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L’Europa e la crisi

A mani nude e in ordine sparso

19 Feb 2009 - Paolo Guerrieri - Paolo Guerrieri

Pubblicato anche su nelMerito.com
Produzione industriale in discesa libera, consumi in caduta senza freni, disoccupati in forte aumento, aspettative sempre più pessimistiche: i dati che arrivano dalle economie europee stanno battendo tutti i record negativi. Nell’ultimo trimestre del 2008 la caduta del Pil dell’Eurozona è stata dell’1,5%, trainata verso il basso da un drammatico deterioramento dell’economia tedesca che sta registrando una diminuzione tendenziale del Pil del 9% su base annua. Una tale eredità rischia di estendere la caduta dell’attività economica oltre l’anno in corso, nel quale già si prevede una contrazione, per l’area europea nel suo complesso, vicina al 3%.

A ciò si aggiunga l’aggravarsi in questi ultimi giorni del rischio di insolvenza di molti paesi dell’Est europeo, che sono gravati nel loro insieme di un enorme debito nei confronti delle banche dell’Europa occidentale – soprattutto di quelle di Austria, Italia, Francia, Belgio, Germania – stimato ad oggi intorno ai 1300 miliardi di euro.

Dopo essersi illusi che la crisi riguardasse soprattutto l’America e l’economia americana, i paesi europei si trovano a fronteggiare una fase recessiva davvero pesante, per certi versi ancora più complessa di quella americana, certamente la più grave degli ultimi 50 anni.

Poche risorse e spese in modo autonomo
Se questi sono i dati, e quindi in quanto tali incontestabili, altrettanto evidente appare a questo punto la tendenza dell’Europa ad affrontare a mani nude e in ordine sparso la grave recessione in atto. A mani nude, vista l’esiguità delle risorse finora stanziate per contrastare la pesante contrazione della domanda effettiva verificatasi in tutta l’area europea. Le misure annunciate finora sono pari a circa l’1,5% del Pil complessivo dell’Ue e sono composte solo per 30 miliardi da risorse europee, in larga parte già stanziate e di cui si è voluto solo accelerare la spesa, mentre tutto il resto è rappresentato da vari piani di rilancio nazionali.

In ordine sparso, perché al di là delle dichiarazioni di facciata si sta facendo affidamento sulla sola volontà politica dei vari governi nazionali dal momento che le misure sono state adottate – o in alcuni casi per ora solo annunciate – in modo autonomo dai singoli paesi europei. È mancato così del tutto un coordinamento a livello europeo degli interventi nazionali di stimolo all’economia. Per non parlare del ruolo di coordinamento e controllo davvero modesto, o meglio si direbbe inesistente, svolto dalla Commissione Europea.

Già le misure di salvataggio delle banche adottate nell’autunno dello scorso anno, nella fase acuta della crisi, che erano state considerate dai più una iniziativa di successo dell’Europa, avevano avuto un carattere strettamente nazionale e del tutto inadeguato era stato il grado di armonizzazione a livello europeo. Si trattava peraltro di programmi finanziati con un ingente ammontare di risorse sotto forma di garanzie di nuovi prestiti e sottoscrizioni al capitale delle banche.

Dilagano nazionalismo e protezionismo
Le conseguenze di un tale approccio si sono rivelate fin qui davvero negative, andando al di là degli scenari anche più pessimistici. Sia perché le politiche adottate dai governi nazionali in Europa per combattere la crisi si stanno rivelando inadeguati a contrastare la recessione; sia – e soprattutto – perché rischiano di condurre a una vera e propria disintegrazione economica dell’Europa.

La conferma viene dai diffusi nazionalismi e protezionismi che stanno dilagando in Europa e che rischiano di danneggiare seriamente quel bene prezioso che è il mercato unico europeo, a cominciare da due comparti chiave quali l’auto e i servizi finanziari. È il caso delle misure di stimolo varate in Francia dal presidente Sarkozy per favorire le case automobilistiche francesi; analoghe iniziative, meno eclatanti, ma altrettanto allarmanti, sono state varate in Spagna, Germania, Regno Unito, Svezia e in molti altri paesi europei con sussidi a settori e imprese in difficoltà.

Il fatto è che aiuti e sussidi vengono erogati in una dimensione strettamente nazionale e molto spesso associate a misure di fatto protezionistiche. Ne derivano interventi asimmetrici che finiscono per alterare il buon funzionamento del mercato unico europeo creando gravi distorsioni competitive tra i singoli membri dell’Unione.

Gli effetti negativi che possono derivare da quest’ordine sparso in cui agiscono i singoli Stati europei sono davvero preoccupanti. Innanzitutto perché rischiano di minare, come si è detto, il mercato unico che è il pilastro centrale del buon funzionamento dell’economia europea, dal momento che garantisce libertà di movimento sul continente alle persone, ai capitali, ai beni e ai servizi. E poi perché la crisi in corso, è inutile negarlo, rappresenta un test importante per l’Europa. È la prima volta, in effetti, che dal suo allargamento a 27 membri l’Unione affronta una crisi così grave, che mette alla prova il suo peculiare modello di unità nella diversità, di integrazioni a geometria variabile, molto estese in campo monetario, assai meno in quello economico e del tutto insufficienti in quello politico.

Il coordinamento europeo è una priorità assoluta
Che l’Europa stia correndo rischi molto gravi se ne sono accorti un po’ tutti. Da più parti è stata così richiesta una riunione straordinaria del Consiglio europeo per analizzare e discutere le preoccupanti tendenze in atto. I capi di stato e di governo dell’Ue si incontreranno una prima volta a Bruxelles il 1? marzo per discutere le iniziative più recenti che sono state intraprese per contrastare la crisi della banche europee e più in generale valutare l’impatto della recessione sulle economie dei 27 paesi membri.

Già si profilano marcate divisioni tra i partecipanti, tra chi vuole che si faccia di più, sul piano quantitativo e qualitativo, rispetto alle misure adottate fin qui e chi invece mette l’accento sul rischio di protezionismo e di distorsioni dei mercati europei. Il rischio è che tutto si riduca alla redazione di un bel comunicato finale con un ricco elenco di affermazioni di principio che possano accontentare un po’ tutti. Ma il vero problema è un altro: la totale assenza di coordinamento delle misure finora intraprese dai paesi europei. È da questa logica prettamente nazionale con cui gli stati membri stanno cercando di fronteggiare la crisi che nascono i diffusi mercantilismi e le spinte protezionistiche che minacciano oggi la coesione dell’Europa.

Il successo del summit di inizio marzo si valuterà dunque su quanto verrà deciso per realizzare una concertazione europea sulle misure di stimolo macroeconomico oltre che una supervisione sovranazionale degli aiuti e sussidi da erogare in favore dei comparti e delle imprese più in difficoltà, a partire dall’auto e dai servizi finanziari. Si potrebbe riprendere la proposta, avanzata da Giuliano Amato e Emma Bonino la scorsa settimana e fatta propria dal Financial Times, di costituire una task force di rappresentanti dei vari paesi membri, presieduta dalla Commissione europea, per coordinare gli aiuti statali settoriali. Si potrebbe così evitare una degenerazione delle gravi distorsioni competitive in corso tra i membri dell’Unione.

Si è ripetuto e scritto fino alla noia che la drammatica crisi in atto ha natura globale e può essere affrontata solo mediante misure anch’esse globali. A livello internazionale ci si è poi mossi in realtà in direzione opposta. Almeno a livello europeo si dovrebbe evitare lo stesso errore.

Bisogna intervenire con la massima urgenza. Altrimenti potrebbero materializzarsi scenari negativi, più o meno drammatici, quali una escalation protezionistica o l’insolvenza di uno o più paesi membri con il rischio che si precipiti dalla recessione in corso in una lunga dolorosa fase di depressione – come quella sperimentata dal Giappone negli anni Novanta – ed estesa all’intera area europea. Gli stessi pilastri del processo di integrazione europea, il mercato interno e la moneta unica, rischierebbero a quel punto di essere rimessi in discussione.