IAI
La crisi in Medioriente

Usa e Ue di fronte alla sfida di Hamas

9 Gen 2009 - Valerio Briani - Valerio Briani

Con il conflitto tra Israele ed Hamas in pieno svolgimento, risultano di particolare interesse due articoli sul tema del movimento islamista pubblicati nell’ultimo numero della rivista trimestrale in lingua inglese dell’Istituto Affari Internazionali The International Spectator. Il primo, Palestinian Islamism: Conflating National Liberation and Socio-Political Change, è una analisi di carattere storico a firma di Khaled Hroub, direttore del Cambridge Arab Media Project. Il secondo articolo, Principled or Stubborn? Western Policy toward Hamas, affronta invece il tema delle politiche americane ed europee verso Hamas negli ultimi venti anni, passando poi a valutarne l’impatto. L’autore, Nathan J. Brown, è professore di relazioni internazionali alla George Washington University di Washington D.C., e ricercatore associato al think tank Carnegie Endowment for International Peace.

Dalla fratellanza musulmana ad Hamas
Hamas è oggi il principale esponente dell’islamismo palestinese. L’articolo di Khaled Hroub ne ripercorre ampiamente la nascita e l’evoluzione. Hamas nasce come braccio armato della Fratellanza musulmana in Palestina (Muslim Brotherhood in Palestine, Mbp), organizzazione fondata nel 1946 con l’obiettivo di combattere il mandato britannico sulla Palestina e contrastare il movimento sionista. Le attività della fratellanza erano però non violente: la Mbp riteneva che, prima di combattere efficacemente il nemico sionista, fosse necessario riportare la secolarizzata società palestinese all’Islam delle origini. Il rifiuto della lotta armata pose la fratellanza in contrasto con l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), di cui la fratellanza non apprezzava oltretutto il carattere secolare, nazionalista e socialista. La Mbp fu perciò impegnata principalmente in attività religiose e sociali fino alla fine degli anni ’70, attività che le consentirono di creare una certa base di sostegno popolare.

A partire dall’intifada del 1987 i ruoli di islamisti ed Olp presero a ribaltarsi. L’Olp si allontanò progressivamente dalla lotta armata, impegnando il proprio prestigio nel negoziato con Israele. Nello stesso periodo la Fratellanza musulmana compì un radicale cambio di strategia, abbandonando la non violenza e fondando la propria ala militare: Hamas. La creazione di Hamas rispondeva non solo ad un mutamento strategico, ma anche alla necessità di acquisire maggiore visibilità e legittimità di fronte alla piazza palestinese.

Negli anni successivi Hamas si trasformò in un partito vero e proprio ed iniziò a competere con l’Olp per la rappresentanza del popolo palestinese. L’attività in campo sociale non venne però abbandonata. Il fallimento degli accordi di Oslo (ai quali Hamas si era opposta), e l’incapacità dell’Olp di migliorare le condizioni di vita dei palestinesi aprì la strada all’ascesa del movimento islamista. Nel 2006 Hamas vinse le elezioni per l’Autorità nazionale palestinese (Anp) istituita proprio in base a quegli accordi di Oslo che erano stati rigettati dagli islamisti. Il 2005 ed il 2006 sono proprio gli anni in cui Hamas mostrò il volto più moderato. Non solo prese parte alle elezioni per l’Anp, ma annunciò la disponibilità ad entrare nell’Olp. In più, il movimento islamista decretò una temporanea tregua unilaterale con Israele, ponendo fine agli attacchi suicidi.

Hroub osserva che durante i suoi venti anni di vita Hamas ha dimostrato crescente flessibilità e realismo. Il linguaggio della carta fondativa di Hamas del 1988, retorico ed ideologico, non corrisponde più a quello utilizzato oggi dai leader islamisti, molto più pragmatico e realista. Il movimento islamista sarebbe quindi un attore fondamentalmente razionale. La stessa piattaforma elettorale di Hamas è, per gli standard islamisti, notevolmente pragmatica e contiene solo minimi riferimenti religiosi ed ideologici. È anche da notare, sottolinea Hroub, che in seguito alla vittoria elettorale, Hamas ha evitato di esercitare pressioni eccessive per un’islamizzazione della società palestinese, nel timore di suscitare reazioni sfavorevoli.

Che Hamas continui ad evolversi in senso moderato o meno, una cosa è certa: con la vittoria alle elezioni il movimento islamista ha acquisito un ruolo centrale nella politica palestinese. Ogni futuro accordo di pace con Israele dovrà necessariamente ottenere il consenso anche degli islamisti.

Usa, Ue ed Hamas
Che atteggiamento hanno assunto Stati Uniti e paesi europei di fronte all’islamismo palestinese rappresentato da Hamas? E con quali risultati? Il giudizio di Nathan J. Brown sulle politiche occidentali è fortemente critico. Gli sforzi di Usa e Ue per marginalizzare e contenere Hamas, scrive, si sono rivelati controproducenti: hanno contribuito all’ascesa degli islamisti e hanno anche danneggiato le componenti meno radicali di Hamas, scoraggiando l’evoluzione dell’organizzazione in senso moderato.

Usa ed Unione europea considerano oggi Hamas un’organizzazione terroristica ostile al processo di pace che va pertanto contenuta e isolata. L’atteggiamento degli occidentali verso Hamas comincia a farsi ostile dopo il rifiuto di Hamas di riconoscere gli accordi di Oslo. In precedenza Usa, europei ed anche Israele avevano mantenuto con gli islamisti rapporti più o meno stretti, considerandoli utili per indebolire l’Olp di Arafat. A partire dal 1995, Usa e Ue intrapresero una serie di iniziative tese a colpire Hamas. L’organizzazione venne dichiarata una “minaccia straordinaria per la sicurezza nazionale” americana e sottoposta a sanzioni, che saranno poi estese sotto Bush. L’Unione europea seguì la stessa linea, seppure con meno decisione e con accenti diversi. Tuttavia anche l’Ue, nel 2003, finì per dichiarare Hamas organizzazione terroristica da isolare e combattere attivamente.

Nel corso degli anni sono state elaborate una serie di politiche ed iniziative per contenere Hamas: isolamento diplomatico, divieto di ingresso, sanzioni contro ogni organizzazione vicina al movimento. Queste iniziative non hanno raggiunto l’obiettivo di piegare Hamas, né di intaccare la popolarità di cui il movimento gode presso il popolo palestinese (le elezioni del 2006 ne sono la prova più evidente). Hanno però influito sulle dinamiche interne del movimento, rafforzando la fazione ostile al dialogo ed al compromesso.

La politica occidentale nei confronti di Hamas non può perciò che essere considerata fallimentare. Questo non implica necessariamente, secondo Brown, che una politica di dialogo ed apertura si sarebbe dimostrata di maggior successo: ci sono poche prove che la dirigenza di Hamas sia disponibile a ripensare i principi base del movimento (inclusa la lotta armata ed il rifiuto di riconoscere Israele). È probabile che, anche in presenza di una differente azione esterna, l’evoluzione di Hamas sarebbe comunque lenta e difficile, e avversata da gran parte dei suoi membri.