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Rapporti Transatlantici

Un identikit per il nuovo Segretario Generale della Nato

30 Gen 2009 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

La Nato ha molti problemi di identità, di strategia e di politica, in Europa e fuori. La questione di un suo nuovo “allargamento” è tutt’altro che risolta, il suo nuovo “concetto strategico” deve fare i conti con i radicali mutamenti del contesto operativo e delle missioni affidate alle forze alleate, la politica verso la Russia oscilla tra lo “spirito di Pratica di Mare”, caro al Presidente del Consiglio italiano, e un duro confronto più vicino alle posizioni di alcuni paesi, che furono membri del Patto di Varsavia. Soprattutto l’Alleanza, dopo otto anni di Bush, deve rapidamente riconvertirsi alle priorità e alle sensibilità, molto diverse, del nuovo Presidente Obama. In tutto questo, fra pochi mesi, il Consiglio Atlantico dovrà anche eleggere un nuovo Segretario Generale, capace di affrontare questa pesante agenda con successo.

I nomi avanzati sinora non sono certo esaltanti. Al di là del lodevole intento di “aprire verso Est” oppure “verso Nord”, nessuno di essi sembra all’altezza delle nuove problematiche, tanto da suggerire che, invece di affrettarsi a scegliere un candidato purchessia, sarebbe opportuno riflettere meglio sui criteri da soddisfare.

Criteri di scelta
Un primo criterio dovrebbe essere quello del peso e della rilevanza della Nato. L’Alleanza sperimenta una grave perdita di velocità. Il suo Comando Supremo operativo è oggi costituito, di fatto, dal solo Comandante militare dell’Alleanza in Europa (Supreme Allied Commander, Europe – Saceur), un generale americano che è anche a capo del Comando europeo Usa. Quest’ultimo è stato fortemente ridimensionato all’interno del Pentagono rispetto al Comando Centrale o a quello delle Forze Speciali, e ha anche perso le sue vecchie competenze sull’Africa. Nel frattempo sono diminuite drasticamente le forze americane in Europa e si moltiplicano le voci di un ritiro definitivo anche delle poche testate nucleari americane rimaste sul Vecchio Continente. Il pesante ridimensionamento del Comando Europeo degli Usa non può che riflettersi anche sul ruolo e sull’autorità del comandante supremo della Nato. A maggior ragione l’Alleanza avrebbe bisogno di un Segretario di grande prestigio, capace di dialogare alla pari con il maggiore alleato (e con la complicata burocrazia del Pentagono).

Secondo criterio: questo Segretario avrà a che fare con il nuovo Presidente americano, che sembra intenzionato a correggere vistosamente la politica del suo predecessore verso la Russia, il Vicino Oriente, l’Iran, eccetera. Un Segretario in ritardo o peggio, che punti i piedi contro il mutamento, sarebbe anche un Segretario inutile, probabilmente incapace di farsi ascoltare a Washington (e in buona parte dell’Europa).

Terzo criterio: l’Afghanistan. In questo teatro la Nato si sta giocando tutta la sua credibilità residua. È ormai chiaro che Obama non solo intende rafforzare il contingente americano nel paese, ma è anche alla ricerca di correzioni strategiche che gli consentano di sperare in una vittoria, o quanto meno in una normalizzazione della crisi. Al contrario, le prospettive della prossima tornata elettorale in Afghanistan non sono brillanti e la presenza e le iniziative degli alleati sul terreno invece di unificarsi ed integrarsi, tendono ad una crescente frammentazione (in linea con la frammentazione del controllo del paese da parte dei potentati locali). Il nuovo Segretario può dormire da piedi, sperando in Washington, oppure può affrontare in prima persona i gravi problemi di comando, di strategia e di politica, nonché di coordinamento internazionale, che sinora non sono stati risolti. Per far questo però dovrà avere non solo buone idee, ma anche una forte autorità e credibilità politica personale (e forse anche nazionale, nel senso che potrebbe essere più opportuno se provenisse da uno dei paesi maggiori).

Quarto criterio: la difesa e sicurezza europea. Esso si divide in due parti. La prima: la Nato soffre per il crescente disimpegno europeo in materia di bilancio per la difesa. Premiare con il posto di Segretario un paese irrilevante dal punto di vista del bilancio, o addirittura un paese in perdita di velocità, invierebbe il segnale sbagliato. La seconda: è necessario superare gli ostacoli a una piena cooperazione e integrazione tra le due politiche difensive e militari europee, quella nella Nato e quella nell’Ue. Sarebbe anche in questo caso un grave errore eleggere un Segretario che provenga da un paese rimasto al di fuori o marginale rispetto alla Politica Europea di Sicurezza e Difesa.

C’è naturalmente un’alternativa a tutto questo. L’Alleanza potrebbe tirare le debite conclusioni dal fatto che, oggi, il Saceur americano comanda essenzialmente forze europee, e invertire i ruoli, nominando un Saceur europeo e scegliendo un Segretario Generale americano, che divenga in modo più chiaro ed esplicito il punto di raccordo tra Washington e Bruxelles a livello politico e strategico generale, e non solo a livello militare. In termini di politica americana ciò avrebbe probabilmente la conseguenza che il Vertice dell’Alleanza sarebbe più collegato con il Dipartimento di Stato che con quello della Difesa, ma non è forse questa la situazione reale già oggi?

Ma se una simile riforma sembrasse troppo audace, a maggior ragione bisognerebbe scegliere come nuovo Segretario Generale una personalità europea di altissimo livello che sappia farsi ascoltare sia dagli europei che dagli americani. Almeno se si pensa che la Nato abbia ancora un ruolo significativo da svolgere.

Vedi anche:

Tanti punti interrogativi sulla torta di compleanno della Nato, di Emiliano Alessandri

Le quattro sfide esistenziali della Nato, di Julianne Smith, Michael Williams