Unione europea ha ufficialmente inclusa la pirateria tra le minacce emergenti solo nel dicembre 2008, in occasione della presentazione del Rapporto sull’attuazione della Strategia di sicurezza europea.

Come già evidenziato da precedenti articoli pubblicati su questa rivista, i rischi associati alla pirateria sono notevoli ed hanno almeno una duplice natura: economico-commerciale e di sicurezza. Sotto il primo profilo, l’area che va dalle coste nordorientali della Somalia fino al Canale di Suez, passando per il Golfo di Aden e lo stretto di Bab-al-Mandab, riveste una rilevanza strategica per l’economia mondiale. La recrudescenza della pirateria in questo settore ha avuto molti effetti negativi, tra cui il sensibile calo del traffico nel Canale di Suez e l’aumento dei premi assicurativi. A tali implicazioni, se ne aggiungono altre relative alla sicurezza interna della Somalia – la pirateria infatti arricchisce i signori della guerra locali e rinfocola le loro continue lotte intestine – e a quella internazionale, per i suoi legami, in realtà non ancora dimostrati, anche se probabili con il terrorismo.

Nuovi strumenti nella lotta ai pirati?
La pirateria ha assunto dunque le caratteristiche di una minaccia globale e come tale richiede una risposta altrettanto globale. Essa potrà essere estirpata solo a lungo termine con la fine del caos in Somalia, ma è doveroso adottare, nel breve-medio periodo, misure di contenimento e deterrenza. In linea con l’impostazione del Naval Forces Central Command americano, gli sforzi della comunità internazionale si stanno concentrando prevalentemente in due direzioni, una operativa e l’altra giuridica. In ambito operativo, un’esigenza particolarmente sentita è quella di ottimizzare le risorse a disposizione. Infatti, nonostante siano oggi presenti nel Golfo le marine di 14 Paesi, esse non sono sufficienti a pattugliare efficacemente un’area di 600 miglia quadrate né a garantire una sorveglianza continua.

Per restringere il campo d’azione, la task force internazionale a guida Usa, CTF-150, presente nell’area nell’ambito della più ampia lotta al terrorismo, ha creato nell’agosto 2008 una Maritime Patrol Security Area, una sorta di corridoio di sicurezza, costantemente sorvegliato anche con mezzi aerei. L’iniziativa sta dando i primi timidi frutti: secondo fonti americane, grazie ad essa, molti mercantili in pericolo hanno ricevuto aiuto in tempi più rapidi e fino ad oggi sono stati scongiurati circa 12 attacchi al mese.

Sarebbe anche necessario un maggiore coordinamento della presenza internazionale nel Golfo di Aden. Infatti la maggior parte dei paesi che hanno inviato nella zona le proprie marine, come Russia, Cina – per la quale si tratta della prima missione in acque diverse dal Pacifico dal XV secolo – India, Iran e, recentemente, Giappone, hanno agito in via essenzialmente autonoma, a tutela dei propri interessi commerciali e geostrategici. Vi sono poi due iniziative a carattere multinazionale, la già citata CTF-150 e l’Eunavfor, Operazione Atlanta, la prima missione navale dell’Ue, che a dicembre 2008 ha sostituito la Nato nella scorta alle navi cargo del World Food Programme (Wfp). Da marzo a giugno 2009 anche l’Italia parteciperà alla missione con la fregata Zeffiro. Sembra inoltre che nello stesso periodo anche la Nato tornerà nel Golfo con una nuova flotta, che, con lo stesso mandato di Eunavfor, si affiancherà ad essa nel contrasto alla pirateria.

Nonostante le rassicurazioni del comando americano sull’efficienza e l’efficacia del coordinamento tra le diverse forze in azione nel Golfo, c’è il rischio che un tale modus operandi dia luogo a duplicazioni e sovrapposizioni. Dovrebbe essere allora accolta positivamente la recente formazione di una nuova forza multinazionale, la CTF-151, che nell’arco di un anno dovrebbe riunire oltre venti paesi, tra cui anche diversi Stati del Golfo, e che sembra avere le carte in regola per eventualmente sostituirsi alle diverse iniziative oggi in corso. Infatti, la nuova forza, con un mandato dedicato esclusivamente al contrasto alla pirateria e militarmente più attrezzata della precedente (CTF-150), potrebbe costituire un primo passo verso la creazione di una struttura internazionale che combini la forza militare, la condivisione dell’intelligence e il coordinamento delle operazioni di pattugliamento. Nelle intenzioni statunitensi, essa dovrebbe far compiere alla lotta alla pirateria quel salto di qualità di cui si avverte un’urgente necessità. Di aiuto in tal senso è certamente la risoluzione adottata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu lo scorso dicembre, che autorizza gli Stati membri a dare la caccia ai pirati non solo in mare, ma anche nel territorio e nello spazio aereo della Somalia.

Tuttavia sarà difficile raggiungere risultati concreti in assenza di meccanismi giuridici che permettano la quadratura del cerchio, ovvero di sottoporre a giudizio i responsabili di atti di pirateria. Solo così , infatti, si riuscirebbe a ridurre il grado di attrattiva della pirateria, che, per ora, resta un’attività estremamente redditizia, visti gli ingenti riscatti puntualmente pagati. Allo stato attuale, vi è a tale riguardo un ventaglio di soluzioni, la cui reale applicabilità dipende però dall’ordinamento giuridico, nonché dalla volontà politica, dello Stato che procede all’arresto.

Per superare quest’impasse giuridica, sembra che gli Usa stiano conducendo negoziati con un Paese della regione affinché questo eserciti sempre la propria giurisdizione nei confronti di pirati eventualmente catturati dalla CTF-151. L’altra via percorribile è la cooperazione regionale. Nove Stati (Gibuti, Etiopia, Kenya, Madagascar, Maldive, Seychelles, Somalia, Yemen e Tanzania) hanno da poco firmato, sotto gli auspici dell’International Maritime Organization (Imo), un codice di condotta che, oltre a prevedere la creazione di tre centri di informazione sulla pirateria a Mombasa, Dar es Salam e Sanaa e l’apertura a Gibuti di un centro di formazione regionale per gli agenti impegnati nella caccia ai pirati, li sollecita ad adottare nella loro legislazione nazionale misure che facilitino l’arresto e le azioni giudiziarie contro i sospetti di pirateria.

Il 2009 è iniziato quindi con una serie di novità in tema di lotta alla pirateria. Fare previsioni sull’esito di tali iniziative è difficile, ma i buoni risultati raggiunti, sia a livello operativo che giuridico, in Asia – altra zona dove si registrano molti attacchi da parte di pirati – grazie agli accordi di cooperazione regionale indicano che la strada potrebbe essere quella giusta. Considerando, però, la specificità della situazione somala, un mix esplosivo unico al mondo, si profila un percorso tutto in salita. La partita, su questo nuovo scacchiere geopolitico, resta più che mai aperta.